Tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C. in Grecia si diffuse la tendenza di lasciare incise su statue ma soprattutto su ceramiche delle iscrizioni che celebravano la bellezza di alcuni giovanotti. Ma che significato avevano tali dediche?

Ermogene, Cleomelo, Pantarce, Leagro… chi sono? Non sappiamo chi fossero, né tantomeno quale posizione sociale ricoprissero. Oltre al loro nome, sappiamo solo una cosa: che erano kalòi, ossia belli. A consacrare i loro nomi a imperitura memoria ci pensarono tutti quegli gli artisti che, verso l’inizio del V secolo a.C., cominciarono a inserire dediche erotiche su alcuni dettagli delle loro opere. Tali iscrizioni sono state una benedizione per gli storici dell’arte e per gli archeologi, che in base a queste incisioni sono potuti risalire alla cronologia e alla bottega di produzione di numerose opere.

Ma in cosa consistevano queste dediche?           
In realtà sono minuscole iscrizioni erotiche, inserite in spazi marginali di statue ma soprattutto di ceramiche, che celebravano giovanotti dalla bellezza irresistibile. Probabilmente, l’aggettivo “erotiche” può far pensare a scritte di carattere malizioso se non addirittura osceno. Niente di tutto ciò. Queste dediche lusinghiere si riducevano al nome del dedicatario accompagnato dall’aggettivo “Kalòs” ovvero “(è) bello”. Molto più rare sono invece le dediche femminili, di cui rimangono pochissimi nomi: le iscrizioni “Kalè” erano probabilmente dedicate a etere simposiali o a prostitute. Dati alla mano, sono solo trenta le iscrizioni dedicate a figure femminili, a fronte di circa 530 dediche rivolte a giovani fanciulli. Non deve sorprendere il fatto che degli artisti (quindi, uomini adulti) o i loro committenti rivolgessero tali adulazioni a dei ragazzi molto più giovani di loro, essendo l’efebofilia e la pederastia pratiche convenzionalmente accettate nel tessuto sociale greco.   

Cratere di Eufronio, con scena della morte di Sarpedone. Attualmente conservato al Museo Archeologico Nazionale di Cerveteri. Nel cerchio azzurro, la scritta “Leagro è bello”.

Ma avvaliamoci di esempi veri e propri: nel Cratere di Eufronio, uno dei più sublimi esempi di ceramica a figure rosse, la scena principale raffigura la morte di Sarpedone, guerriero alleato dei Troiani che trova la morte per mano di Patroclo. Nel registro decorativo principale, la scena è la seguente: il corpo di Sarpedone, completamente nudo ed esangue, viene raccolto da Hypnos (il Sonno) e Thanatos (la Morte) sotto lo sguardo attento di Hermes, che guida le operazioni di recupero del corpo. Ognuno dei personaggi è indicato da una scritta che lo identifica: da sinistra verso destra, troviamo graffitati i nomi di ΗΥΠΝΟΣ, ΗΕΡΜΕΣ, ΘΑΝΑΘΟΣ e ΣΑΡΠΕΔΟΝ. A sinistra della testa di Hermes, troviamo una scritta inequivocabile: ΕΥΦΡΟΝΙΟΣ ΕΓΡΑΦΣΕΝ, ovvero “Lo ha dipinto Eufronio. Si tratta a tutti gli effetti di una firma, di un indiscutibile segno che lega l’opera all’artigiano che gli ha dato vita. Ma Eufronio, non pago di aver già posto il suo sigillo, inserisce a pochi centimetri dalla sua firma un’altra scritta: ΛΕΑΓΡΟΣ ΚΑΛΟΣ, ovvero “Leagro è bello. Il giovane doveva sicuramente appartenere o essere in stretto contatto con una facoltosa cerchia aristocratica. Ma questo Leagro doveva essere veramente bello, viste le numerosissime ceramiche che riportano la dedica “al bel Leagro”: oltre a comparire sul Cratere di Eufronio, tale iscrizione è visibile anche sulle ceramiche a figure rosse di Phintias e di Eutimide. Per quanto riguarda la ceramica a figure nere, abbiamo addirittura un gruppo di artisti il cui marchio di fabbrica era proprio quella scritta che celebrava il bellissimo Leagro. Le mani pittoriche sono diverse, e altrettanto differente è la resa dei dettagli o dei personaggi, quindi riconosciamo più ceramisti all’interno di questo insieme di artigiani che si affermò tra il 525 e il 500 a.C. Ma Sir John Beazley, accademico e archeologo britannico, riconobbe attraverso i temi e le forme ceramiche adottate che tutti loro appartenevano plausibilmente alla stessa officina, che identificò come “Gruppo di Leagros”, ispirandosi a quel bello e famoso Leagro al quale questi artisti dedicarono numerose iscrizioni.     
I vasai più discreti (o i loro commissionari) dedicavano invece i propri pensieri a un generico fanciullo, incidendo sulle proprie produzioni la scritta “ὅ παῖς καλός” ovvero “Il ragazzo è bello”. E ancora, in un’hydria attribuita al Pittore di Cleofrade ritraente la lotta di Eracle contro il leone nemeo, sopra la testa e la spada del forzuto semidio troviamo la scritta “ΚΑΛΟΣ ΕΙ”, in greco “Tu sei bello”. A chi è rivolto il complimento? Al prode Eracle in duello contro il leone o a colui che avrebbe attinto da quel recipiente durante il banchetto conviviale?       

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Nella cosiddetta “Coppa della Pietà di Memnone”, plasmata da Calliade e dipinta da Duride, alla sinistra della dea Eos, intenta a piangere il morente guerriero Memnone, troviamo un’iscrizione che dichiara che “Ermogene è bello”.            

Ma per quale motivo tutti questi artisti sentivano la necessità di inserire quel tipo di dedica? I vasai del cosiddetto “Gruppo di Leagros” erano tutti innamorati del bel Leagro? E Memnon, che viene definito sempre “bello” in tutte le coppe firmate dal ceramografo Oltos, era forse amante di quest’ultimo? Da una scritta sono poche e al contempo molte le informazioni che possiamo ricavare. Come abbiamo detto, le scritte “X è bello” ci permettono di datare le ceramiche e di dedurne la provenienza e il contesto sociale, ma non sappiamo quale fosse l’effettiva utilità di queste dediche, né per quale motivo venissero inserite in scene mitologiche o di quotidianità, né soprattutto chi fosse a scriverle o a farle scrivere. Chi voleva far sapere che Leagro o Ermogene erano belli? Il ceramista stesso o l’acquirente? Era una dedica a carattere erotico che l’artigiano inseriva come suo marchio di fabbrica o una dichiarazione d’amore che i più facoltosi cittadini della pòlis, commissionando la ceramica, pronunciavano verso i loro favoriti? La deduzione che va per la maggiore è che nella quasi totalità dei casi, in queste iscrizioni è più importante la celebrazione della bellezza del dedicatario che l’identità del celebrante.

Discorso diverso vale invece per la scultura.       
Fidia, lo scultore, supervisore e “designer” dei lavori di ristrutturazione dell’Acropoli di Atene voluti da Pericle, passò alla storia per aver scolpito la gigantesca statua crisoelefantina (ovvero in oro e avorio) di Zeus che adornava la navata centrale del Tempio di Zeus a Olimpia. La statua, che raffigurava il dio seduto in trono, era così bella, realistica e imponente che era annoverata tra le Sette Meraviglie del Mondo Antico. Purtroppo per noi, essa è andata distrutta in un incendio nel 475 d.C. Per ricostruirla e immaginarne le fattezze, dobbiamo avvalerci della lettura di quei fortunati autori antichi che fecero in tempo a vederla e a descriverla prima della sua distruzione. Se Pausania ci fornisce di accurate e dettagliate descrizioni della statua, grazie al cristiano Clemente Alessandrino veniamo a conoscenza di un dettaglio da non sottovalutare: sul dito indice di Zeus, Fidia aveva fatto incidere la scritta “Pantarce è bello. In questo caso, siamo totalmente sicuri che quella scritta fosse una dedica di carattere erotico che lo scultore ateniese rivolgeva al suo amato: Pantarce, giovanissimo atleta elideo, era infatti l’amante di Fidia, il quale lo aveva addirittura ritratto sulla base della statua del sovrano degli dei. Una dedica del genere (ricevuta tra l’altro da uno dei più celebri scultori del mondo antico) non era da poco: se consideriamo che la statua dello Zeus di Fidia era alta circa 13 metri, presumibilmente la scritta “Pantarce è bello” era incisa su una superficie lunga poco meno di un metro.

Quel che è certo è che la “moda” di inserire iscrizioni “Kalòs” si affermò rapidamente e anche in contesti estranei all’arte. Queste dediche dediche erotiche infatti cominciarono a essere incise su colonne, muri e addirittura pareti di ginnasi e templi sia sotto forma di graffiti che di epigrammi. In alcuni versi di Aristofane (che non si faceva scrupoli a mettere alla berlina le stravaganze dei suoi concittadini) troviamo dei parodici sbeffeggi di quest’usanza. Ai vv. 139-144 degli Acarnesi, l’ambasciatore Teoro racconta che*:

“Durante questo periodo, io fui ospite presso Sitalce. Ed egli sì mostrò così filoateniese e innamorato di noi che cominciò a scrivere sui muri: Gli Ateniesi sono belli!”.

Nelle Vespe, commedia nella quale il protagonista, l’anziano Filocleone, ha l’insana mania di partecipare come giudice popolare alle controversie giudiziarie e ai processi, il servo Xantia racconta nei vv. 98-99 che il suo padrone è talmente preso dalla vita del tribunale che:          

“Se su una porta vede scritto Dèmo figlio di Pirilampo è bello, subito si avvicina e corregge L’Urna è bella!”
(ndr. Si riferisce all’urna nella quale ogni membro della giuria popolare inseriva il suo voto)

A pensarci bene, questa pratica non è nient’altro che una forma antica di tante usanze che sono rimaste ancora oggi o che erano in voga fino a qualche anno fa: le dediche d’amore, i graffiti sui muri, le incisioni delle coppiette innamorate sugli alberi o sui lucchetti di Ponte Milvio non sono forse indiretti eredi di quelle dediche sui vasi e sulle statue?

E lui, che mi dite di lui? Non è forse un (in)degno epigono dei ceramisti del Gruppo di Leagro?

                  

                                                                                                                                          Michele Porcaro 

 

* Le traduzioni dal testo originale sono a cura dell’autore dell’articolo.