Cronache di Roma

LO STRANO CASO FIUMICINO

L’inferno all’aeroporto di Roma. Dopo l’incendio di maggio, la vicenda del Leonardo da Vinci è fitta di contraddizioni. Intanto, una serie negativa di eventi hanno caratterizzato l’estate del più importante scalo italiano.

Fiumicino (Roma)- In questi mesi l’aeroporto di Fiumicino è più volte finito sulle prime pagine dei giornali nazionali. Nella notte tra il 6 e il 7 maggio un incendio ha colpito il Terminal 3, quello dedicato ai voli internazionali. Il 15 maggio si guasta un radar e molti voli vengono dirottati su Ciampino. Nel pomeriggio del 29 luglio un incendio doloso è divampato nella vicina pineta di Coccia di Morto e ha causato il blocco di tutti i decolli dallo scalo per alcune ore. Il 19 luglio è stato riaperto il molo D del Terminal 3. Il 30 luglio un blackout elettrico, durato circa venti minuti e dovuto ad un corto circuito, ha causato nuovi disagi ai passeggeri con altri ritardi. Da venerdì 31 luglio è ancora particolarmente problematica la situazione di Vueling, una compagnia low cost spagnola che sta avendo “problemi di operatività e che ha quindi cancellato molti voli”. In una conferenza stampa all’hotel Hilton, a pochi passi dallo scalo romano, il Direttore delle Operazioni Volo della Vueling, Fernando Val, aveva attribuito i disservizi ormai in corso da giorni all’handlers Aviation Services, con cui la compagnia iberica è legata contrattualmente. Quest’ultima è una delle cinque società che nello scalo romano si occupano della fornitura dei servizi di assistenza a terra alle compagnie aeree e che non hanno nulla a che fare con la società di gestione dello scalo romano.

Dopo questa serie di disagi l’amministratore delegato di Alitalia, Silvano Cassano, ha detto che l’azienda sta considerando la possibilità di lasciare l’aeroporto di Fiumicino in mancanza di un piano convincente di rilancio dell’infrastruttura, aggiungendo che “l’aeroporto di Fiumicino non è ancora un’infrastruttura adeguata a fungere da hub di una compagnia con le nostre ambizioni”. Attivo dal 1961, l’aeroporto di Fiumicino fa parte della società A.D.R. (Aeroporti di Roma), controllata al 95,9 per cento da Atlantia S.p.A., il cui principale azionista è la famiglia Benetton. Sull’aeroporto di Fiumicino, “i proprietari hanno investito un terzo di quanto in media si investiva negli altri aeroporti europei. 60, 70 milioni l’anno: il minimo per garantire la manutenzione ordinaria”. Quello di Fiumicino, è un “aeroporto che funziona con mille deroghe alle norme di sicurezza. Deroghe concesse dai Vigili del Fuoco, senza le quali Fiumicino non potrebbe operare”.

Questa la breve e sintetica cronologia degli sfortunati eventi che in questi mesi hanno visto protagonista, in negativo, l’aeroporto di Fiumicino. Eventi tra cui spicca la chiusura, e la riapertura, e la nuova chiusura, e la nuova parziale apertura, del Terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino dopo l’incendio avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 maggio.

Il molo D del Terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino – quello colpito da un incendio nella notte tra il 6 il 7 maggio scorso – è stato riaperto lo scorso 15 luglio dopo una travagliata e lunga serie di decisioni e contro decisioni. La vicenda del Terminal 3 di Fiumicino è un labirinto costellato di sigle, contraddizioni e, soprattutto, di incertezze per i lavoratori. Capitolo 1 della vicenda: l’incendio. Sono passati solo quattro minuti dopo mezzanotte quando, nella notte tra il 6 e il 7 maggio, le fiamme e il fumo, all’improvviso, avvolgono il Terminal. Un’area di circa 1000 metri quadri. Incendio, secondo le ricostruzioni, generato da un corto circuito innescatosi in un controsoffitto dell’edificio. L’amministratore delegato di Adr, Lorenzo Lo Presti, precisa: “C’è stato un corto circuito che ha scatenato l’incendio nella zona commerciale, abbiamo 18mila centraline che rilevano il fumo che sono scattate e sono arrivati i vigili. Il Terminal 3 è distrutto dopo i varchi di sicurezza cioè la parte commerciale, il resto è agibile e non è stata interessata l’area del cantiere per il nuovo molo”. Il messaggio è chiaro: nessun problema, si torna al lavoro. E il giorno dopo il Terminal 3, malgrado i disagi, l’aria irrespirabile e i soffitti pericolanti, viene riaperto a passeggeri, agli addetti di Adr e ai commessi più coraggiosi dell’area commerciale. Tutti tornano al lavoro tranne gli agenti della Polizia di Stato e i medici in servizio nei presidi dell’aeroporto. Poliziotti e medici che decidono di rimanere fuori malgrado le rassicurazioni.

Capitolo secondo: l’intervento di ARPA , ASL e soci. Il 12 maggio, dopo numerosi casi di vomito, di ricoveri, di svenimenti e di attacchi d’asma tra il personale (almeno 150 i casi accertati secondo la Procura di Civitavecchia), viene richiesto l’intervento di ARPA (acronimo dell’ente Agenzia regionale per la protezione ambientale) e dell’ASL per monitorare l’inquinamento dell’aria nel Terminal. Nei giorni successivi entrano nella vicenda anche l’Istituto superiore di sanità (ISS), il CNR (il Consiglio Nazionale delle Ricerche), IGEAM (società di consulenza per l’ambiente, la salute e la sicurezza ) e, perché no,  la società Tecnologie d’Impresa.  Risultato? L’ENAC, dopo aver consultato in ordine, l’ARPA, l’ASL, l’ISS, il CNR, l’IGEAM e Tecnologie d’Impresa, decide di ridurre la capacità aeroportuale dall’80 al 60%. Tradotto: si continua a lavorare ma meno. Si passa da mille a seicento voli al giorno. E i voli low cost vengono spostati a Ciampino. Per evitare problemi di salute vengono anche ridotti i turni degli addetti dislocati nel T3. Capitolo terzo: si continua a lavorare, nel disagio più completo. Gli addetti, armati con una potentissima mascherina, tornano a lavorare nel Terminal. E chi si rifiuta? S’arrangi pure.

“(…)I dipendenti dell’aeroporto (Alitalia?) lavorano indossando una maschera facciale protettiva, ma non sempre il personale delle pulizie (ditte appaltatrici esterne) ne è dotato come pure non ne sono dotati i lavoratori precari e soprattutto il personale dei negozi dell’area C i quali lavorano senza protezione non a turni ridotti ma sulle solite 8 ore. Lasciamo perdere i passeggeri (…) Sia come sia, il fatto è che questi lavoratori devono operare in presenza di polveri inorganiche (cancerogene) e inquinanti come, tra i molti altri, le diossine, e non devono fiatare. Anche la loro iscrizione ad un sindacato che alza la testa è considerata disdicevole. Il classico o mangi questa minestra o salti dalla finestra è sempre valido: un ricatto che abbiamo già sperimentato chissà quante volte in chissà quante altre circostanze. Insomma, se vuoi pagare il mutuo, sii disposto a darmi la tua salute”.

Con mascherina e occhi spaventati così, gli addetti e i commessi dei negozi, si ritrovano a lavorare in una situazione di incertezza per la propria salute. Malgrado le raccomandazioni sparse dei sei enti coinvolti. L’Istituto Superiore di Sanità aveva consigliato, per esempio, “di mantenere in atto le misure di precauzione e protezione già adottate per minimizzare l’esposizione dei lavoratori”.

Capitolo quarto: l’indagato. Il 27 maggio, l’amministratore delegato di Adr, Lo Presti, è indagato dalla Procura di Civitavecchia per violazione della normativa sulla sicurezza dei lavoratori.Secondo l’accusa Lo Presti, come riporta Repubblica, “nella sua veste di datore di lavoro, ha fatto lavorare i dipendenti in condizioni di non adeguata sicurezza nei giorni successivi all’incendio che ha evastato in pochissimo tempo mille metri quadrati del terminal quando almeno 150 persone si sono rivolte ai medici per aver lamentato disturbi alla pelle e problemi di natura respiratoria”. La Procura sequestra il molo D del Terminal 3 per la “persistente inosservanza da parte dei datori di lavoro delle disposizioni previste dalla legge a tutela della salute dei lavoratori, culminata, nonostante apposite prescrizioni e diffide della Asl Rmd, nella riapertura, in data 17 maggio, della zona interdetta”.

Capitolo quinto: la società privata. Sono almeno 150, secondo la Procura, i lavoratori che si sono rivolti al medico per aver lamentato una serie di disturbi sulla pelle e di natura respiratoria. Gli inquirenti spiegano che una società privata, a cui Adr aveva affidato l’incarico di fare prelievi nell’aria dopo l’incendio, aveva escluso la presenza di tossicità nell’area del Terminal. Un elemento, secondo la Procura, che aveva giustificato l’apertura del molo D, adiacente al T3, con il parere favorevole dell’Asl competente di zona. Nel contempo, però, un altro dipartimento della stessa azienda sanitaria ha sollecitato l’intervento dell’Arpa che avrebbe registrato valori di diossina, pcb e furani 10 volti superiori rispetto a casi analoghi di roghi e incendi.

“Hanno provato a fare le analisi subito dopo l’incendio – spiega il deputato del Partito Democratico, Michele Anzaldi – analisi condotte da istituti privati che hanno appurato l’assenza di veleni nell’aria. Così è stata decisa la riapertura. Ma dopo i boatos e le polemiche politiche, è mancata la fiducia negli istituti privati. Sono state richieste le analisi di un ente pubblico. E qui sorge il vero problema. La Asl ha detto che non è in grado di farle. L’Asl competente, la Rm D, è anche commissariata per un presunto scandalo. L’Arpa ha fatto solo i rilievi per la diossina, che è stata trovata, ma non esistono limiti di legge”. E poi, continua Anzaldi, “è stato coinvolto l’Istituto Superiore di Sanità, ma non c’erano i soldi per fare le analisi dell’aria. A questo punto è subentrata l’Enac che ha deciso di mettere sul piatto 200mila euro circa per fare le analisi. Qui emerge il vero paradosso di tutta questa vicenda: perché mancano le centraline, e quelle che già ci sono, sono impegnate altrove”. Tradotto: nessuno sa cosa fare.

Capitolo sesto: la chiusura del T3. Domenica 28 giugno 2015 l’Iss, Istituto Superiore di Sanità, annuncia – dopo aver presentato una relazione al ministero della Salute – che il Terminal 3 resterà chiuso fino alla fine della bonifica. L’Iss rileva infatti “il permanere di una sorgente di contaminazione attiva e la concentrazioni di alcuni inquinanti. Prima della riapertura del terminal si raccomanda di procedere in modo tempestivo all’eliminazione radicale della sorgente inquinante”. Le concentrazioni di diossina nell’aria al gate D dell’aeoroporto di Fiumicino “sono secondo i nostri campionamenti 30 volte superiori al limite previsto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per una popolazione normalmente non esposta” ha detto Loredana Musmeci, direttore del Dipartimento Ambiente dell’Istituto Superiore di Sanità, nel corso di un’audizione al Senato davanti alla commissione d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro “in ordine ai profili di sicurezza e salubrità degli ambienti di lavoro connessi al recente incendio sviluppatosi all’aeroporto Leonardo da Vinci di Roma”. “All’interno del Terminal 3 abbiamo registrato concentrazioni di diossina fino a 3.000 femtogrammi, mentre all’esterno dello stesso Terminal 3 i nostri campionamenti danno valori tra 20 e 50 femtogrammi”, ha precisato Musmeci, sottolineando che “la differenza tra noi, l’Arpa, il Cnr e l’Asl da una parte e Adr dall’altra è che prendiamo come parametri di riferimento dei valori diversi: Adr prende i valori limite di soglia, o Tlv, che sono previsti per i lavoratori delle industrie, quindi per una popolazione specifica, consapevolmente esposta, e in questo caso tali valori sono 100mila femtogrammi di diossina, mentre noi prendiamo come riferimento i limiti dell’Oms, validi per il resto della popolazione, e che hanno come limite massimo 100 femtogrammi”. “È quindi evidente che per l’Enac sia tutto ok – ha proseguito la dirigente dell’Iss – ma per noi non è così”. Tradotto: l’Iss prende come parametri di riferimento quelli previsti dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Secondo questi valori il livello di diossina è troppo alto. Adr invece prende come riferimento i parametri dei lavoratori nell’industria. E secondo questi valori i livelli di diossina sono nella norma.

Resta da capire: quali sono i parametri da prendere come riferimento? Risposta: nessuno lo sa con certezza. Capitolo sette: il molo D del Terminal viene di nuovo riaperto dopo il parere positivo dell’Asl. Le ultime analisi effettuate sulla qualità dell’aria da parte della Asl RomaD e dell’Istituto Superiore di Sanità vengono infatti definiti “confortanti”. I livelli di concentrazione di diossine e altre sostanze (rilevate in quantità superiori ai limiti indicati dall’Organizzazione Mondiale di Sanità nei mesi passati) sono risultati dagli ultimi test in diminuzione. Il dipartimento di prevenzione della Asl Rm D ha quindi comunicato ad Adr ed Enac che si può procedere alla riapertura del molo D, precisando che il “sito primario dell’incendio richiede ancora un intervento di bonifica e comunque, al momento, non rappresenta una fonte di pericolo perché è stato sigillato e isolato”. Quello di Fiumicino però resta, come scrive Giovannini della Stampa, un “aeroporto che funziona con mille deroghe alle norme di sicurezza. Deroghe concesse dai Vigili del Fuoco, senza le quali Fiumicino non potrebbe operare”. La domanda finale, la più importante, sullo strano caso del Terminal 3 di Fiumicino, la pone una delle tante lavoratrici aeroportuali con una lettera inviata al sito francescoiacovone.com:

(…) Perché devo scegliere tra il mio lavoro e l’incerto? Sì, l’incerto del domani per aver respirato qualcosa che potrebbe cambiare il mio futuro di donna, di madre (…) Le mie 8 ore sono finite ed io sposto i miei pensieri fuori di qui, conto l’incasso della giornata prima della chiusura. Ok, un ottimo incasso…” Evidentemente, conclude la donna, “l’incasso è più importante di me…”.

Gianluca Pace

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Gianluca Pace

Laureato in Storia contemporanea, dal 2011 collaboro con Blitz quotidiano. Giornalista pubblicista, ho alternato nel tempo diverse collaborazioni con giornali online. Amo la letteratura americana contemporanea, il cinema, i viaggi e la musica. E la mia città

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