Durazzo (Albania)- Un ex paese povero divenuto meta di immigrazione. Altro che crisi. L’Albania sembra proprio non conoscere questa parola. Gli albanesi si accorgono di avere più possibilità rispetto a prima, ecco perché non c’è pessimismo. I problemi non mancano, ma c’è speranza per il futuro. Anche Papa Francesco ha scelto Tirana per il suo primo viaggio in Europa e sicuramente anche lui avrà trovato un paese travolto da una crescita impressionante.

La Città Vecchia. Il viaggio, stavolta, parte li’ dove l’Italia finisce. Quel pezzo di Levante che appartiene alla Puglia, ma che guarda ad oriente. Bari Vecchia e’ ancora identica a quella descritta da Calvino: quella che non muore mai, quel “formicaio di cortili e cappelle, di madri e di comari”, che e’ piu’ famosa per aver dato i natali ad Antonio Cassano, che per tutto questo. Figlia anch’essa di un paese, dove il calcio totalizza luoghi e persone. I muri del quartiere Murat nascondono i segreti di un tempo che non e’ passato. Un giro da queste parti e’ inevitabile per chi e’ in attesa al vicino porto. Passiamo davanti allo stadio della Vittoria, qui il calcio non c’entra.E nemmeno i concerti dei Rockets e dei Duran Duran, che qui hanno registrato il tutto esaurito. La struttura passera’ alla storia per essere quella che, nel 1991, ha ospitato i 20 mila profughi albanesi, arrivati sulle coste pugliesi, grazie a scafisti e gommoni. Le immagini dell’emergenza ancora le ricordiamo e non sono tanto diverse da quelle che si sono viste in Sicilia, fin dai primi mesi dell’esplosione della “Primavera Araba”.

Il Primo Sbarco. Era l’8 agosto 1991 quando la Vlora, un mercantile costruito in Italia negli anni Sessanta, giunse al porto di Bari. A bordo oltre 20 mila albanesi. Uomini, donne, bambini, clandestini di ogni età. A chi la guardava avvicinarsi, la nave appariva come un formicaio brulicante, un groviglio indistinto di corpi aggrappati gli uni agli altri. Una marea incontenibile che faceva paura. Ora dove andranno ad abitare? Cosa mangeranno? Come vivranno? Domande normali, domande che si sono fatti tutti. E che hanno fatto nascere lo stereotipo dell’albanese delinquente da cui guardarsi le spalle. E l’Italia resta un paese che vive di modelli prestampati.

Il Passo della Storia. Il tragitto è lo stesso, ma al contrario. Il mare di notte può far paura, anche se è calmo come l’Adriatico. Dopo dodici ore, siamo a Durazzo. La storia è passata anche per questa città in continua crescita, non lontano da qui Giulio Cesare e Pompeo si contendevano la provincia romana dell’Illiria. E c’è molto di noi in questa Albania. Non solo per ciò che resta delle mire espansionistiche del Duce che riuscì, perfino, a far chiamare uno di questi porti con il nome di Edda, in onore della figlia, ma anche perchè il mito italiano scorre in tv e nella musica, detta le regole della moda e anche un po’ quelle della cucina.

Italian Mood. In molti parlano la nostra lingua, altra circostanza dovuta all’emigrazione: tutti hanno un parente che ha tentato la fortuna nel nostro paese. Sono di più quelli che sono tornati. Tani è un profugo. Mi racconta della sua esperienza su al nord. A Bergamo, per la precisione. Montava i capannoni. Lo ha fatto per nove anni. Poi, il rientro nella sua Albania. “Era un lavoro massacrante – confessa – e i soldi che guadagnavo un po’ li usavo per mangiare, il resto mandavo tutto a casa. Dopo tanti sacrifici, sono potuto tornare anche io”. Oggi, fa il fotografo per matrimoni e si è aperto un internet cafè. Ama la sua Albania e difende l’isola di Corfù: “E’ nostra – ammette – non della Grecia”, anche se gli ricordo che prima ancora era italiana. Anche Theodore e’ rimpatriato nella sua terra. Lui e’ molto giovane. Di anni ne ha 23 anni, di cui 18 passati nel nostro paese. E’ un nome non comune da queste parti, ci spiega il perchè. “Mio padre è un intellettuale. Uno scrittore e un poeta. Ama la letteratura russa, ecco perchè mi chiamo così”. Dall’Italia è scappato, Theodore:“lavoravo nel campo dell’edilizia come muratore. Il problema era il pagamento, dovevi rincorrere le persone e gli stipendi si accumulavano di mese in mese”. Nella sua Tirana, invece, oggi sta bene. Grazie al suo italiano imparato a Reggio Emilia, è impiegato in un call center per conto di una società di Torino, che qui ha spostato le sue basi operative, sicuramente a fronte di un risparmio di tasse.

Miti, Eroi, Speranze e Talismani. L’Albania è un paese dalle tante speranze, dove il nazionalismo è così forte che non mancano palazzi e negozi, uffici e abitazioni che non espongano la bandiera con orgoglio. L’aquila a due teste è diventata anche un brand commerciale: non bastava tatuata con fierezza su schiene e braccia, ora la puoi trovare su magliette e scarpe. Su cappelli e palloni da calcio. E’ il simbolo di una nazione che non dimentica i suoi eroi, Skanderbeg sopra tutti. L’Albania è un paese dalle tradizioni antiche, dove la superstizione è ancora forte ed è per questo che ai balconi non possono mancare teste d’aglio e bambole appese. Cacciano gli spiriti maligni. Questa è la credenza. La sera l’elettricità manca e l’acqua non è ancora potabile, ma la fiducia è tanta. Quella necessaria per ripartire, dopo venti anni di uno solo al governo. Sali Berisha, capo del centro-destra nazionale, ha perso le elezioni del giugno di un anno fa. E’ stato proprio lui a dominare la scena della politica albanese post-comunista dagli inizi degli anni ’90 ad oggi, ed oggi è la gente ad aver scelto. Ora, le aspettative sono tutte per Edi Rama, che mira a portare l’Albania in Europa, anche se Bruxelles non sembra essere proprio convinta. Qui, i bambini giocano ancora per strada, con qualche pallone rimediato.

Guardi l’orizzonte e sogni l’Italia come l’hanno sognata in tanti da queste parti. Non è poi così lontana. L’ultima onda si infrange sullo scoglio. Il mare è lo stesso che bagna la nostra costa. “Quel mare che non ha paese”, come diceva Giovanni Verga, e che è di tutti quelli che “lo stanno ad ascoltare”.
Al di qua o al di la’ del Mediterraneo.