Dossier

L’ITALIA CHE SPEZZO’ LA TENAGLIA RUSSA

Un italiano sul fronte del Don. Il 26 gennaio del 1943 ci fu la battaglia di Nikolajewka. Luoghi e sensazioni di Giulio Turelli, uno degli alpini che ha combattuto fino alla ritirata russa. Quel giorno c’era.

Sale Marasino (Brescia)- Settantadue anni fa Giulio Turelli, uno dei reduci più anziani d’Italia, classe 1914, ha trascorso il suo ventinovesimo compleanno nelle gelide campagne russe. Con lui migliaia di uomini camminavano, sciavano, si trascinavano e venivano portati a spalle o con slitte improvvisate verso Nikolaewka, o Nikolajewka se si preferisce la traduzione in lingua tedesca, forse più nota e utilizzata in Italia. Li molti di loro sono rimasti. Ma non Giulio. Oggi  Turelli, che ancora oggi vive nel bresciano sul suo lago d’Iseo e che è una delle poche penne nere in grado di raccontare la sua storia e quella della tragica ritirata di Russia. E quando lo fa gli occhi gli diventano lucidi e la voce trema. Ma appena un po’. Perché il Giulio è un Alpino con la A maiuscola. Non uno di quelli che si beano della penna che qualcuno gli ha messo in testa. Il Giulio è uno di quelli che è stato “Alpino –  nato ai piedi delle Alpi” più di cent’anni fa e ancora lo resta, con tutta la forza del lago e delle montagne bresciane che gli scorrono nelle vene.

Venerdì scorso ha festeggiato i 101 anni in casa sua, con gli appartenenti al gruppo Ana di Marone, cui è iscritto praticamente da sempre. <<Non solo ho compiuto gli anni in Russia – racconta Giulio Turelli – ma nel 1941 ho compiuto i miei 27 anni in Albania: due genetliaci in due diversi teatri di guerra. Era  la sera in cui è stato ucciso Serafino Gnutti, il grande ufficiale Lumezzanese ricordato in questi giorni>>. Giulio Turelli 101 anni sembra non averli. Ne dimostra venti di meno: continua a essere autosufficiente e vive al primo piano facendo le scale più volte al giorno. A volte accenna persino delle corsette, perché <<Il mangiare bresciano genuino, l’esercizio fisico e i valori alpini ti tengono in perfetta forma>> dice. Eppure ha avuto una vita difficile. Segnata dalla guerra e dal lavoro. <<Senz’altro il periodo peggiore è stato quello bellico- spiega il reduce- credevo nell’Italia e ho fatto il mio dovere, ma è stato davvero terribile. Quanti compagni ho perso prima in Albania e poi in Russia. Non posso dire che a quei tempi festeggiavo il compleanno. Era un giorno, semplicemente. Duro, crudo, freddo e insanguinato come tutti gli altri. Eravamo dei disperati che cercavano la salvezza. Ma l’onore, la fiducia e l’amore per la nostra Italia non sono mai mancati. Forse sono proprio loro ad averci riportati a casa>>.

Giulio Turelli, che indossa il cappello da Alpino del nipote, dato che il suo è rimasto nel campo di concentramento dove è stato internato una volta tornato dalla Russia, era parte del 6° Reggimento Alpini divisione Tridentina nella 255esima Compagnia battaglione Chiese, un supplemento del Vestone formato da richiamati. Indossa al petto due croci al merito di guerra, una per l’Albania e una di Bronzo per la Russia. <<Da raccontare c’è moltissimo- ha spiegato – Occupavo la postazione più avanzata, mi hanno dato una seconda squadra, una squadra pesante. Ero proprio lì sopra il Don. Il freddo era nostro amico. Chi non ce la faceva più e si fermava sedendosi ai margini della pista, moriva congelato. I feriti meno gravi venivano trasportati con le slitte, gli altri venivano abbandonati nelle isbe, ovvero le abitazioni russe tipiche dell’area dove ci trovavamo. Molti sono morti colpiti dai Russi, ma tanti sono caduti per il freddo e la fame. Ho visto tanti, tanti morti, che era una cosa incredibile. Per entrare a Nikolajeswka bisognava passare sotto un ponte ferroviario e il fuoco nemico era concentrato proprio lì. Non c’erano posti per nascondersi se non i buchi provocati dalle bombe e quelli erano posti sicuri. Io invece di passare sotto il ponte sono salito sulla scarpata, così me la sono cavata. La mattina del 27 gennaio, il giorno dopo l’assalto, quando è stata l’ora di partire, mi trovavo dentro un recinto per animali. coperto di frasche. Con me c’erano altri tre uomini che invece di ripartire hanno preferito arrendersi ai Russi. Loro non sono più tornati. Io invece ho continuato la marcia. Dal Don fino a Varsavia ho marciato, poi con la prima tradotta ho fatto ritorno verso casa, o almeno così credevo>>.

Per giorni il maronese, che da qualche anno vive a Sale Marasino con i parenti, non si è fermato, camminando, cercando di trovare un modo per tornare dai suoi cari. Una volta in Italia è stato portato in Germania, in campo di concentramento. Anche lì l’alpino Giulio Turelli, orgoglio del lago d’Iseo, non ha ceduto. E’ ancora qui. A raccontare. Il reduce bresciano rappresenta un patrimonio ineguagliabile per la storia bellica. Ricorda perfettamente ogni particolare, persino le armi in dotazione al Regio Eservito italiano.

<<Il fucile 91 che era un po’ ingombrante, però era un’arma di precisione. Avevamo il cannone 75, una vera anticaglia – spiega -I Russi avevano il parabellum che era un’arma automatica con 70 colpi, avevano anche le “katusce” cioè le bocche di fuoco. Dov’erano i nostri carri armati, i nostri aerei, le bombe e le munizioni? Noi italiani avevamo un gran coraggio e molta buona volontà, ma non avevamo i mezzi per fare la guerra>>. Giulio sottolinea anche che a suo parere le truppe non furono preparate ed equipaggiate a dovere. <<Avevamo quegli scarponi pesanti, pieni di chiodi che non servivano a niente. Io sono stato fortunato perché non so come ho trovato un paio di stivali di feltro che mi hanno salvato i piedi – continua il reduce -Ben presto molti soldati hanno lasciato gli scarponi, sostituendoli con degli stracci; di giorno i piedi, anche con gli scarponi, congelavano e di sera vicino al fuoco gli scarponi diventavano duri e si restringevano, nel tentativo di riscaldarli. Prima di iniziare la ritirata, in gennaio, ci hanno distribuito dei pastrani foderati con una pelliccia abbastanza pesante. Io, che ero rientrato da un breve periodo di infermeria per la febbre, non sono riuscito ad averlo. Per fortuna uno mi ha dato una lunga pelliccia di orso.

I Numeri della Battaglia

La mattina del 18 gennaio, all’inizio quindi della ritirata, vicino ad un giovane russo morto ho trovato e preso il suo copricapo. Tanto a lui non serviva più! Il nostro passamontagna era troppo leggero e non ci proteggeva per niente facendoci venire un gran mal di testa. Più tardi ci hanno dato una cuffietta di panno, ma”. Turelli, che ha concesso la sua prima intervista qualche anno fa ai ragazzi delle scuole del paese, al sito “Marone a Colori” gestito dal signor Giambattista Pezzotti e a Il Giorno (con pezzi editi nel 2013-2014-2015), spiega anche il rapporto degli Alpini italiani con le truppe tedesche.<<Non eravamo tenuti in gran considerazione dai soldati tedeschi- dice – mentre il rapporto con la popolazione russa e specie con le donne era buono: ci aiutavano e ci davano da mangiare. Dall’inizio della ritirata fino al giorno in cui siamo saliti sulla tradotta per ritornare a casa abbiamo dovuto arrangiarci. Entravamo nelle isbe e cercavamo qualcosa da mangiare, uccidevamo gli animali che si trovavano. Una sera io e altri due soldati eravamo in un capannone, eravamo messi veramente bene. Poi ne arrivarono molti altri tanto che alla fine abbiamo dormito seduti. Sopra una balla di paglia c’erano delle bucce di patate lessate e pochi pezzi di patate nere. Tra di noi il capitano Leidi, che era distrutto e affamato, continuava a guardarli. Noi l’abbiamo messo in guardia avvertendolo che quel cibo gli poteva far male, ma la sua fame era tanta che se l’è mangiato. Gli ho detto: “Stai con noi e vedrai che domani sera riuscirai a mangiare”.

La sera dopo, ho visto una capra e le ho sparato: aveva un capretto. Ho pensato: “Chissà se si può mangiare?” Mentre facevo questi pensieri ho visto una manzetta, l’ho uccisa e l’abbiamo mangiata subito. Abbiamo cucinato un buon spezzatino di carne e patate, che ci è durato per alcuni giorni. Ho pensato anche alla capra, sono uscito per prenderla, ma dell’animale non c’era più niente”. Il Giulio, quando ci parli, ti lascia senza parole. Perché ricorda ogni dettaglio della Guerra, che ritrae cruda e senza alcuna pietà. E’ , tra l’altro, l’unico testimone della morte del tenente alpino Serafino Gnutti, inquadrato nel “Val Chiese”, caduto nella notte tra il 20 e il 21 gennaio 1941 in Albania, dove è stato prima che in Russia. Turelli attribuisce la colpa non tanto alle truppe nemiche bensì a dei traditori. << Mi ricordo che mi il mio comandante Serafino Gnutti diceva: “Stammi vicino, stammi vicino… Sparavo, ma ad un certo punto il fucile mi si è inceppato e Gnutti mi ha detto: “Va’ dietro e cambialo”. Non lo’ho mai più rivisto. Lo hanno portato via le persone, sicuramente italiane, che quando eravamo insieme gli dissero “Gnutti vieni avanti che ti spariamo con le tue stesse armi”>>.

Milla Prandelli

 

Milla Prandelli ringrazia il gruppo Ana di Marone e Alberto Giudici oltre che Giulio e famiglia.

Milla Prandelli

Giornalista professionista iscritta all'Ordine, in Italia è corrispondente del Giorno e del QN da Brescia. Opera come giornalista embedded dal 2008. Con il suo libro "Sguardi di Pace Guardiani di Pace - Viaggio in Afghanistan al seguito delle Forze Armate Italiane" ha vinto il premio giornalistico Sodalitas nella categoria fotoreportage. Oltre che sul Giorno ha all'attivo pubblicazioni su prestigiose riviste e portali di informazione come Diva e Donna e Tgcom. Ha eposto le sue fotografie, tra gli altri, a Milano alla caserma Santa Barbara ospite del Reggimento Artiglieria a Cavallo Voloire, a Saronno, A Brescia a Palazzo Martinengo, a Iseo a Castello Odoffredi, Capriolo, Sarnico, Mairano e Paratico. E-Mail: millaprandelli@yahoo.it

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