Roma- Per quelli della mia generazione l’America è ancora quella del sogno. Quello sfumato per un soffio ai rigori con Baresi in lacrime e con «Robeerto» che quel pallone lo lancia sopra la traversa. È l’America dei «Chips», dei reduci del Vietnam della squadra «A-Team», del «Mio amico Arnold» e delle avventure di Michael Knight e della sua «Kit». Erano le botte di Hulk Hogan e di Jake “The Snake” Roberts sul tappeto azzurro del ring del wrestling. Era il vento della libertà assaporato in volo con «Top Gun» (alle elementari qualcuno di noi aveva anche i quaderni!).

Poi è arrivata la guerra, quella del Golfo di Bush padre e da lì, il desiderio di un bambino di fare il giornalista. Fino a vederla davvero la guerra, prima e dopo l’11 settembre. In Afghanistan come in Kosovo, con Clinton che a Pristina è ancora considerato una sorta di eroe nazionale.

«L’America è quel paese dove chiunque può diventare presidente», ripetevano i nostri insegnanti di storia. E lo abbiamo compreso con l’elezione di Bush jr, il primo a farci capire che forse negli Usa, più di ovunque, i soldi e un certo dna valgono di più delle capacità.

Resta la rabbia per quella guerra in Iraq scoppiata per andare a stanare quelle «armi di distruzione di massa» che nelle tasche del nemico di sempre di papà non sono mai state trovate. Questo tentativo di «esportare il modello di democrazia occidentale» e «la generosità dell’America e dei suoi alleati» non ha mai convinto nessuno. Tra le motivazioni di George W. c’era anche la lettera di una bambina delle elementari, figlia di un soldato. «Per quanto non voglio che mio padre combatta – aveva scritto – sono pronta a consegnarvelo». Per non parlare, del problema dei reduci di Iraq e Afghanistan. Esempi da seguire alla partenza, homeless al rientro se feriti. Mutilati, sono costretti a chiedere l’elemosina alle stazioni della metro di New York nell’indifferenza di tutti, governo in primis.

Con Obama abbiamo riscoperto che davvero negli States tutto può succedere. Anche che un afro-americano diventi il numero uno di Washington. Le lotte per una sanità di tutti, per i diritti civili e qualche passo falso che non ha poi mai portato al ventilato «cambiamento». E c’è quel nobel per la Pace che ancora in molti non riescono a spiegarsi. Un po’ come l’assenza annunciata di Bob Dylan, altro americano pacifista, che non parteciperà alla consegna ufficiale del premio per la letteratura.

Dopo tutto, noi dall’altra parte dell’oceano, di questa America abbiamo amato anche le sue contraddizioni. Nude e crude, come quelle raccontate da Curzio Malaparte nel suo «La Pelle», dove si mettono in dubbio  tutte le facili interpretazioni moralistiche di un conflitto e di una occupazione che quasi mai ha poi tutto il sapore della libertà.

E Trump? Misogino, militarista, razzista e anti-tutto ma alla stregua della scelta di Hillary. Entrambi, al netto dei voti, rappresentano davvero l’occasione mancata per il paese a stelle e strisce. Proprio come quel rigore di Baggio alla finale di Los Angeles ai mondiali del ’94.

E passatemi il paragone calcistico in quest’analisi molto pop.

Che Dio benedica l’America. E tutti noi.

 

Mirko Polisano