L’amore per il proprio paese contro la guerra in Siria. Scappare dalle bombe, lasciandosi alle spalle la terra d’origine e i suoi guai. Una decina di rifugiati siriani ha fatto in modo che tutti possano ricordare la Siria nella sua bellezza più piena. Dopo i tanti monumenti storici che sono stati distrutti dai militanti dell’Isis, i profughi siriani del Za’atari Camp in Giordania si sono riuniti per ricreare in miniatura i monumenti simbolo della loro patria.

Ahmad Hariri è un ingegnare di 31 anni che dopo aver visto la devastazione della storia del suo paese ha sentito il bisogno di fare qualcosa. Hariri ha così raccolto alcuni artisti siriani provenienti da tutto il campo chiedendo loro di ricostruire i monumenti distrutti della Siria usando qualsiasi materiale che riuscivano a trovare. Sette artisti provenienti da Aleppo e dintorni si sono riuniti per lavorare su un progetto di sei mesi chiamato «Art from Za’atri». Utilizzando legno, argilla, pietre e spiedini di kebab, questi artisti hanno ricreato i più importanti monumenti siriani in miniatura.

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Mahmoud Hariri ha 26 anni ed è fuggito dalla sua casa di Dara’a nel 2013. Quando ha sentito parlare del gruppo, si è unito senza pensarci due volte. Ha ricreato un modello preciso e dettagliato di Palmyra, uno dei siti più riconoscibili che risale ai primi anni del secondo millennio a.C. Iyad Sabbagh, invece, ha ricreato il Ponte Sospeso di Deir ez-Zor, la più grande città nella parte orientale della Siria. Il ponte storico è stato completato nel 1927 e utilizzato per spingersi oltre l’Eufrate prima che fosse distrutto nel maggio del 2013.

I modelli sono tutti piccoli e il più grande non supera la larghezza di un tavolino. Della collezione fanno parte la riproduzione della Moschea degli Omayyadi di Damasco, la Cittadella di Aleppo, le famose «norie» le ruote ad acqua, e una statua di Saladino. Per questi artisti-profughi, l’arte conserva la storia della Siria e le loro opere non solo servono per appagare, anche se in minima parte, la tanta nostalgia e il rammarico di non poter tornare al momento nelle loro terre d’origine, ma è anche un strumento di conoscenza per le giovani generazioni che stanno crescendo lontano dal proprio paese.

Mirko Polisano