Il parco archeologico di Alessandria.

Vivendo l’Egitto non si possono non visitare quelle mete culturali che ci raccontano la sua rilevanza ed essenza. Testimone della grande ricchezza storica e culturale di Alessandria, il parco archeologico conserva le tracce di un’antica bellezza nel mezzo della città moderna. In modo inaspettato infatti si scoprono le catacombe di Kom el-Shoqafa, la Colonna di Pompeo e l’Anfiteatro romano. Alessandria è anche questa contaminazione di civiltà differenti, essendo stata egizia, e colonia greco-romana.  

Come si  vede nell’immagine le rovine dell’anfiteatro Romano mostrano una struttura a semicerchio di 12 gradoni in marmo bianco dalla capienza di 800 spettatori, risalente al IV secolo.
La Colonna di Pompeo invece, in granito rosso di Assuan è alta circa 30 m. Erroneamente intesa dai Crociati quale segnacolo del luogo di sepoltura del rivale di Giulio Cesare, il generale romano Pompeo assassinato in Egitto nel 48 a.C.,in realtà la colonna fu eretta intorno al 300 d. C. in onore dell’imperatore romano Diocleziano, come lo testimonia anche l’incisione alla sua base: “Al più giusto degli imperatori, il divino protettore di Alessandria, Diocleziano l’invincibile: Postumus, prefetto d’Egitto”. La colonna apparteneva al Serapeum (costruito a metà del III secolo a.C), anche conosciuto come tempio di Serapide, una divinità egizia creata dai Tolomei molto popolare nel periodo greco-romano.
Come non tutti sanno il sottosuolo di Alessandria è crivellato da un vasto complesso di catacombe e cisterne, scoperte in modo fortunato nei primi anni del XX secolo, per via della scomparsa di un asino in una fossa improvvisamente apertasi nel terreno.
Situata a sud della colonna di Pompeo allora, il complesso di catacombe di Kom el-Shoqafa è la necropoli greco-romana più grande dell’Egitto: arriva ad una profondità di oltre 30 m e si articola in tre livelli.
Per visitare le catacombe si scende su una scala avvolta intorno a un pozzo centrale nel quale venivano calati i corpi dei defunti.; questa immette alle tombe disposte sui tre livelli scavati nella roccia.
Sul primo livello si trova una sala rotonda centrale e una grande sala dei banchetti, il Triclinium, dove parenti e amici rendevano l’ultimo omaggio al defunto. Dalla notevole quantità di frammenti di vasellame ritrovata nel luogo deriva il nome arabo delle catacombe che significa “Collina dei cocci”. A est della rotonda c’è la Sala di Caracalla, un complesso funerario ancora più antico, dedicato a Nemesi, la dea dello sport, che è diventato accessibile dalla camera principale quando alcuni ladri di tombe irruppero buttando giù il muro. Un’altra scala scende al sepolcro centrale, situato nel secondo livello. Questo è il fulcro del complesso, la cui singolare decorazione è frutto della fusione di varie credenze e iconografie funerarie.
Su ambo i lati dell’ingresso, sotto teste di Medusa, due serpenti giganti, che secondo la mitologia greca avevano lo scopo di trasformare in pietra gli eventuali saccheggiatori, reggono la doppia corona dell’Egitto. La decorazione dei sarcofaghi e i rilievi incisi nelle pareti mostrano un misto di stile egizio, romano e greco: accanto all’ingresso è raffigurato Anubi, dio dei morti, il cui corpo massiccio è qui stretto in una corazza da legionario romano. Nel mezzo del sepolcro centrale una seconda rotonda scende al piano più basso, reso inaccessibile dalle inondazioni. Dalla camera funeraria si ramificano in tutte le direzioni passaggi che conducono a camere contenenti oltre trecento loculi.

Tenuti molto bene, questi punti di interesse storico non sono tuttavia molto frequentati; sono prioritarie sicuramente la Biblioteca e le Piramidi per bellezza ed importanza, ma si dovrebbe dare maggiore visibilità e fiducia a questo bellissimo parco archeologico per dare ai turisti e agli ospiti dell’Egitto una visione più completa e vera, una rappresentazione meno stereotipata e più ricca di ciò che davvero si vive qui. Perché solo camminando tra queste rovine e strutture, un po’ greche, un po’ romane e un po’ egizie, si capisce ciò che l’Egitto è stato e ciò che sarà.

 

Emanuele Forlivesi