Reportage dal Libano del Sud. Ritratto di un paese dalle mille contraddizioni. Tra concertine e aree militarizzate si respira ancora la tensione. Alle porte la difficile situazione in Siria e il delicato momento che sta attraversando tutto il Vicino Oriente.

Libano del Sud- La crisi del Mediterraneo e la questione siriana, venute prepotentemente alla ribalta dell’attualità, ci hanno riproposto il complesso e difficile problema della convivenza tra popoli che abitano il Vicino Oriente. In Libano, la partita è ancora lunga e difficile. Nella “terra del latte e del miele”, come è descritto questo Paese nella Bibbia, da oltre trent’anni sono impegnate le forze armate italiane. Il compito dei nostri soldati è inquadrato nella risoluzione 1701 dell’Onu, che mira a garantire la piena cessazione delle ostilità tra il Libano e Israele e reiterando il proprio forte sostegno per il pieno rispetto della Blue Line, la linea armistiziale tra i due stati che, ancora oggi, è considerata tra i punti più instabili e delicati del Medio Oriente. Qui, a ridosso del villaggio di Lagunè, sorge la base “1.31” dove lavorano i caschi blu italiani. Attualmente, si sta per aprire la missione “Leonte XVIII” quella guidata dalla Brigata aeromobile Friuli di Bologna.

«Siamo onorati di essere stati chiamati a intervenire, ancora una volta, in Libano -sottolinea il generale Salvatore  Cuoci, comandante della Brigata Sappiamo di avere dalla nostra parte la preparazione professionale e l’affetto di tutti gli italiani». Con l’operazione “Leonte 18” salgono difatti a tre le volte in cui la brigata aeromobile “Friuli” è intervenuta in Libano, prima con l’operazione ‘Leonte 7′ (dal 6 novembre al 6 maggio 2009), poi con la ‘Leonte 13′ (dal 13 novembre 2012 al 13 maggio 2013).

Sidone è l’enclave sunnita e la sacca della resistenza di Hezbollah e Hamal, mentre il confine è sempre presidiato e anche blindato: divieto assoluto per foto e riprese. Per molti qui, Israele è ancora “lo stato che non c’è”. La politica e la religione hanno percorsi che si intrecciano. Su una collina, c’è la tomba dello sceicco Abbad. Venerato e amato da musulmani. In quella stessa tomba, per gli ebrei c’è il rabbino Ashi. Il sarcofago è perfettamente diviso a metà e sullo stesso marmo si trovano a pregare libanesi, palestinesi e israeliani. Neanche i reticolati fanno più la differenza. È un ritrovarsi insieme sotto il segno di una tradizione abramitica che lega islam, ebraismo e cristianità. L’ultima controffensiva di Israele è dello scorso agosto con i missili lanciati nell’area di responsabilità dell’Onu. Il dialogo non decolla, ma l’economia è più forte della guerra. Le distese dei bananeti non rendono soldi al Libano: i frutti, seppur buoni, non rispondono agli standard europei e dunque non possono essere esportati. Troppo piccoli. In compenso, ci sono le arance che, chissà per quale giro, arrivano proprio da Israele. Il Libano è un paese che ti sorprende.

La situazione in Libano appare critica e preoccupante non solo guardando alle forti tensioni legate agli scontri con gli jihadisti (soprattutto di Al Nusra), che scuotono il territorio compreso tra Libano, Siria ed Israele, ma anche in relazione all’escalation di tensione che si registra tra il movimento sciita Hezbollah ed i soldati Israeliani (tensione che nelle scorse settimane ha portato alla morte di un casco blu del’ONU). Attraverso un’operazione di peace-keeping e, nel caso, di peace-enforcement (o peacekeeping  di terza generazione), condotta dai contingenti ONU, come previsto dal cap.VII dello Statuto delle Nazioni Unite, si sta quindi cercando di offrire un valido contributo al fine di ristabilire una costruttiva e quantomai auspicabile situazione di pace in cui, finalmente, si possano far tornare a tacere le armi.

Federico Molfese