Era il 2 giugno 1946 quando in Italia si votò il referendum per stabilire la forma istituzionale dello Stato,  tra Repubblica e Monarchia dopo il termine della seconda guerra mondiale. Ma furono elezioni all’insegna della legalità?

Ci sono molti dubbi sulla vittoria della Repubblica. Per molti è nata nel sangue e nella truffa. Altri aggiungono grazie ad un colpo di stato commesso dal governo, in un clima di guerra civile strisciante. Moltissimi italiani furono privati del diritto di voto.  Si dice che il voto fu regolare, a parte qualche anomalia determinata dal lungo periodo di non voto, dovuto alla dittatura, ai registri elettorali non aggiornati, all’inesperienza degli scrutatori e dei presidenti di seggio.  Il referendum si svolse in un Italia sconfitta, che avrebbe firmato qualche mese dopo il trattato di pace. Un Paese ancora sotto il controllo di un governo militare straniero d’occupazione.  Il 2 giugno si votò nella massima calma. Ma il clima delle settimane precedenti era stato contraddistinto da intimidazioni e caos totale. Votarono per la prima volta buona parte degli italiani incluse  le donne, anche se il vero lato oscuro che non tutte le regioni furono incluse nel voto, si privavano del diritto di voto gli abitanti della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Alto Adige. Furono inoltre esclusi i prigionieri, gli sfollati, e i complici del regime. Idem i loro familiari. In totale furono privati del diritto di voto circa il 10% degli italiani.
Non è chiaro se la  Repubblica ottenne la maggioranza dei voti.  I conti non tornarono tra i risultati del referendum, i probabili aventi diritto al voto e la popolazione italiana del tempo. Ci sarebbero stati circa 2 milioni di voti in più nelle urne. Numerose persone ricevettero 2 o 3 certificati elettorali. Lo stesso accadde per molti defunti. Prendendo per buoni i risultati ufficiali, la Repubblica avrebbe vinto per circa 250 mila voti in più rispetto al numero dei votanti ufficiali. Su circa 35 mila sezioni elettorali, furono presentati circa 21 mila ricorsi, esaminati e respinti tutti in meno di 15 giorni. I votanti furono 24 947 187, pari all’89% degli aventi diritto al voto, che risultavano essere 28.005.449. I risultati ufficiali del referendum istituzionale furono: Repubblica voti 12 718 641, pari al 54,3%; Monarchia voti 10 718 502, pari al 45,7%; voti nulli 1 498 136. Analizzando i dati regione per regione si nota come l’Italia si fosse praticamente divisa in due: il nord, dove la Repubblica aveva vinto con il 66,2%, ed il sud, dove la Monarchia aveva vinto con il 63,8%.
Alla fine dai dati del voto l’Italia risultò divisa in un sud monarchico e un nord repubblicano. Le cause di questa netta spaccatura possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Per le regioni del sud la guerra finì appunto nel 1943 con l’occupazione alleata e la progressiva ripresa del cosiddetto Regno del Sud, che, grazie agli aiuti stranieri e all’allontanamento del fronte, aveva riguadagnato una certa tranquillità e un certo benessere. Per contro, il nord dovette vivere quasi due anni di occupazione tedesca e di lotta partigiana  e fu l’insanguinato teatro della guerra civile . Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani, partito comunista, partito socialista, movimento di Giustizia e Libertà. Con la vittoria repubblicana si era sciolto il Patto del 1860 con il quale si era accettata l’Unità d’Italia sotto la dinastia dei Savoia. Incidenti, con morti e feriti, scoppiarono a Palermo, Taranto, Bari, Messina, e soprattutto a Napoli, dove l’11 giugno un corteo monarchico cercò di assaltare la sede del PCI in via Medina per togliere una bandiera tricolore esposta priva dello stemma sabaudo, ma raffiche di mitragliatrice, sparate da un autoblindo della polizia che cercava di mantenere l’ordine pubblico, uccise nove manifestanti monarchici, mentre altri 150 rimasero feriti, la città aveva votato per più dell’80% in favore della Monarchia. La notte fra il 12 ed 13 giugno 1946 il Consiglio dei ministri conferì al presidente Alcide De Gasperi le funzioni di Capo provvisorio dello Stato repubblicano, senza attendere il pronunciamento ufficiale della Corte di Cassazione, fissato per il successivo 18 giugno. Messo di fronte al fatto compiuto, Umberto II lasciò il paese il 13 giugno 1946.