Di fronte all’emergenza migranti e per condividere l’onere del controllo dei confini europei, verrà formata una nuova “polizia di frontiera”. Agilità e integrazione le parole chiave.

Roma- In questi difficili tempi, segnati da molteplici tensioni a livello internazionale, l’Unione Europea sta dando prova di una ferrea volontà nel garantire ai Paesi che vi partecipano la giusta attenzione. Proprio in questi giorni, tra le altre cose, in seno alla Commissione UE è stato approvato un pacchetto di modifiche al codice dell’accordo Shengen indirizzato ad aumentare il controllo delle frontiere dell’Unione tra gli Stati Europei. Tale modifica, che prevede la formazione di un’ apposita “polizia di frontiera” composta da circa 1500 unità capace di muoversi velocemente verso quegli Stati UE che dovessero trovare difficoltà nel controllo dei confini, rappresenta un importante momento di integrazione che, come ha sottolineato Patrizia Toia , deputata al Parlamento europeo, l’Italia saluta con favore.

Se è vero che l’Unione europea esiste e se si vuol far fare un nuovo “piccolo passo” a questa unione, la possibilità di garantire un efficace e adeguato controllo dei confini è un qualcosa che già da tempo ci sarebbe dovuto essere. Il Consiglio dell’Ue ha così chiesto una modifica forte fondata su una scelta difficile che, di certo, può far sorgere preoccupazione se si pensa al fatto che non sarà necessaria (in ultima istanza) l’approvazione dello Stato interessato ad un eventuale intervento. Questa però è una preoccupazione che, seppur legittima, da un lato non dovrebbe andare oltre la speranza che la gestione della cosa sia messa in mano a personale competente e professionale e, dall’altro, non può non tener conto che si tratta di un’opzione che, comunque, sarebbe presa in considerazione solo in qualità di “ultima spiaggia”. In tal senso, si potrebbe leggere come un positivo e ottimistico compromesso alla spinosa questione della volontà di conservazione della sovranità nazionale .

Prendendo come esempio il Libro Bianco della Difesa presentato nel 2015 dal Ministro della Difesa Roberta Pinotti, ci si accorge che è sentita da più parti e studiata da molteplici punti di vista, la necessità e l’utilità di dar forma ad una politica che garantisca un’assunzione di responsabilità comune delle frontiere esterne dell UE. Nonostante non si stia affatto parlando di esercito europeo (e chissà se ci si arriverà mai), il garantire l’intervento di un certo numero di uomini pronti a muoversi in caso di necessità (e con più libertà rispetto a Frontex) per fronteggiare opportunamente problemi quali ad esempio quelli legati alle migrazioni, sembra quantomeno una valida iniziativa che, per quanto limitata, appare decisamente utile. Come ha fatto notare il commissario UE agli Affari interni, Dimitris Avramopoulos, “la gestione delle frontiere esterne d’Europa diventerà una responsabilità europea nel suo vero significato”. Responsabilità che, tra le altre cose, potrebbe rappresentare effettivamente un’ulteriore feconda opportunità per migliorare organizzazione, cooperazione e coordinamento tra i membri UE.

Non resta che sperare che questa scelta venga gestita nel modo migliore, dimostrando ancora una volta che il vecchio continente è capace di dar vita ad interessanti forme di cooperazione nonostante le storiche divisioni che lo caratterizzano.

Federico Molfese