UNA NUOVA MOSTRA DAL TITOLO VISIONI URBANE. LEONARDO PAPPONE, IN ARTE LEOPAPP, TORNA CON UNA SERIE DI OPERE NELLE QUALI LE CITTA’ SONO NUOVAMENTE LE PROTAGONISTE INDISCUSSE.

Roma – Ho conosciuto l’arte di Leonardo Pappone, o meglio di Leopapp, qualche anno fa proprio nella Capitale. Colori, forme e profili di città che catturano l’osservatore, richiamandolo a sé. In effetti, la prima cosa che pensai di fare una volta uscita dalla mostra fu quella di programmare un nuovo viaggio. Meta: New York o qualche altra metropoli da conoscere in giro per il mondo. Oggi, però, l’artista beneventano torna con altre opere, nelle quali le città sono ancora le protagoniste indiscusse. 

Direi di cominciare dall’inizio. Chi è Leopapp?

“LeoPapp” è  lo pseudonimo col quale firmo le mie opere, una sorta di sintesi scherzosa tra il mio nome e cognome, Leonardo Pappone. Sono nato nel 1958 a Montefalcone di Val Fortore in provincia di Benevento; al termine degli studi universitari ho intrapreso la carriera dirigenziale negli apparati dello Stato, senza mai dimenticare l’arte, che è sempre rimasta il mio interesse primario extra-professionale.

Come nasce la tua passione per la pittura?

La pittura, o meglio la voglia di esprimermi non solo con la pittura ma con le forme, gli oggetti, i segni, i colori sempre più addensati e i materiali di riciclo, risponde ad un preciso bisogno espressivo che ho sempre avuto sin da ragazzo. Poi la vita segue altre strade, i desideri devono convivere con le necessità. Il lavoro, la famiglia, gli impegni professionali. Il mio percorso inizia quindi da autodidatta. Tuttavia, sempre in gioventù avevo partecipato a dei concorsi estemporanei, e successivamente ho avuto la fortuna di conoscere tante persone dotate di spiccate sensibilità e artisti, i quali hanno finito per arricchire la mia voglia di creare, di inventare, di riscoprirmi. Di fare arte in questo modo, forse in maniera inconscia, dando così un forte sostegno ed entusiasmo a questo imprevisto percorso che è ripartito dopo circa trent’anni di forzato oblio. 

Dipingere è dunque una passione riscoperta nella maturità. Ma quale è il senso della pittura nella tua vita?

Oggi sono consapevole e posso affermare che la pittura, o meglio la voglia di rappresentare quello che ritrovo in me a distanza di tempo, è una sorta di riscoperta archeologica: come se scavandomi dentro riaffiorassero ricordi, frammenti e cocci di un passato lontano. Ma è anche una sorta di ricerca di me stesso e del legame con il mondo, qualcosa di molto ampio, un interesse totalizzante che mi stimola nel presente e mi spinge verso il futuro, che è sempre qualcosa di misterioso. Al centro dei miei lavori, infatti, c’è l’uomo con tutti i suoi misteri  e segreti (anche se quasi sempre non appare). Cerco insomma un mio linguaggio attraverso l’affascinante ricerca dell’origine dei segni, ripercorrendo le tappe evolutive dall’arte rupestre al fenomeno dei graffiti statunitensi o quello dei murales messicani e degli intonaci orientali. Sono molto attratto dalla Street Art, dalle tematiche dei writer metropolitani e sostanzialmente da tutto ciò che presenta conati d’innovazione o forme d’opposizione e protesta alle convenzioni. 

Pittura non solo come hobby ma come necessità di comunicare con chi osserva. Come è il tuo rapporto col pubblico?

E’ necessità di comunicare direttamente con l’osservatore senza filtri, senza inibizioni, in un rapporto diretto senza intermediari. Anche se è opportuno sottolineare che – a mio avviso – qualsiasi opera d’arte deve essere sempre libera da vincoli d’interpretazioni. Una volta esposta, l’opera non è più solo tua e, quindi, come tu autore ritieni di vederla, ma vive di vita propria, è come la sente chi la osserva. In questo senso, il rapporto con il pubblico è per me qualcosa di molto particolare, che amo molto e mi consente di entrare in contatto con coloro che osservano i miei lavori, confrontando significati, idee, concetti, visioni.

Il tuo iter creativo: come avviene e secondo quali modalità?

www.leopapp.it

Non ho un bozzetto preciso da cui iniziare un lavoro, né uno schema rigido da seguire. Lascio semplicemente che i soggetti vengano fuori quasi da soli, affiorino in superficie e prendano forma autonomamente. Amo confrontarmi con gli spazi, le dimensioni, il concetto di pieno ed il senso di vuoto. Ricorro poi a tecniche eterogenee e modalità applicative che possono sembrare inusuali, utilizzando spatole e altri utensili “non convenzionali” rispetto ai classici pennelli. Creo commistioni tra materiali diversi e mi diverto a utilizzare vernici, spray, colle viniliche, leganti e smalti industriali, arricchiti dall’uso di glitter o residui di lavorazioni industriali. Riutilizzo sacchi di juta per il trasporto dei chicchi di caffè e riciclo oggetti di plastica, carta e altri materiali di scarto, nel tentativo di conferirgli nuova vita o rianimarli ed evitare un ulteriore consumo di energie e materie prime.

Le città, sono un soggetto ricorrente nelle tue opere. Perché?

Osservo la realtà, guardo le strade, i palazzi, le crepe sui muri, scruto gli edifici, le cose grandi e piccole, ma che siano capaci di colpirmi, di stimolarmi, di trasmettermi una carica a livello sensitivo per poi riportare ed esprimere al meglio l’idea immaginaria che emerge da tale procedimento interiore. Ecco come nasce la visione della city, come luogo brulicante di grattacieli, spazi vitali, blocchi di volume capaci di accogliere e unire in nuove tribù tante persone, unendole o avvicinandole. Voglio rappresentare una sorta di esplorazione delle vibrazioni e tensioni che affiorano dal tessuto urbano, sempre più caotico, multietnico con tendenze xenofobe e potenziali conflitti razziali. Un turbinio meticciato dell’attuale mondo multiculturale, dove la comunicazione sfocia, spesso, in messaggi ambigui e contraddittori . Le mie città vogliono essere il racconto di simbologie, codici moderni, segni incasellati in un mosaico intenso di energia che ravviva colori e icone raffiguranti il misterioso linguaggio delle città contemporanee. Mi interessano, poi, la visionarietà costruttiva, l’architettura degli edifici, i bozzetti e i processi costruttivi ingegneristici; m’ispirano molto non solo le opere della Street art ma anche il fervore e la spinta dei Futuristi. Sono infatti particolarmente attratto dalle suggestioni dell’opera di Boccioni. In definitiva, più che un’arte solo contemplativa ed estetica, mi interessa molto misurarmi con la capacità d’interagire e modificare lo spazio e l’ambiente circostanti. Con la progettazione e la costruzione di visioni che guardano al futuro.

L’ultima mostra s’intitola Visioni Urbane: prevedi di portarla in giro per l’Italia?

La mia ultima mostra è innanzitutto ospitata dal Museo Archeologico Nazionale di Eboli (SA), e vi rimarrà fino al 31 dicembre 2018. E in seguito, sì, spero di portarla in giro per l’Italia e all’estero. La curatrice è Gioia Cativa, storico e critico d’arte, nell’ambito della Giornata del Contemporaneo, promossa dall’Associazione dei musei di arte contemporanea italiani (AMACI). E le mie opere sono state scelte dal direttore del Museo Archeologico di Eboli e della media valle del Sele, Giovanna Scarano, per cogliere nell’ambito del concetto di “casa nel tempo” il filo diretto che collega l’oggi al passato, attraverso le visioni urbane appunto. La mostra tratta quindi di agglomerati urbani, scorci di città, skyline, panorami che delineano e delimitano non solo la nostra vista ma anche, e non solo metaforicamente, la nostra vita. Abbracciano e racchiudono noi stessi, le nostre sensazioni, a volte vissute in maniera positiva e quindi rappresentate da colori brillanti e intensi, altre volte invece contrassegnate dal disagio o dall’inquietudine che ci assale e perciò raccontate su sacchi di juta, in modo monocromatico e con tonalità scure. E’ un modo di pensare all’uomo: la stessa scelta della juta come materiale dove addensare i colori delle visioni, con le sue trame irregolari, ad esempio, vuole rappresentare la nostra pelle, le nostre fragilità di uomini. E’ un racconto contemporaneo della transumanza umana, qualcosa che si muove, che cammina, ci trascina quando tutto sembra fermo e statico. 

 

Simona Cappuccio