La penna di Benedetta Tobagi con “La scuola salvata dai bambini” e un’Italia che si tinge dei mille colori dell’inclusione

Gli occhi si soffermano sulle vite dei bambini. L’indagine attraversa il mondo della scuola. Un viaggio da Nord a Sud, nelle primarie ad alta densità di bambini stranieri. Il fermoimmagine del nostro Paese che sta cambiando. “La bella vita con i bambini che vanno a scuola, e la fiducia che si accontenta di una parola. La bella vita senza confini come i bambini” canta Jovanotti. I bambini come antidoto ai confini, all’odio, alla chiusura, alla grettezza, alla paura, all’isolamento. Le storie di storie di bambini e maestri, per chi a scuola ci lavora, e per chi di scuola non sa nulla. La scuola dell’obbligo come specchio della società intera.

“La scuola salvata dai bambini” inizia così: “Poi mi sono chiesta: ma io iscriverei a cuor leggero il mio bambino in una scuola dove la maggior parte dei suoi compagni di classe non sono italiani? A essere sincera, con grande imbarazzo della buona coscienza progressista, non ero affatto certa della risposta. Se la vita non mi avesse accomodata in un quartiere benestante dove gli stranieri (pochi e alloggiati altrove) sono soltanto bravi ristoratori, estetiste solerti, amabili badanti o donne delle pulizie cui lasciare senza remore le chiavi di casa, tutti a disposizione, sarei lo stesso la persona tollerante che mi pare di essere?”.

Chi di noi non se lo è mai domandato? Fino a dove arriva il razzismo latente dentro di noi? Quali esperienze risultano fondamentali per instaurare un cambiamento reale nella nostra anima e nella nostra ragione? Chi non è razzista è perché non ha avuto modo di conoscere il peggio. Oppure perché la povertà l’ha vista e vuole fare di tutto per combatterete in nome di un mondo più giusto? Più a portata di essere umano?

Scuola e famiglie

Chi ha a che fare con i ragazzi e con le famiglie lo sa. Le famiglie fanno sacrifici in ogni ambito. Ma se si tratta di acquistare i libri e sottopagare gli insegnanti privati, le famiglie italiane hanno quella marcia in più. Una capacità della quale gli italiani di una volta si vergognerebbero. I nostri nonni si vergognerebbero dei genitori pronti a dare contro agli insegnanti, se non altro perché minare persino questa figura autorevole di fronte agli occhi dei ragazzi stessi forse non è una scelta davvero vincente.

Tutto si deve ottenere facilmente. Mio figlio non sbaglia. Sono gli insegnanti che non lo capiscono e ce l’hanno con lui. E poi quanti libri da leggere che dà questa insegnante. Cerchiamo una versione PDF craccata dal nuovo pc della Apple. Che il cartaceo sfiora addirittura i 12€. La ragazza di ripetizioni dice che è importante il rapporto con il cartaceo. Bah, io ci vedo quantomeno una bella figura da fare con la professoressa. Insomma mio figlio lo compra il libro. Beh, lo compra. Prima facciamo un salto in biblioteca, ci dovesse essere lì. Tanto la biblioteca è vicino all’estetista. Domani dopo il semipermanente e le sopracciglia ci passo. La tessera della biblioteca sarà gratuita, vero? Altrimenti sì, PDF craccato.

Il valore della scuola nelle famiglie straniere

Benedetta Tobagi in “La scuola salvata dai bambini” ha notato quello che ha colpito anche me. Ogni volta in cui ho avuto a che fare con la dignità di un bimbo e di una famiglia non italiana. I libri e la scuola posseggono ancora la loro sacralità. I libri si acquistano come beni, beni di famigli, non come mezzo per fare bella figura a scuola. Riconosce “in queste famiglie un rispetto per il valore della scuola, della cultura, della lettura, che nella maggior parte degli italiani non si trova più. […] In parte dipende dalla cultura del paese d’origine (la scuola è tenuta in gran conto nei paesi dell’Est), ma ancor più dal fatto che gli immigrati vedono nell’istruzione una grande possibilità di riscatto. […] La colpisce come i ragazzini italiani siano in competizione tra loro, si giudichino, non si aiutino a vicenda: ci vuole un grosso lavoro”.

Il lavoro rubato agli italiani

Niente niente, questi stranieri comprassero i libri perché ci rubano il lavoro? “La scuola salvata dai bambini” ci lancia un messaggio sul quale riflettere. “Gli stranieri in Italia sono più o meno cinque milioni e ottocentomila. Una bella cifra, rispetto ai sessanta milioni e seicentomila abitanti su cui s’è assestata la penisola. Di questi, gli irregolari rispetto al permesso di soggiorno sono solo quattrocentomila e ce ne sono altrettanti che, pur in regola, non hanno una residenza stabile (dati ISMU-ISTAT 2015). […] Eppure gli stranieri mostrano che di lavoro ce n’è. Ma sono lavori umili. Gli italiani non si abbassano.

 Una piccola fotografia molto esatta del mercato del lavoro nazionale: tutta la retorica contro «gli stranieri che ci rubano il lavoro» è mal posta. Gli immigrati hanno tassi d’occupazione più alti degli italiani, soprattutto giovani, perché accettano i famigerati ddd jobs (dirty, dangerous and dangerous and demeaning, i lavori sporchi, pericolosi e umilianti). Per non parlare del fatto che, che, come ha ricordato il presidente dell’INPS Tito Boeri nell’estate 2016, gli stranieri ci «regalano» ogni anno 300 milioni di euro – circa un punto di PIL – di contributi sociali”.

Inclusione

Nonostante questi dati, ne “La scuola salvata dai bambini” si legge “in Italia esiste un fiume sotterraneo di razzismo che periodicamente riaffiora, con esiti talvolta tragici.” E allora come rispondiamo alla domanda iniziale “io iscriverei a cuor leggero il mio bambino in una scuola dove la maggior parte dei suoi compagni di classe non sono italiani?”.

Una volta ho assistito ad un monologo di un ristoratore che addirittura aveva ritirato i figli da scuola, perché tanti compagni di classe erano stranieri. I figli sarebbero rimasti indietro, avrebbero seguito un programma scolastico da Sud del mondo, da stranieri. Avrebbero corso il rischio di imparare parole nuove, di ascoltare suoni diversi, assaggiare cibi differenti. Che paura.

Io risposi semplicemente che ero una di quelle persone che insegnava italiano proprio ad adulti e bambini arrivati da un paese straniero. Ai lenti. Ai rallentatori di programmi scolastici insomma. Che esisteva anche un lavoro per portare a termine questo compito. Che l’inclusione non era una parolaccia. Ma una scoperta. La scoperta che il mondo va ben al di là del proprio naso. E avere il mondo a portata di classe avrebbe reso i suoi figli più svegli e più fortunati di tanti altri bambini. Ma niente, ormai lo aveva già iscritti dalle suore.

Integrazione

“La scuola da sola non può farcela a integrare bambini e ragazzi stranieri. La sua azione non può essere efficace, se fuori dalla classe gli alunni devono vivere da emarginati per mancanza di politiche adeguate a sostegno dell’inclusione sociale. […] La paura dei genitori italiani che in classi troppo multietniche si resti indietro col programma è l’eterno cruccio dei dirigenti.

Persiste un’idea forte, tra i genitori non necessariamente agiati, ma di un certo livello sociale, che la scuola migliore, dunque quella che vogliono per i loro figli, è quella che li rende più capaci di reggere o sostenere la competitività […] ma le migliori prassi didattiche sono inclusive, non competitive. […] L’inclusione è un lavoro quotidiano, soprattutto in queste scuole di «seconda generazione». Dove i problemi più grossi riguardano la dimensione culturale, l’integrazione si fa in larga parte con la didattica ordinaria, aggiornata in senso interculturale.” La scuola non come azienda competitiva. La scuola come occasione di imparare a stare al mondo, a pensare, a confrontarsi, ad accettare, a non avere paura. A diventare persone curiose.

Cristina Ippoliti