Spazio Kabul

L’INFERNO ABU DHABI

Gli Emirati Arabi sono la prima tappa del viaggio del contingente italiano in Afghanistan. In una zona franca, fanno sosta i nostri militari che partecipano all’operazione Nato tra Herat e Kabul. Abbiamo volato insieme a loro

Abu Dhabi (Emirates)- Nell’immaginario collettivo, Abu Dhabi e gli Emirati Arabi rappresentano, ormai da anni e anche per noi italiani, lo sfarzo delle vacanze. Un po’ come Sharm e il Mar Rosso all’inizio: dapprima proibitivi, poi piano piano accessibili ai più. Abu Dhabi non è ancora inflazionata come Sharm, ma molti vacanzieri italici la scelgono per un soggiorno a sette stelle. Lusso e relax per dieci giorni e nove notti da sogno. Piscine, shopping, cene abbondanti e carte di credito che si consumano strisciata dopo strisciata. Eppure la voglia di partire per Abu Dhabi non sempre c’è, anzi per molti, Abu Dhabi è la prima tappa dell’inferno.

Un inferno chiamato Afghanistan. La partenza è dall’Italia, dagli aeroporti più vicini alle città dove risiedono i reggimenti: Pisa per la Folgore, Cagliari per la Sassari, e poi Roma, ovviamente, che è sempre un punto e un nodo di scambio.

Il Terminal 2 di Fiumicino brulica di militari in mimetica e gli anfibi color sabbia ti dicono già la destinazione: Herat. Ma prima di giungere a Camp Arena, lo scalo obbligatorio è qui: Abu Dhabi. Inevitabile, pensare a questo paradosso, che racchiude anche quelle che sono le contraddizioni di una missione, che parla di pace attraverso la guerra, che difende la vita lì dove si continua a morire, che crede nella democrazia decidendo da sé il capo del governo, che vuole sconfiggere la prepotenza ma imporre l’autorità.

Lo stesso paradosso che c’è tra la ricchezza di Abu Dhabi e la povertà di Herat e dei suoi distretti. L’aereo è pronto al decollo. I soldati in mimetica, carta d’imbarco alla mano, prendono il proprio posto. Nessun bagaglio a mano, se non lo zainetto tattico. Poi, si imbarca tutto in quei bauli neri di plastica acquistati nei Pix, in una precedente missione, che li ha portati in Libano, Kosovo o già in Afghanistan. Perché quando li senti parlare, ti dicono: “il secondo, il terzo, il quarto Afghanistan”.

Prima del decollo, l’ultimo saluto a casa, “Sto partendo”, poi il silenzio. Quando ho volato con loro per il Kosovo, ma anche per il Libano, li sentivi gli scherzi tra commilitoni, qui no. La destinazione è troppo impegnativa, anche da questo ti accorgi della difficoltà di una missione. L’hostess, poco dopo la mezza notte, passa per la cena, compresa nel costo dell’affitto di un volo di linea. Già, perché in missione si va con un normalissimo volo di Meridiana, o Eurofly, con tanto di regolare check-in.

Al Bateen è l’aeroporto di Abu Dhabi. Ti accoglie l’afa, il caldo e la maglietta ti si appiccica addosso. In fila, si arriva alla “check baggage”, l’area controllo bagagli. Tutto sa di inglese nel vocabolario del nostro contingente. Un omino con la casacca giallo fluorescente ti riceve con un megafono per darti le istruzioni. Poi, il ritiro della cena in una scatola di cartone. Sono le tre, le quattro del mattino. Si ripartirà per Herat l’indomani alle sette o alle otto. Le ore sembrano non passare e il tempo sembra essersi fermato qui in questa zona franca dell’aeroporto della capitale degli Emirates, dove all’eccesso si affianca il proibizionismo.

Basti pensare che si controllano i frigoriferi per accertare che non venga consumato l’alcol, non prescritto dall’Islam, e che le autorità locali hanno emesso un editto per vietare ogni forma di luce o addobbo nel periodo natalizio, questo perché inaccettabile, secondo la loro, la parola Christ…nel “Merry Christmas” inglese. Così anche per la Task Force Air italiana, niente albero né presepe. Ma nessuno se ne fa un problema: Natale, quando stai missione, dopotutto è un giorno come un altro.

Qualcuno si sdraia su una delle tante brandine appoggiate per la sosta, all’aria aperta, anche se l’umidità è qualcosa di indescrivibile. Qualcun altro si appoggia nella sala fornita di televisione e wi-fi.

Ripenso a quanto un giorno mi disse un comandante in una base avanzata di Bakwa: “prima per un soldato, dopo la battaglia, la doccia calda era tutto…oggi, invece, quello a cui un soldato non può rinunciare è proprio internet, facebook e skype”. Più in là un tavolo di quattro amici: giocano a briscola. Sembriamo noi al mare d’estate, sul tavolo della cabina. In pochi provano a dormire…il cielo è scuro e le stelle ancora non si vedono…

Qui siamo ad Abu Dhabi. Dove le stelle sono solo quelle di Hollywood…

 

Mirko Polisano

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Mirko Polisano

Giornalista embedded a seguito del contingente italiano nelle aree di crisi. E'stato inviato in Kosovo, Afghanistan e Libano. Ha seguito il terremoto de L'Aquila e il G8; l'emergenza immigrazione della Sicilia, la crisi libica e la Primavera Araba, inviato in Maghreb ad un anno dalla Rivoluzione. Ha raccontato le divisioni di Belfast e gli orrori di Auschwitz e Birkenau nel Giorno della Memoria. E' autore del libro "Storie Lontane. Racconti di vita in Afghanistan". È collaboratore del quotidiano Il Messaggero.

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