Storie dal Mondo

L’ombra della dittatura sull’Ungheria e il silenzio della UE

Il premier Viktor Orban approfitta dell'emergenza Coronavirus per assumere pieni poteri. Carcere fino a 10 anni per i trasgressori

Roma – Il Coronavirus non sta soltanto cambiando le nostre vite e le nostre abitudini, mietendo vittime in tutto il mondo e privandoci di alcune libertà fondamentali, ma, in alcuni Paesi, sta anche mettendo seriamente a rischio la tenuta della democrazia. È questo il caso dell’Ungheria di Orban.

PIENI POTERI AD ORBAN

In data 31 marzo 2020, infatti, il Parlamento ungherese, con 137 voti favorevoli e 53 contrari, ha approvato la ‘Legge di autorizzazione‘ che concede al primo ministro Viktor Orban pieni poter per combattere (almeno ufficialmente) il Coronavirus. In base alla legge approvata con il voto dei deputati di Fidesz, il partito di maggioranza sovranità guidato da Orban e dell’estrema destra, il premier ungherese ha ora poteri straordinari senza limiti di tempo e la possibilità di governare per decreti anche una volta finita l’emergenza, sciogliere il Parlamento, bloccare le elezioni e sospendere leggi già esistenti.
Spetta sempre a lui la facoltà di dichiarare la fine dello stato di emergenza; il tutto sempre a tempo indeterminato.

Sulla pandemia e sui conseguenti sviluppi potranno esprimersi soltanto fonti considerate ufficiali. Chi sarà accusato di diffondere “false notizie” rischierà da 1 a 10 anni di carcere. Anche se i criteri che definiscono la veridicità di una notizia restano volutamente ambigui: le parole usate nel testo della legge, infatti, appaiono vaghe abbastanza da giustificare un’azione repressiva nei confronti di qualsiasi critica riguardante l’attività politica e le misure messe in atto dal governo.
La nuova legge, inoltre, prevede fino a 8 anni di carcere per chi non rispetta il coprifuoco imposto dalle autorità.

In realtà l’ingente spiegamento di forze e il sistema di controllo quasi da “regime” non trova corrispondenza nei dati dei contagi effettivi rilevati nel Paese: al momento dell’approvazione dei pieni poteri di Orban, infatti, erano stati certificati 447 casi di contagio e 15 morti in tutta l’Ungheria. Anche se i dati reali, in realtà, potrebbero essere più alti. Le condizioni del sistema sanitario statale, infatti, sono piuttosto critiche: al personale sanitario mancano tute, mascherine, guanti e gli apparecchi di respirazione artificiali disponibili non sono sufficienti a garantire le cure a tutti i pazienti in caso di incremento del numero dei contagi. Inoltre, le politiche nazionaliste del governo hanno spinto molte persone, medici compresi, ad abbandonare il Paese lasciando un grande vuoto anche dal punto di vista del personale medico.

Intanto, il 9 aprile, il primo ministro ungherese ha annunciato un’estensione indefinita delle misure di blocco annunciate il mese scorso per arginare la diffusione del Coronavirus. Le restrizioni sui movimenti, che consentono solo spostamenti per lavoro o necessità, sarebbero infatti dovute scadere l’11 aprile. “Stiamo prolungando la durata delle restrizioni di movimento – ha ha spiegato Orban – Le stiamo estendendo indefinitamente e le riconsidereremo settimanalmente”.

LA SCALATA AL POTERE DI ORBAN

L’avversione di Orban verso il sistema democratico parlamentare non è nuova in realtà: da quando, nel 2010, si è insediato al potere, ha dato prova delle sue idee e misure fortemente autoritarie. La lenta erosione dell’indipendenza giudiziaria, le leggi sul lavoro che sono state definite “leggi schiavitù“, la censura dei media e delle voci indipendenti, acquistati da oligarchi a lui vicini, hanno più volte destato i timori di una deriva autoritaria, che oggi è ormai realtà.

Anche le recenti campagne elettorali (le elezioni politiche nel 2018 e le europee nel 2019) sono state vinte dal suo partito, Fidesz, facendo leva sulle paure e sull’odio istintivo delle persone verso il diverso, portando avanti una feroce propaganda anti-migranti. Non a caso, l’Ungheria è membro del Gruppo di Visegrád, da sempre su posizioni conservatrici, nazionaliste e di chiusura delle frontiere di fronte alla tragedia dei migranti.

IL SILENZIO ASSORDANTE DELL’EUROPA

Nonostante l’adesione dei suoi 13 eurodeputati sia stata ‘congelata’ dal Partito Popolare Europeo (PPE), e l’Ungheria sia finita sotto procedura d’infrazione per violazione delle norme in materia di asilo, dall’Europa non sembra essere arrivata una denuncia forte e decisa delle misure messe in atto dal primo ministro ungherese. Un’altra occasione persa per l’istituzione comunitaria di far sentire il suo peso e la sua voce e di ribadire delle regole comuni, almeno per quel che riguarda i diritti fondamentali dell’individuo e dei cittadini.

Anzi, la presidente Ursula von der Leyen si è in realtà tenuta cauta, limitandosi a un generico richiamo ai paesi membri di adottare “misure di emergenza limitate a quanto è necessario e strettamente proporzionato”. Questo è quanto si legge in un comunicato stampa pubblicato dopo il voto al parlamento di Budapest in cui non viene mai direttamente menzionata l’Ungheria.

A complicare il quadro della situazione contribuisce il rapporto stretto che la Polonia, altro Paese europeo a rischio deriva autoritaria, ha stretto con l’Ungheria, e che la protegge da eventuali procedure d’effrazione a suo carico da parte dell’Ue: in quel caso, infatti, la Polonia impedirebbe certamente l’unanimità necessaria affinché possano scattare delle sensazioni contro il suo Paese alleato.

I TRANSGENDER: LE PRIME VITTIME DEL REGIME DI ORBAN

I transgender sono state le prime vittime dei pieni poteri che Orban si è autoconferito col voto del Parlamento. All’indomani del “colpo di stato” istituzionale, è passata la legge che il suo fedele vice primo ministro Zsolt Semjen aveva preparato.

La legge prevede che da adesso in Ungheria le autorità non potranno più registrare sui documenti di identità il nuovo genere sessuale assunto da una persona transgender. Questa decisione comporta delle discriminazioni pericolose per questa categoria, come l’impossibilità di essere riconosciuti di fronte allo Stato come coppia sposata, una volta che la persona transgender ha cambiato sesso.
La persona sarà quindi schedata (come avviene e avveniva in Europa in passato in regimi di triste fama), ed escluso da ogni beneficio per le famiglie.

“Cambiare il proprio sesso biologico è impossibile, i caratteri sessuali primari e le caratteristiche cromosomiche sono immutabili e non possono essere modificate da nessun ufficio di registro dello Stato civile magiaro”, recita il testo della legge, pericolosamente simile a quelle promulgate dal regime nazista tra il 1933 e il 1945.

“Tale disposizione priva i transgender in Ungheria della possibilità di usare i loro documenti senza paura”, ha affermato al sito Lgbt e trans svizzero 360.ch Zsófia Szabo, dell’associazione trans magiara “Prizma Közösség”. A livello europeo l’associazione transgender Tgeu ha denunciato invece “l’enorme grave passo indietro imposto alla società ungherese”.

Come è ormai chiaro, il Coronavirus non miete soltanto vittime umane ma è anche la democrazia ad essere in pericolo. La paura e la rabbia fungono da combustibile per sistemi autoritari e nazionalisti che offrono sicurezza e ordine ai cittadini in cambio di ulteriori, gravi privazioni delle libertà fondamentali.
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Alessandro Mancini

Direttore editoriale e fondatore di Artwave. Laureato in Letteratura e Linguistica italiana, appassionato di fotografia e di arte, inguaribile sognatore, ritardatario senza speranze. Cerco la bellezza nei dettagli.

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