Spazio Kabul

LE NUOVE PROSTITUTE DI STRADA

I talebani non ci sono più. Ma per le donne afghane non è cambiato nulla.

Poche hanno abbandonato il burqa, alcune hanno ricominciato a studiare e a lavorare, ma la violenza fisica e psicologica è rimasta in gran parte la stessa. Le prime vittime sono le donne stuprate e molte vedove. Per loro l’unica possibilità è la prostituzione. In Afghanistan è ufficialmente illegale, con pene molto severe per i trasgressori. Se andiamo a sviscerare con maggiore attenzione la problematica, è evidente che l’apparato sociale attuale non sembra certo seguire alla lettera questi deterrenti. Pur essendo uno dei paesi più profondamente islamisti al mondo, dove il sesso al di fuori del matrimonio viene severamente proibito, vi è una grossa attività di donne dedite a questa “professione”. La povertà cronica afghana dopo decenni di guerra e occupazione straniera non ha fatto che accrescere il problema, rendendo queste donne, spesso giovanissime, sempre più vulnerabili. La prostituzione in Afghanistan è un fenomeno in forte crescita. Il motivo per cui le ragazze finiscono col “vendere il proprio corpo” è innanzitutto la violenza domestica. Spesso il marito o il fratello, a causa della disoccupazione, diventa tossicodipendente o alcolizzato, e per la donna prostituirsi diventa l’unico modo di provvedere alla propria famiglia. La legge afghana spesso identifica questo crimine con l’adulterio, per il quale si rischiano anche 15 anni di prigione. Per le prostitute “di strada” condannate, però, di norma si devono scontare solo sei mesi di prigione, mentre il cliente non viene arrestato, seppure anch’egli stia commettendo un reato. In un paese dove l’educazione sessuale è inesistente e dove le famiglie ancora puniscono le figlie o le mogli che li hanno disonorati, la prostituzione comporta dei rischi altissimi, con azioni violente da parte di integralisti religiosi. Rispetto ad oggi, sotto il governo talebano chi si prostituiva rischiava la pena capitale. Dopo la loro cacciata, le donne hanno preferito mettersi in proprio, che rischiare la vita in bordelli clandestini. Questa scelta però sta provocando una concorrenza spietata, che nasconde in realtà una delle tante tragedie afghane di quest’ultimo quarto di secolo. Se il governo tace, le prostitute si organizzano spontaneamente; hanno deciso di creare una rete interna per la diffusione di informazioni di tipo pratico e sanitario. Oltre alle liste nere dei clienti autori di aggressioni o rapine, il gruppo ha cominciato a distribuire preservativi e vademecum illustrati sulle malattie infettive e sui pericoli del contagio, più di centomila afghani, tra uomini e donne, hanno contratto l’Hiv, malattia in crescita nel Paese. La rete stessa ha contato a Kabul circa seimila prostitute. Quando sono per strada le donne indossano il classico burqa azzurro e non si distinguono dalle altre, ma hanno i loro modi per contattare i clienti: tramite i commercianti, sui taxi, o anche per telefono. Le ragazze, se trovano un cliente facoltoso, riescono a guadagnare anche 1200 dollari a notte, mentre la media è 20 dollari equivalente 600 mila afghani a cliente per una prestazione “normale”, per maggiori esigenze da parte del cliente si può arrivare a 25 dollari. Un introito considerevole, se si pensa che lo stipendio medio per le donne nella capitale si aggira sui 150 dollari al mese. Nonostante questo, è inutile dire che ben poche si ritengono felici di fare questo lavoro, e nessuna di loro l’ha scelto di propria spontanea volontà. Un sotterfugio escogitato un tempo dai talebani per legalizzare prostituzione, in parte usato anche oggi, era stato il matrimonio a tempo. Per l’Islam fare sesso al di fuori del matrimonio è un peccato grave. L’adulterio viene punito dalla sharia, la legge coranica, con la lapidazione. Di fronte a questa severità e per non rinunciare ai piaceri dell’amore, anche se imposto con la violenza, i talebani avevano trovato la soluzione. Rapivano la ragazza oggetto delle loro attenzioni. La sposavano di forza di fronte a un mullah che in questo modo legalizzava l’unione. In seguito la stupravano. Un’azione che non poteva suscitare alcuna reazione da parte della polizia religiosa dal momento che era un matrimonio. Dopo essere rimasti per qualche tempo con la donna rapita e stuprata, continuando a utilizzarla come oggetto sessuale, i talebani se ne separavano e la ripudiavano, costringendo la stessa a lasciare l’uomo, con conseguenze drammatiche. Questa pratica viene ancora utilizzata nelle zone meridionali dell’Afghanistan, sotto il controllo delle forze ribelli. Il governo afghano ha fatto pochissimi passi avanti, sia nel contrastare questo fenomeno, sia con le varie leggi a difesa delle donne. Il problema è che, sebbene esistano, raramente queste leggi vengono applicate e la donna vittima finisce per diventare a sua volta imputata e condannata. Prostituzione e pornografia sono due effetti collaterali della “modernizzazione” che ha investito il Paese negli ultimi anni. La pornografia nelle sale da tè sta diventando uno strumento pseudo clandestino frequentato da uomini di qualsiasi età. Nelle città afgane, è fiorente il commercio di antenne paraboliche, chi possiede una parabola satellitare può accedere ai canali stranieri, che offrono, fra le altre cose, film e programmi pornografici, nei bazar, per pochi dollari, si possono acquistare video hard, che entrano illegalmente nel Paese attraverso il confine pachistano. Alcuni proprietari di sale da tè, si sono organizzati con ricevitori satellitari nel retrobottega, dove i maschi afgani si riuniscono per guardare canali pornografici soprattutto indiani. In un Paese dove le donne da vittime si trasformano automaticamente in colpevoli, anche di fronte alla legge, e gli uomini rimangono impuniti. La prostituzione diventa un modello capitalistico da cavalcare, un business da cui non poter sottrarsi, un gioco pericoloso e perverso creato ad arte per i ricchi ed i corrotti; e per quei finti moralisti che nel retrobottega di una sala da tè, si stropicciano gli occhi sbeffeggiando quel governo che volontariamente volta le spalle con indifferenza.
Pierluigi Bussi

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Pierluigi Bussi

Pierluigi Bussi è giornalista dal 2003 e inviato in zone di guerra e all'estero. E’ stato, tre gli altri paesi in Afghanistan e Tunisia. Si è laureato in Relazioni Internazionali presso L’Università La Sapienza di Roma con approfondimenti sui conflitti nel Corno d’Africa e Medio Oriente. Da anni segue le sorti politiche e sociali afgane. Tra i vari ruoli ricoperti è stato capo redattore del mensile Europe Today, ha collaborato con i quotidiani Pubblico, Roma News, Il Mezzogiorno d’Italia, con approfondimenti in materia di politica estera. Ha scritto, inoltre, per Storia in Network. Attualmente collabora con La Stampa.

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