Galassia MediaMicro

L’ITALIA E LA CRISI OCCUPAZIONALE

I dati emersi dall’ultimo report dell’Istat sono implacabili. A farne le spese sono soprattutto i giovani, inghiottiti negli abissi di una disoccupazione dal quale non si vede la luce

 

L’ultimo report dell’Istat, racconta di un paese ancora alle prese con una crisi occupazionale che non è mai stata così seria. Impantanato com’è nelle sabbie mobili di una disoccupazione che non accenna a diminuire. I dati o scripta, come dir si voglia, però parlano anche di una flebile luce in fondo al tunnel. Un barlume di speranza incarnato da un + 0,9% di occupazione giovanile mai visto dal 2013. Meglio di così si muore, verrebbe da dire.

 

Niente affatto, purtroppo. A fare da contraltare ai risultati pubblicati dall’Istituto, infatti, c’hanno pensato quelli resi noti da Eurostat. Numeri altrettanto chiari, implacabili, che ripropongono la solita vecchia storia, aimè. Quella che da sempre contrappone due differenti visioni della vita: quel bicchiere mezzo pieno per alcuni e mezzo vuoto per altri. È tutto qui il nocciolo della questione. Da un lato, infatti, ci sono i nostri vicini di casa, Francia e Spagna, decisi a buttarsi alle spalle i momenti più bui. Dall’altro c’è l’Italia che, come al solito, preferisce crogiolarsi al sole di sterili percentuali.

 

Da Bruxelles con furore – Le stesse vuote statistiche dalle quali sarebbe meglio tenersi alla larga. Non fosse altro, perché forvianti e inadatte a descrivere quel “paese reale” a cui tutti, destra e sinistra, fanno tanto riferimento. Come una prassi consolidata, infatti, sembra non ci sia altro Dio al di fuori di numeri e sondaggi. In un modo o nell’altro, alla fine, il dibattito politico finisce sempre lì. Peccato mortale, a mio avviso, perché dietro alle cifre ci sono persone in carne ed ossa. Giovani, soprattutto, divenuti merce di scambio ai tavoli internazionali.

 

La meglio gioventù –  È un grido di rabbia quello che si leva alto dalle aule universitarie e dai centri di ricerca. Soffocato e messo a tacere da chi ha già deciso di poter fare a meno di loro. Un destino impietoso li attende: cadere tra le “grinfie” di quei paesi che, a ragione, hanno scovato in loro straordinarie capacità. È una storia triste questa, fatta di sacrifici e sogni infranti. Un racconto tedioso, che come tale si ripete invariato da molto tempo. Una favola antica ma dal titolo moderno, quasi british: Flexibility. Il “verbo” supremo a cui si sono piegate le leggi del mercato del lavoro.

 

Volta la carta e Lui non c’è più –  Come tutte le favole che si rispettino, anche questa potrebbe iniziare con: c’era una volta… C’era una volta, ma adesso non c’è più, un paese lontano chiamato Italia. Era una paese piccolo e pieno di eccellenze, a forma di stivale. Il suo Made era rinomato in tutto il mondo, le sue genti si alimentavano di arte e culture e delle sue bellezze naturali faceva vanto. Ma questa è un’altra storia, perché questo paese ormai non esiste più. Al suo posto adesso c’è una landa che, a guardarla bene, sembra davvero desolata. Arte e cultura, salvo rare eccezioni, sono diventate il simbolo nostalgico di un paese che fu. Patrimonio inestimabile perso per sempre.

 

Al peggio non c’è mai fine – Fa male al cuore vedere con quanto leggerezza la classe dirigente ha smesso di credere in questo “Bel paese”. Svenduto a faccendieri senza scrupoli. Pompei e solo l’ultimo tra i molti tragici esempi. Se possibile, però, c’è ancora di peggio. C’è l’immagine, questa sì reale, di un paese che ha smesso di investire sui suoi giovani. Quelli e bravi e preparati, che fuggono all’estero e raggiungono traguardi impensabili in patria. Serviranno a poco o niente: job acts, bonus cultura e sussidi vari, se non si ritornerà a dare spazio alle idee nuove. Quelle giovani, appunto.

 

Non è tutto ora quel luccica –Sin fa un gran parlare di flessibilità del mondo del lavoro, di dinamismo e di un anacronistico concetto di posto fisso. Tutto vero. Lo sanno bene i giovani anglosassoni, così come i loro coetanei tedeschi o francesi. Ciò che però ci si dimentica spesso di ricordare è l’attenzione con cui questi paesi si prendono cura dei loro cervelli migliori. Che senso ha, viene da chiedersi, “spendere” milioni di euro per offrire un’adeguata preparazione alle giovani generazioni se poi si rinuncia a loro “servigi”. Non ha alcun senso, difatti.

 

Nascondersi dietro ad un dito – Ne ha ancor meno, poi, parlare di rottamazione e di un’Italia che deve ripartire se poi i giovani sono rilegati a ruoli subalterni. Privati di quelle opportunità che meritano e che, soprattutto, si sono guadagnati sul campo. Diventa necessario allora sfatare un altro mito, anche esso sempre presente nei sondaggi a cui si faceva riferimento prima: la fiducia. Sbandierata come un vessillo da mostrare al mondo, è proprio ciò che i giovani italiani hanno perso. Smarrita tra un lavoro a chiamata e stage non retribuito.

 

C’è un problema di fondo in questo paese e non è la corruzione o il malaffare, è la stessa lungimiranza di cui si parlava all’inizio. Quella visione prospettica che dovrebbe, condizionale quanto mai d’obbligo, aprire la strada al nuovo dando il meritato riposo al “vecchio”. Bisognerebbe farlo prima che sia troppo tardi, riabilitando un’intera “generazione perduta” che aspetta solo di dare il proprio contributo. L’Italia ha passato troppo tempo alla finestra, salutando con il sorriso amaro migliaia di giovani diretti chi sa dove. È arrivato il momento di invertire la rotta.

 

Per farlo è necessario riscrivere le regole del gioco, mettendo da parte quelle di “forneriana” memoria. Soprattutto, però, è fondamentale smettere di credere che i giovani italiani siano solo dei banboccioni buoni a nulla.  Loro, i nostri ragazzi, hanno tutte le carte in regole per caricarsi sulle spalle il futuro di questo paese. Lo stesso paese che per anni li ha umiliati e delusi, ma che dagli Stati Uniti all’Australia non hanno mai smesso di amare. Chiedono solo una possibilità per dimostrare il loro valore. Perché un paese che non investe sui giovani è un paese senza futuro.

 

Mattia Bagnato

Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button