Dossier

L’ISIS IN INDONESIA

Esplosioni e scontri a fuoco a Giacarta. La capitale dell’Indonesia piange le vittime di una “religiosità” complicata.

Giacarta (Indonesia)- “La nostra nazione ed il nostro popolo non devono aver paura. Non saremo sconfitti da questi atti di terrore. Mi appello alla popolazione perché mantenga la calma”. Queste le parole del presidente indonesiano Joko Widodo nel commentare l’incivile attacco rivendicato dal Daesh che ha nuovamente scosso la Repubblica d’Indonesia.

Se da un lato le esplosioni e gli scontri a fuoco fanno molto rumore, l’Indonesia vive già da tempo una situazione molto particolare. Nonostante sia uno Stato a maggioranza musulmana, una rapida occhiata al suo background può bastare per mettere in luce le caratteristiche fondamentali di quella  realtà che è l’Indonesia; una realtà nella quale lo scontro tra diverse interpretazioni della dimensione religiosa dell’uomo ha spesso portato a conflitti di vario genere.

Volendo comprendere la natura di certi attacchi non si può non pensare alla politica seguita dall’attuale presidente Widodo relativamente al rapporto del Governo con le varie confessioni religiose presenti nel territorio. In tal senso, l’azione di Widodo si distingue da quella del suo predecessore Yudhoyono soprattutto nell’aver concesso una maggiore attenzione a quelle che sono le minoranze religiose, minoranze che da tempo lottano per avere la giusta attenzione.

Da un lato si ha un islam forte e radicato, ma con due facce: una caratterizzata dalla feconda moderazione di una maggioranza che ha saputo legare efficacemente islam e democrazia, l’altra composta da una ristretta minoranza che riflette la triste assolutizzazione di idee che sfociano in azioni terroristiche. Dall’altro lato, invece, si assiste alle difficoltà vissute da quella popolazione legata a forme di religiosità tradizionali, al cristianesimo, all’induismo indonesiano (come quello dei Tamil e dei Karo), al buddhismo ed al confucianesimo. Tra queste minoranze vale la pena citare anche quella degli “ahmadiyya”, i quali, generalmente, non sono accettati dalle fasce più radicali dell’islam in quanto non riconoscono Maometto come ultimo profeta.

A rendere sicuramente più complessa la situazione c’è il fatto che il governo riconosce solo alcune religioni: l’islam, il cattolicesimo, il protestantesimo, l’induismo, il buddismo ed il confucianesimo. Riguardo a questo riconoscimento, è bene precisare che per i cittadini indonesiani è necessario identificarsi con una di queste religioni definendo sulla carta di identità l’appartenenza ad una di esse (cosa che, se da un lato conferma l’accettazione di un certo pluralismo, dall’altro appare come un atto coercitivo nei confronti di coloro che non si riconoscono pienamente in tali religioni). Chiaramente l’ateismo non è minimamente contemplato come dimostra la storia di Alexander Aan che, per essersi dichiarato ateo, è stato incarcerato per 19 mesi con l’accusa di aver incitato all’odio religioso, blasfemia e istigazione all’ateismo. La libertà religiosa e di parola, riconosciuta dalla Costituzione indonesiana, non è (o almeno non era –sotto il governo di Yudhoyono) pienamente garantita. Di fronte a questa tendenza all’estremismo, non stupisce l’avversione che certi gruppi fondamentalisti possono provare verso il presidente Widodo. Difatti, tra le altre cose, l’attuale presidente mira ad attenuare sempre di più la distanza del governo dalle minoranze, ad esempio, eliminando l’obbligo di riportare sulla carta di identità la religione di appartenenza, garantendo così una maggiore libertà di culto e di privacy. Particolarmente interessante in tal senso è il fatto che nel 2012 un comitato di 700 delegati di 300 popoli indigeni si è mosso per chiedere l’eliminazione di tale obbligo ed il riconoscimento e la tutela delle loro religioni, fondamenta della loro identità.

L’Indonesia già da qualche tempo vede la tensione interna al Paese farsi sempre più forte, basti pensare al fatto che nel 2014 nella città di Sulawesi, a Makassar, molti uomini sfilarono dichiarando la loro appartenenza all’Isis. Nonostante le cose si facciano sempre difficili durante una fase di crescita e cambiamento, l’augurio è che queste difficoltà non fiacchino la volontà del presidente indonesiano nel puntare a rendere questo Stato un luogo fondato sempre di più su principi di fratellanza e unità. “Bhinneka tunggal ika”, “uniti nella diversità”, questo il motto dell’Indonesia che, ricordato anche all’interno del simbolo nazionale, si spera continui ad essere un faro verso l’uguaglianza, la lotta al terrore e a quella contro ogni tipo di assolutizzazione.

Federico Molfese

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Federico Molfese

Laureato in Relazioni internazionali presso l’Università di Roma La Sapienza, ha approfondito i suoi studi seguendo un master in Mediazione interculturale e interreligiosa presso l’Accademia di Scienze Umane e Sociali di Roma. Appassionato di geopolitica e attento a temi quali diritti umani, dialogo nelle sue più svariate forme, fondamentalismi e metodi per la risoluzione dei conflitti, ha svolto diverse conferenze presso alcuni istituti scolastici di Roma. Attraverso un periodo di stage presso l’Onlus “InMigrazione”, nel campo dell’accoglienza dei migranti in territorio nazionale, ha potuto ulteriormente approfondire la sua conoscenza riguardo il rapporto che intercorre tra lo Stato italiano, l’Unione Europea ed il fenomeno migratorio. Per diletto si interessa allo studio delle religioni e della simbologia sacra, nonché all’insegnamento di diverse discipline marziali. Ama storie fantasy di autori come Tolkien, Michaele Ende, Jule Verne e Stevenson e nutre una grande passione per la scrittura.

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