Dossier

Liberi Nantes, dove il calcio riaccende la speranza

Non esistono fiabe non cruente. Tutte le fiabe provengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia, diceva Franz Kafka. Così, anche la nostra storia proviene da lì, per sfociare dopo nella speranza e nella spensieratezza. Come tutte le favole che si rispettino, poi, anche questa ha un luogo ed un tempo ben precisi. Fissanti, indelebili, nella storia dell’umanità. Il luogo è Pietralata, una storica borgata romana. Una delle zone più popolari della città Eterna, raccontata da Pasolini ed Elsa Morante. Sorta tra gli anni ’30 e ’40 come linea di confine tra l’Urbe e la campagna che la circondava, è presto diventata punto d’incontro per contadini, operai, sfollati e disoccupati. Prima di ergersi a baluardo della resistenza al nazifascismo.

Il tempo, invece, è scandito dal ripetersi in un estremo gesto di disperazione. Quello che ha per protagonisti, coloro sono costretti ad attraversare mari e monti per sfuggire a guerre e persecuzioni. Un tempo che, in qualche modo, appartiene a tutti noi. Che ti arriva addosso come un pugno alla stomaco. Fatto di migliaia di miserabili stipati su barconi fatiscenti. In fila, al gelo, per ore ed ore in attesa di un pasto caldo. Di bambini cresciuti troppo in fretta. Di donne sole, in balia del mare, con in grembo l’unico legame con una terra troppo lontana per voltare indietro lo sguardo.

 

Nata per gioco 9 anni fa, questa straordinaria squadra di calcio è ormai una realtà. Grazie all’impegno di volontari e giocatori, la Liberi Nantes è diventata il simbolo dell’integrazione. Immagine autentica di un impegno sociale rivolta a chi fugge da fame e miseria
Nata per gioco 9 anni fa, questa straordinaria squadra di calcio è ormai una realtà. Grazie all’impegno di volontari e giocatori, la Liberi Nantes è diventata il simbolo dell’integrazione. Immagine autentica di un impegno sociale rivolta a chi fugge da fame e miseria

 

Questa storia non poteva che essere ambientata qui. Tra le vie e i palazzoni tutti uguali di questo quartiere, perennemente, minacciato dalle piene dell’Aniene. Da queste parti il calcio è più che uno sport. È senso d’appartenenza, simbolo d’identità. È qui, infatti, che ha visto la luce l’Albarossa, emblema di una borgata fatta di baracche tirate su in una notte. Di esclusione, ma anche di riscatto e grandi gesti d’umanità come solo questa gente sa fare. Ecco allora, che la nostra storia cessa di essere una favola per diventare realtà. Una realtà, fatta d’impegno sociale, solidarietà e tanta passione per il calcio che travalica la politica e i partiti.

Quando arrivo al campo 25 aprile, quello dove si allena la Liberi Nantes, ad accogliermi c’è un giovane ragazzo nigeriano. Gli occhi fissi sul terreno di gioco, tradiscono una certa emozione. Arriva da uno dei centri d’accoglienza allestiti nella Capitale. Parla un inglese impeccabile e si stupisce del mio, chissà perché. Gli allenamenti non inizieranno prima di un’ora, così ne approfitto per parlare con lui. È fuggito da un paese dilaniato dalla violenza di Boko Haram e dalle multinazionali del petrolio. È scappato per inseguire il suo sogno, giocare a pallone e magari guadagnare qualche soldo. Come tutti i ragazzi cresciuti troppo in fretta, non si fa illusioni. Sa benissimo che non sarà facile.

Nata per gioco 9 anni fa, questa straordinaria squadra di calcio è ormai una realtà. Grazie all’impegno di volontari e giocatori, la Liberi Nantes è diventata il simbolo dell’integrazione. Immagine autentica di un impegno sociale rivolta a chi fugge da fame e miseria
Nata per gioco 9 anni fa, questa straordinaria squadra di calcio è ormai una realtà. Grazie all’impegno di volontari e giocatori, la Liberi Nantes è diventata il simbolo dell’integrazione. Immagine autentica di un impegno sociale rivolta a chi fugge da fame e miseria

La mia macchina fotografica attira l’attenzione di Koffi. Un ragazzo Togolese di 26 anni. Parla un italiano fluente. Ha studiato economia in Inghilterra, ma è dovuto ritornare in Togo quando il suo visto è scaduto. È stato uno dei primi ad aggregarsi alla squadra, otto anni fa. Ci tiene a mostrarmi le coppe che hanno vinto. In ordine, uno dopo l’altro, i trofei conquistati dalla Liberi Nantes campeggiano su una parete del piccolo ufficio. Quello con il volto di Mandela, è solo uno dei molti poster che tappezzano i muri, ricordo degli incontri di solidarietà a cui la squadra ha preso parte negli anni. In Italia, Koffi c’è arrivato dalla Francia. La vita a Parigi era troppo cara, così se n’è andato. Il calcio, dice, è l’occasione per dimenticare i problemi, le ragioni per cui siamo scappati.

Quando cala il sole, il freddo comincia a farsi pungente. I ragazzi iniziano ad arrivare alla spicciolata. Inua con i suoi guanti di lattice gialli, nel frattempo, ha già pulito gli spogliatoi. La chiacchierata con Koffi si è fatta molto seria. Spazziamo dall’Unione Europea alle falle delle nostro sistema d’integrazione. Quello che mi colpisce di più, però, è il suo bizzarro percorso di studi. La cosa lo imbarazza un po’. Mi racconta, che a Londra frequentava il 2° anno di università. Poi, non si sa come, a Roma gli hanno detto che doveva ricominciare dalla 3° media. Adesso, lavora per una cooperativa come mediatore culturale e riesce ad “alzare” qualche soldo.

 

Nata per gioco 9 anni fa, questa straordinaria squadra di calcio è ormai una realtà. Grazie all’impegno di volontari e giocatori, la Liberi Nantes è diventata il simbolo dell’integrazione. Immagine autentica di un impegno sociale rivolta a chi fugge da fame e miseria
Nata per gioco 9 anni fa, questa straordinaria squadra di calcio è ormai una realtà. Grazie all’impegno di volontari e giocatori, la Liberi Nantes è diventata il simbolo dell’integrazione. Immagine autentica di un impegno sociale rivolta a chi fugge da fame e miseria

Prima d’incontrare Alberto Urbinati, il Presidente della Liberi Nantes, faccio in tempo a scambiare ancora due parole con Mohamed Assadallah. Un ragazzo iracheno di 25 anni arrivato da poco. Aveva iniziato a studiare alla Facoltà di Economia di Baghdad. La violenza che ancora attanaglia in paese, però, l’ha costretto a scappare alla fine del primo anno di università. Anche per lui, il calcio è un modo per ritornare alla normalità, lasciandosi alle spalle le violenze della guerra.

C’è qualcosa di speciale in questa squadra, che poi in realtà è un progetto. Lo capisci dalle storie personali dei suoi giocatori, dal crogiuolo di nazionalità che indossano quella maglia bianca e blu. Un melting pot di culture che convivono magnificamente. Ne ho la certezza, non appena Alberto mi rivela che Liberi Nantes non è un nome qualsiasi. È un inno alla disperazione, ma allo stesso tempo anche alla voglia di arrivare, di farcela nonostante tutto. Anche quando il mare è in burrasca e le onde di buttano giù dalla barca. Per spiegarmelo, Alberto deve scomodare epici poemi e gesta leggendarie. Quelle di Enea e dei suoi marinai, scampati al naufragio e all’ira della Dea Giunone.

Rari nantes in gurgite vasto, è scritto nell’Eneide. Rari nuotatori (sparsi) nel vasto gorgo, diremmo invece noi oggi. Lo stesso “gorgo”, a cui Alberto e suoi volontari stanno cercando di dare ordine. Offrendo loro un luogo d’aggregazione, un spazio d’integrazione coinvolgendo tutte le realtà del quartiere. Liberi Nantes, non è solo calcio. Per anni c’è stata anche una squadra di rugby. Quando possono, poi, i volontari organizzano gite ed escursioni. Si sa, però, il calcio a volte ha il potere di superare confini e barriere, odio e pregiudizio. Così, il 26 maggio del 2007 un gruppo di amici decide di affittare un campo e “scovare” nei centri di accoglienza rifugiati e richiedenti asilo.

 

Nata per gioco 9 anni fa, questa straordinaria squadra di calcio è ormai una realtà. Grazie all’impegno di volontari e giocatori, la Liberi Nantes è diventata il simbolo dell’integrazione. Immagine autentica di un impegno sociale rivolta a chi fugge da fame e miseria
Nata per gioco 9 anni fa, questa straordinaria squadra di calcio è ormai una realtà. Grazie all’impegno di volontari e giocatori, la Liberi Nantes è diventata il simbolo dell’integrazione. Immagine autentica di un impegno sociale rivolta a chi fugge da fame e miseria

 

Dalle prime amichevoli alla di terza categoria il passo è stato breve. I ragazzi avevano voglia di confrontarsi con un vero campionato, anche se fuori classifica, mi dice ancora Alberto. Da quel giorno sono passati nove anni e centinaia di ragazzi provenienti da tutto il mondo. Ragazzi, a cui nessun’altro avrebbe offerto questa opportunità. Alcuni di loro, di strada ne hanno fatta molta. Come Najid, che adesso lavora come portavoce per Amnesty International. Ognuno, comunque, cerca di dare il proprio contributo. Dall’impianto elettrico alla manutenzione, fino alle faccende quotidiane. Si occupano di tutto mi assicura Antonio, il responsabile della squadra.

Il campo di calcio 25 aprile è diventato la loro casa, aggiunge. Un spazio comune, libero, in cui possono sentirsi al sicuro. Non c’è più bisogno di andare a cercarli, i ragazzi qui ormai ci vengono da soli. Verissimo. Nelle tre ore che ho trascorso con loro, infatti, ne sono arrivati molti. Lettera dei rispettivi centri d’accoglienza alla mano e tanta voglia di giocare a pallone. Ogni storia che si rispetti, allora, non può che avere una morale oltre ad un lieto fine. Come Enea e suoi compagni d’avventura, anche questi ragazzi hanno compiuto il loro viaggio. Raggiunto il proprio obiettivo, dimostrando una volta di più che la voglia di vivere una vita felice è più forte di qualsiasi ostacolo.

Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

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