Storie dall'Italia

La scuola al tempo del Covid-19, tra sfide e disuguaglianze

Con la sospensione della didattica, le scuole italiane si trovano davanti a una grande sfida: garantire a distanza il diritto all’istruzione. Testimonianze di educatrici, insegnanti, classi e smart-working

Roma – Sembrava solo una notizia lontana, quella del Coronavirus, e invece ha finito per insidiarsi progressivamente nelle pieghe dell’Europa. Gli italiani sono stati i primi cittadini del vecchio continente a scontrarsi con la sua forza travolgente e si sono visti costretti a rimodulare le proprie abitudini di vita, anche quelle della più banale quotidianità. Ogni aspetto dell’economia e tutte le istituzioni del Bel Paese hanno ricevuto, stanno ricevendo e riceveranno, un impatto incredibile che lascerà il segno nella nostra storia. La scuola non è esente da questo rivolgimento che sembra avere tutti gli aspetti di un cataclisma. La sospensione dell’attività didattica è stata annunciata un passo alla volta, secondo il meccanismo delle proroghe, tipico dei decreti che si stanno susseguendo ormai da circa un mese.

Il primo annuncio è avvenuto il 5 marzo: gli studenti sarebbero dovuti rimanere a casa per dieci giorni. Non è stato necessario molto tempo per comprendere che quella data era troppo ravvicinata per poter ritornare sui banchi. Niente didattica fino al 3 aprile. E ancora non sembra bastare. Mentre la Regione Lombardia annuncia che le scuole saranno chiuse fino al 15 aprile, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha ormai dichiarato che sembra impossibile fissare una data per la riapertura a pieno regime. Il sentimento comune negli insegnanti è ormai la rassegnazione. Convinti che l’anno scolastico terminerà senza rientrare nelle proprie classi, cercano di riorganizzare le proprie lezioni a distanza, perché, anche a porte chiuse, #LaScuolaNonSiFerma. L’ashtag è stato lanciato dal Ministero dell’Istruzione di pari passo con un’omonima campagna per raccontare esperienze di didattica a distanza, di cui non sono protagonisti solo i docenti, ma anche i dirigenti, il personale amministrativo e ATA, gli alunni, e non per ultimo i genitori.

Lo smart-working è ormai la parola che regna sovrana nel mondo del lavoro italiano, in tutte le sue diramazioni. Al pari delle piccole e grandi aziende, degli uffici pubblici e privati, il sistema scolastico di ogni grado è costretto ad adattarsi alle nuove normative statali. La situazione emergenziale richiede un processo di adeguamento tanto complesso quanto repentino. Ristrutturare i rapporti tra gli insegnanti e le classi, rendere la didattica funzionale senza privare del diritto all’istruzione gli studenti, inclusi quelli con specifiche esigenze e che nella condizione di normale svolgimento sono affiancati da figure di sostegno, è oggi la sfida più grande in cui l’unico supporto è la tecnologia.

Le scuole italiane non sono totalmente digiune di informatica. Il decreto legge n. 95 del 6 luglio 2012 ha introdotto il registro elettronico nelle istituzioni scolastiche, che, a partire dall’a.s. 2012/2013, i docenti impiegano per coinvolgere le famiglie degli studenti. Con una password, i genitori possono consultarlo per seguire l’andamento didattico disciplinare dei propri figli. Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Scuola Digitale 2019, circa il 90% degli istituti lo adotta correntemente. Dal 2016 all’interno delle scuole è obbligatoria la presenza di un team dell’innovazione (composto da un animatore digitale, due assistenti amministrativi, un’unita di personale ATA o docente per l’Assistenza tecnica e un assistente tecnico esclusivo per le sole istituzioni del secondo ciclo) che assume la funzione di supportare e accompagnare l’innovazione didattica nelle istituzioni scolastiche. Tuttavia l’impegno corrente è assai più ampio da quando, secondo quanto previsto dal Dpcm dell’8 marzo, i dirigenti scolastici hanno attivato la modalità di didattica a distanza. Alcuni registri elettronici sono collegati a delle piattaforme per la didattica digitale. Si tratta di un servizio a pagamento, ma che molte aziende hanno reso gratuito fino alla fine dell’anno scolastico per supportare le istituzioni in questo periodo di emergenza. Il ministero ha stanziato dei fondi per fornire la strumentazione tecnologica utile alle famiglie in difficoltà (con il DL n° 18/2020), ma ai tempi di applicazione lunghi corrisponde una necessità impellente.

È impossibile fornire un panorama di insieme sulle metodologie e gli strumenti impiegati dai docenti di ogni ordine. Nonostante vi sia un indirizzamento generale da parte dei dirigenti, nella maggioranza degli istituti è lasciata agli insegnanti libera scelta sulle piattaforme e modalità di comunicazione con i ragazzi. C’è chi sfrutta i programmi ufficiali e chi invece ne sceglie altri, anche tra i molti segnalati sul sito del MIUR in supporto dei docenti. Alcuni prediligono l’invio di materiali in pdf o powerpoint, altri inviano video tratti dal web o registrati autonomamente, c’è poi chi decide di coinvolgere gli studenti in vere e proprie classi digitali con connessione video e possibilità di interazione. È questo il caso di P. (tutti gli insegnanti contattati per un’intervista hanno richiesto di comparire in forma anonima, n.d.r.), maestra di italiano, storia e immagine di quinta elementare presso un istituto comprensivo di Fiumicino. «Io e le colleghe abbiamo iniziato solo da qualche giorno con la classe virtuale – racconta, tra emozione e preoccupazione – all’inizio credevamo, anzi speravamo, durasse poco quindi ci siamo limitate a fornire dei materiali ai ragazzi su cui lavorare. Quando abbiamo compreso che non sarebbe tornato tutto alla normalità in breve tempo, ci siamo attrezzati con la “classe virtuale”. I bambini si connettono tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 17, chi con il cellulare, chi con il computer. Non sono lezioni frontali, ma partecipano attivamente». La classe di P. è composta da venti bambini, con situazioni familiari molto diverse tra loro. Alcuni hanno entrambi i genitori che lavorano a casa in smart-working, quindi hanno problemi di accesso ai supporti informatici. Altri, invece, nella loro innocenza, sono molto contenti di stare a casa e godere delle attenzioni di mamma e papà tutto il giorno data l’impossibilità lavorativa. C’è anche chi invece passa l’intera giornata con i nonni e si sente un po’ solo. Ad accumunarli tutti è però la voglia di tornare a scuola. «La nostra prima classe digitale è stata tragicomica – aggiunge l’insegnante – I bambini erano così felici di essere di nuovo tutti in contatto che non ci ascoltavano, ma continuavano a chiacchierare tra di loro. Non dobbiamo dimenticare che gli alunni passano tante ore al giorno nella classe, che diventa presto per loro una seconda casa in cui vivono con una “grande famiglia”. La didattica a distanza non combatte solo con problemi tecnici, ma anche con il disagio emotivo».

O. lavora invece come professoressa di lettere in due scuole superiori di Roma, una pubblica e una privata. Spiega che i due istituti hanno affrontato molto diversamente la situazione di emergenza: «Nel privato, e questa è cosa nota in tutti gli ambiti, difendere i diritti dei lavoratori è spesso più complesso. Ci chiedono ancora di recarci in sede tutti i giorni nonostante i ragazzi siano a casa. Il dirigente non si fida e continua a credere che a distanza il nostro impegno non sia lo stesso. Nella scuola pubblica c’è molta più fiducia e coesione». Diversa è anche l’organizzazione della didattica a distanza: «Nella scuola statale sono state avviate caoticamente ma anche piuttosto velocemente delle classi virtuali. In quella privata continuiamo a mandare solo materiali in pdf e power-point. Dalla prossima settimana verranno registrati dei video di lezioni frontali che saranno diffusi a tutti gli studenti dello stesso grado, accumunando le varie sezioni. Non mi sembra la scelta adatta perché l’andamento dei programmi segue velocità e modalità diverse di classe in classe». Conferma che anche gli studenti di età più matura hanno manifestato la voglia di tornare a scuola, sentono la necessità di un “ritorno alla normalità”, di riappropriarsi dei propri spazi e della propria quotidianità. Le lezioni nelle classi virtuali sono molto partecipate: «Bisogna considerare che i miei studenti sono gli adolescenti del 2020, che conoscono la tecnologia, la sanno usare. Sono indipendenti da questo punto di vista e non hanno bisogno del supporto genitoriale».

Il carico di lavoro per i docenti, chiariscono sia P. che O., è aumentato in maniera esponenziale in questo periodo. Stare a casa non vuol dire lavorare meno, ma l’esatto contrario. Oltre alla pianificazione delle lezioni, c’è anche la necessità di preparare i materiali da inviare ai ragazzi, perché i soli libri non bastano. Cercare di coinvolgerli molto più del solito. Bisogna supplire alla mancanza delle spiegazioni con strumenti di supporto. Gestire i contatti con i singoli studenti oltre che con i genitori. Il lavoro sembra moltiplicarsi di giorno in giorno e resta vivo il quesito delle verifiche. «Non sarà facile dare delle valutazioni», commenta P. con una certa preoccupazione «per il momento stiamo valutando l’impegno dei bambini, ma non basta».

Gestire la didattica a distanza non è affare complesso solo per gli alunni e per i docenti, ma anche per le figure che li supportano a casa. Per i genitori vuol dire barcamenarsi tra il proprio smart-working e lo smart-studying dei figli. Eppure esistono ragazzi che non hanno madri e padri alle loro spalle. L. lavora in una casa famiglia attiva da anni sul territorio romano. Al suo interno trovano accoglienza da un lato minori stranieri non accompagnati, dall’altro ragazzi che vengono a fini tutelativi allontanati dalle rispettive famiglie per problematiche di vario genere. Nella struttura lavorano su turnazione 17 educatrici. Dei 16 minori risiedenti nella casa famiglia, 6 frequentano la scuola dell’obbligo. Da quando sono attive le restrizioni dovute all’emergenza epidemiologica, non escono di casa. Per le educatrici significa stare con loro 24 ore su 24 e supportarli al pari di una madre e di un padre. A disposizione c’è un solo computer, oltre che altri due forniti dai genitori ai rispettivi figli. Tra lezioni virtuali, presentazioni in power point e file word da compilare, i supporti tecnologici non bastano. «Il minore che frequenta le scuole superiori ha perso molte ore di lezione, perché non aveva modo di connettersi – racconta L. –  Il suo cellulare non supporta la piattaforma impiegata dai professori e non aveva un computer». Per le educatrici seguire gli insegnanti è molto difficile. Ognuno assegna i compiti usando strumenti diversi, dalle piattaforme istituzionali, alle mail, a whatsapp, con così tanti studenti sotto la loro ala protettrice l’organizzazione quotidiana è sempre più complessa e caotica. «I ragazzi più grandi sono autonomi, ma i più piccoli hanno bisogno di noi. Stare al fianco di tutti è davvero difficile, ma non demordiamo. È il nostro compito. Nella nostra struttura ci sono anche ragazzi con disabilità, per loro questa situazione è davvero stressante, perché sentono la mancanza del supporto degli insegnanti di sostegno. Si lavora a turni di tre educatrici alla volta, nonostante tutto l’impegno possibile non riusciamo sempre a aiutarli come vorremmo». Le variabili quotidiane sono tante in casa famiglia e si moltiplicano per il numero dei suoi ospiti.

Le sfide lanciate al sistema d’istruzione nazionale sono numerose e investono totalmente la società italiana in tutta la sua eterogeneità. Se saranno superate e in quale grado sarà possibile valutarlo solo a giugno.

Serena Mauriello

Dopo aver insegnato lettere nelle scuole superiori, Serena Mauriello è attualmente dottoranda in Italianistica presso l'Università la Sapienza di Roma. Suoi contributi sono stati pubblicati su importanti riviste specialistiche come Rivista di Studi Italiani o Bollettino di Studi di Italianistica. Ha partecipato attivamente a convegni e seminari sul Medioevo italiano. Nel ambito del giornalismo, scrive principalmente di cultura e società.

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