I recenti attentanti terroristici hanno innescato una spirale di odio religioso e islamofobia senza precedenti. Nel mondo, però, c’è ancora chi combatte l’odio e la violenza predicando l’incontro fra religioni. Questa è la storia di una Moschea nata e pensata per tutti i credi

 

Berlino – “Credo nel Dio che ha creato gli uomini, non nel Dio che gli uomini hanno creato” diceva Alphone Karr, giornalista, scrittore e aforista francese dei primi dell’ottocento. Un’affermazione che in questi giorni segnati dagli attentati di Manchester e, prima ancora, quelli di Parigi e Nizza suona quanto mai attuale. La stessa che, con tutta probabilità, deve aver pensato anche Seyran Ates nel momento in cui ha deciso di aprire la prima “moschea libera” di Berlino. Un luogo di culto unico nel suo genere, dove secondo la stessa avvocatessa femminista mussulmana nata in Turchia 54 anni fa: “Le porte sono aperte a tutti, donne e uomini, gay ed eterosessuali, sunniti, sciiti e non mussulmani”.

L’unico ed insindacabile requisito, è quello di non indossare il Niqab o il Burja. Il motivo è molto semplice. Il velo integrale, spiega Seyran in un’intrrvista al Der Spiegel, non ha nulla a che vedere con la religione. È un atto politico. Come quelli che per millenni hanno visto contrapposti, in una strenua battaglia, potere temporale e spirituale. L’uno in opposizione all’altro o, nella peggiore delle ipotesi, l’uno a giustificazione dell’altro. Dallo scorso venerdì, però, nel quartiere di Moabir la storia sembra aver preso una strada diversa. Inaspettata. Finalmente, infatti, tutti gli uomini ma, soprattutto le donne, di buona volontà posso sentirsi uguali di fronte al loro Dio. Senza discriminazioni di spazi di pregheria (come accade nell’Islam) o di ruoli (una cosa che accomuna tutte le religioni monoteiste).

 La sfida, che questa donna venuta apposta dagli Stati Uniti, vuole lanciare al sistema religioso monoteista è più rivoluzionaria di quello che si può pensare. Non solo riuscire a portare nelle Mosche persone di credi differenti, per conoscersi meglio, che sarebbe già di per sé un successo. Se non scompaginare le regole, non scritte, di una liturgia che impedisce alle donne di guidare la preghiera. Secondo l’avvocatessa americana, infatti, il Corano non vieta al gentil sesso di svolgere il ruolo di Imam. A metterle al bando, invece, sarebbe stata una interpretazione strumentale del libro sacro, per evitare che gli uomini fossero ammaliati e distratti da cotanta soave voce.

Seyran insieme ad altre donne mussulmane e femministe come lei, fa parte di un piccolo Movimento internazionale che ha dato vita ad network “alternativo”: Muslin for alternative values. Da anni, lottano contro ogni logica patriarcale e sessista, sfidando i precetti imposti da forvianti interpretazioni del Corano e della Sunna. Con lei, ci sono donne del calibro di Amins Wadud, una delle prime ha tenere la preghiera del venerdì a Cape Town, e Asma Barlas. La rete di cui fanno parte è, ormai, presente in decine di città in tutto il mondo e fa eco a diverse iniziative nate anche in Europa. Come quella che ha permesso di fondare una Moschea femminile a Copenaghen.

Secondo Seyran, infatti, è fondamentale opporsi all’estremismo religioso in ogni sua forma. Non solo quello terroristico. Prendere una posizione netta. “È irresponsabile da parte dei mussulmani progressisti limitarsi ad insultare le associazioni conservatrici e al contempo lasciare loro l’educazione dei bambini e dei giovani. Non basta ignorarli, bisogna sfidarli mostrando quello che l’Islam può e deve fare nel mondo moderno”, ha affermato Seyran Atas. Per farlo, ha pensato bene di aprire la “sua” moschea della fratellanza e del dialogo proprio nello stesso quartiere dove sorgeva l’Associazione radicale frequentata da Anis Amri, l’autore dell’attentato al mercatino di natale.

Com’è facilmente intuibile, la battaglia che sta portando avanti Seryan è molto pericolosa, perché si propone di scardinare dall’interno un sistema sociale e familiare fatto di rigide e stringenti regole. La sua stessa vita è minacciata, ma questo coraggioso gruppo di donne non ha alcuna intenzione di fermarsi. Di darla vita a chi propone odio e violenza. Un impegno eroico, che cerca di opporsi e, soprattutto, di proporsi come alternativa ai populismi e alla islamofobia esplosa in seguito alle stragi che si stanno consumando in Europa e non solo.

 

                                                                                                                                                                                                                                        Mattia Bagnato