Un brano del capitolo VII dell’opera di Aristotele, riletto con gli occhi dell’uomo di oggi, ci fornisce preziose indicazioni in merito alla ricerca della felicità.

Roma – L’opera analizzata è l’ “Ethica Nicomachea” di Aristotele, un brano tratto dalla prima parte del capitolo VII.

Come ogni brano e libro di Aristotele, siamo davanti ad un testo di enorme chiarezza ed analisi, sui contenuti e sulle domande “prime ed ultime”, riguardo l’uomo e che l’uomo si pone.

Qui il punto dolente, lo sforzo maggiore nel comprendere sempre più a fondo le opere e il pensiero di Aristotele: quel passaggio di analisi e contenuti chiari di un testo, che parlano, però, di argomenti e di domande difficili, quelle fondanti e fondamentali per la vita di ogni uomo in ogni tempo.

Il titolo dell’opera ci fornisce delle indicazioni importantissime: ethica, cioè l’indagine speculativa sul comportamento dell’uomo di fronte al concetto di bene e di male; la norma di vita, diremo, in quanto oggetto d’indagine, sull’agire operativo umano. Nicomachea, questa parola di pronuncia con suono inconsueto per un uomo del XXI secolo, che sembra contenere chissà quali significati da scoprire e da portare alla luce, ma non è così! Nicomaco è un nome proprio di persona nella Grecia del IV secolo a.C., ed è il figlio di Aristotele. Nicomachea, perché l’ha pubblicata lui, Nicomaco, il figlio.

Un brano, quindi, sull’agire umano riguardo alla questione del bene.

Aristotele, in questo brano, ci chiama subito a riflettere in un campo ben determinato: la questione del bene; e a chiarire cosa essa sia. Si parte dalla riflessione del particolare: ogni bene “è diverso nelle diverse azioni e arti”. La prima cosa che si nota è che ci sono diversi beni in base alle diverse azioni (o arti) che si compiono. Il bene per la medicina è la salute, per l’architetto il costruire bene le case.

Aristotele un argomento così vasto, lo concretizza magnificamente con degli esempi per spiegare il suo pensiero, facilitandoci con delle immagini. Si afferma che “il bene di ciascuno è ciò in vista del quale si fan le altre cose”; “è il fine in ogni azione e in ogni proposito: è in vista di esso che tutti compiono le altre cose”.

C’è questa dipendenza in cui il bene particolare dipende dal fine. Si definisce bene realizzato, il fine di tutte le cose che si compiono; e più fini, invece, sono il bene in generale.

Ma come ci fa notare subito Aristotele, proprio quanto la questione sembrava definita e risolta, che il problema che fa tornare al punto di partenza il nostro ragionare, è proprio qui: vi sono più fini.
E subito ci concretizza in alcuni esempi: “appaiono numerosi e ne scegliamo alcuni (fini) solo in vista di altri beni; la ricchezza, i flauti e in genere gli strumenti”.

Da ciò si deduce che, in questa molteplicità, non ci sono fini perfetti, ma partecipano per diverse gradazioni alla perfezione, cioè tendono verso un sommo e perfetto bene. Il fine perfetto è quello che si persegue per sé stesso, e non in vista di un altro bene, ma in vista di un bene perfetto, non più rimandabile ad altro, che ha, pertanto, caratteristiche di ultimo e definitivo.

Il brano si conclude affermando che “il bene perfetto è ciò che deve essere sempre scelto di per sé e mai per qualcosa d’altro”.

Tali caratteristiche sembra presentare soprattutto la felicità.

Aristotele ci fornisce dei ragionamenti e delle conclusioni definitive intorno al bene, al fine e ai fini, ed alla felicità. Definitive nel senso che non sono confutabili a rigore di logica, se non negando ciò che è evidente. Ma allo stesso tempo sono aperte, ovvero aperte ad ulteriori sviluppi e ragionamenti, aprono la strada ad altre riflessioni.

Tutto il ragionamento si sviluppa intorno a cose evidenti: il bene dipende dal fine, c’è questo stretto legame di dipendenza, e ciò ci porta al fatto che esistono tanti beni e tanti fini, in dipendenza tra loro. Ma questa pluralità di fini ha diverse gradazioni di tendenza, verso il bene sommo e fine di per sé, così che tramite la pluralità capiamo che esiste il bene sommo, cioè la felicità. La prima cosa che appare importante è che l’uomo deve coordinare i fini, è proprio in quest’operazione che dipende la sua riuscita di raggiungimento della felicità. L’agire umano, secondo ragione, tende alla felicità. Ogni uomo cerca di essere felice. Nessuno vuole essere infelice, l’infelicità è data proprio da non cercare il fine ultimo o dal fallire in questa ricerca. È importante dare delle priorità di bene, sapendo che ogni azione ha un fine che porta ad un bene, che ne richiama un altro. Ogni azione umana ha come fine un bene, ma ci sono tante azioni, tanti fini e tanti beni.

Qual è il percorso che porterà al bene perfetto, al fine scelto di per sé e non per qualcos’altro, cioè alla felicità, che non richiama e non necessita di un ulteriore fine? Ed è possibile sperimentarla in questa vita?

E qual è il punto di partenza, comune per natura e quindi valido per tutti gli uomini di ogni tempo, da cui partire?

Lasciando aperte le prime due domani, rispondiamo senza esitazione a quest’ultima posta: la ragione. Questa mette l’uomo in cammino, in viaggio verso la prima domanda.

 

                                                                                                                        Emanuele Cheloni