Dopo 6 anni e vari tentativi falliti, in Slovenia, la riforma al Codice di famiglia è ancora un’ utopia. Il paese della tolleranza, infatti, fatica a lasciarsi alle spalle i soliti pregiudizi

Lubiana (Slovenia) dal nostro corrispondente– L’onda lunga delle manifestazioni che, nel giro di pochi giorni, hanno coinvolto molte città del mondo è arrivata anche a Lubiana. Qui, in una terra dove la natura regna ancora incontrastata, in cui le imponenti catene montuose sembrano ergersi a difesa di un paradiso terrestre troppo fragile ed indifeso. Una mera ed illusoria apparenza di impenetrabilità. Uno “scrigno verde” scardinato solo, si fa per dire, da tumultuosi corsi d’acqua. Segno inequivocabile di una forza della natura troppo potente, contro la quale non possono nulla neanche questi giganti di roccia.

Questa, però, è anche la terra dalle mille contraddizioni. Così grandi, che un “semplice” Gay Pride può assumere un valore, quasi, rivoluzionario. Come quello di qualche settimana fa, appunto. Uno dei tanti, apparentemente. Tutto il contrario, invece. Infatti, persone generalmente timide e riservate si sono trasformate in un fiume inarrestabile che, come quei tumultuosi corsi d’acqua, ha “inondato” le strade della capitale slovena. Una marea incontenibile che ha voluto ribadire, se ancora ce ne fosse bisogno, che nessuna “barriera” può ostacolare l’implacabile “scorrere” degli eventi.

Il rapporta che lega questo paese all’associazionismo omosessuale, a dire il vero, è tutt’altro che recente. Tanto lontano nel tempo, da far apparire simili eventi di sensibilizzazione puramente solidaristici. Cosa c’è di male in questo, verrebbe da chiedersi. Niente, se non fosse altro che la Slovenia è, appunto, il paese dalle mille contradizioni. Una democrazia giovane e piena di entusiasmo che, tuttavia, sembra ancora inchiodata a vecchie questioni mai, definitivamente, risolte.

Era il 1972, infatti, quando un gruppo di studenti decise di fondare la sezione “Gay Magnus”. La Slovenia, all’epoca, faceva ancora parte della Repubblica Socialista di Jugoslavia ma la sua indole “ribelle” cominciava già ad emergere con forza. Di lì a poco, difatti, quella piccola sezione avrebbe dato vita al “Festival Magnus”. Una Kermesse che ha luogo ogni anno e che è diventata il festival del film GLBT più antico d’Europa. Oggi, a distanza di anni, dall’impegno di attivisti/e a questo appuntamento se sono aggiunti altri: il Festival Roeče zore (Albe rosse) e la Paroda-Ponosa (Gay Pride parade).

Una vivacità culturale figlia, non troppo illegittima, di quello spirito “mitteleuropeo da sempre segno distintivo di questo piccolo paese. Così spiccato, da farla apparire quasi come una “pecora bianca” in un gregge di pecore nere. Si, perché il ruolo giocato dalla Slovenia sulle tematiche GLBT è stato d’avanguardia. Lo è stato sicuramente all’interno dei paesi balcanici, ostaggi per la maggior parte di un’incotrollabile spirale di odio omofobo (Serbia e Croazia). Lo è stato, però, ancor di più se si guarda al complesso dell’ex blocco sovietico.

La vocazione alla tolleranza della “Repubblica ribelle”, infatti, è tanto palese quanto sconcertante. S’innalza alta al disopra di queste sontuose montagne, arrivando fino al sito internet dell’ente governativo per il turismo (www.slovenia.info/la Slovenia per gay e lesbiche). All’apparenza, nient’altro che un “semplice” link ma che, invece, dovrebbe far riflettere molti altri paesi della regione e non solo. Paesi dove queste tematiche rimangono ancora tabù (Albania e Kosovo).

Ma non è tutto oro quel che luccica, diceva il vecchio saggio. Così, nonostante il primo matrimonio tra persone della stesso sesso risalga al 2006, la questione è tutt’altro che risolta. Infatti, quello tra il Presidente dell’associazione per l’integrazione e il suo compagno non è stato altro che una mera ufficializzazione. Un’unione di partener registrata, sintomo evidente che di strada ce n’è ancora molta da fare. Una conferma che, purtroppo, arriva da uno studio condotto dall’ILGA, dal quale emerge che il 25% degli omosessuali si è sentito al meno una volta vittima dell’ostilità della polizia.

I pregiudizi sono il concime dell’ipocrisia, diceva Roberto Gervaso ne Il grillo parlante.  Lo stesso perbenismo che, in più di un’occasione, ha negato alla Slovenia l’ingresso di diritto nella lista dei paesi che possono annoverare una legge sui matrimoni omossessuali e sulle adozioni. Proprio quest’ultime, infatti, sarebbero la vera e propria pietra della scandalo. “Un’onta” impossibile da lavare per migliaia di sloveni convinti che nessuno dovrebbe violare “la legge di Dio”. Quella delle adozioni, però, è qualcosa di più di una questione di fede. Infatti, in Slovenia delle centinaia di richieste di adozione che ogni anno giungo agli organi competenti solo 25 vengo approvate.

Si spiegherebbero così, infatti, i ritardi e gli intoppi che fino ad oggi hanno ostacolato l’emendamento che avrebbe dovuto riformare la legge sui matrimoni e la famiglia. Un percorso ad ostacoli, iniziato nel 2009 su proposta del partito Sinistra Unita ma mai arrivato a compimento. Infatti, ogni qual volta sembra intravedersi una luce alla fine del tunnel, arriva un “maledetto” referendum a rovinare tutto. Dal 2009 ad oggi, infatti, sono ben tre i referendum di iniziativa popolare che hanno bloccate sul nascere altrettante proposte di emendamento al vecchio codice di famiglia.

L’ultimo capitolo di questo travagliato iter legislativo si è consumato solo pochi me fa. Il 4 maggio, precisamente, il parlamento sloveno ha approvato l’ennesimo emendamento alla legge sui matrimoni e la famiglia. Tutto risolto, quindi. No, nemmeno per sogno. A poche ore dal fatidico voto, infatti, migliaia di manifestanti si sono riversati nelle vie adiacenti al parlamento per manifestare tutto il loro disappunto. Una contrarietà che non conosce tregua, contro una legge che vorrebbe finalmente equiparare i matrimoni omosessuali a quelli etero, concedo così gli stessi diritti e doveri.

La minaccia di un ennesimo referendum è dietro l’angolo. A confermarlo i partiti di centro-destra, ostinatamente decisi ad impedire alla Slovenia di voltare pagina. Il tutto, proprio quando anche il Parlamento europeo sembra essersi destato dal quel lungo letargo. Per il momento non resta che attendere l’evolversi degli eventi, perché come diceva Pier Paolo Pasolini: “I diritti civili sono in sostanza i diritti degli altri”.

Mattia Bagnato