Storie dal Mondo

La rotta del Mediterraneo: sono essere umani, non numeri

Ha commosso gran parte dell'opinione pubblica la morte del piccolo Joseph di soli 6 mesi che con la madre proveniva dalla Nuova Guinea

Nell’ultimo anno, secondo l’UNHCR, sono state circa 78 mila le persone che hanno intrapreso la rotta del Mediterraneo per raggiungere l’Italia, la Spagna e la Grecia.
Non si tratta di semplici numeri e dati, ma di persone, di essere umani, di uomini, donne e bambini che hanno avuto la sfortuna di nascere nella parte sbagliata del mondo.

Chissà cosa si prova ad essere “loro”, ad affrontare un viaggio fatto di sacrifici, abusi e torture senza avere la certezza del lieto fine.

Come se la loro fosse solo una banale storia, e non la cruda realtà, c’è un antagonista ben più imprevedibile e pericoloso di quanto ci si possa aspettare: il mare.

Non quello delle spensierate vacanze estive italiane, dove l’unico rischio che si corre è quello di dimenticarsi di mettere la protezione solare, né il mare delle magiche passeggiate al tramonto durante tutto l’anno; bensì il mare mosso, freddo, gelido, non riscaldato, la maggior parte delle volte, dai raggi del sole, dove le onde ti travolgono senza lasciarti neppure il tempo di riprendere fiato prima di finire nuovamente sott’acqua, avvolto da invisibili tentacoli che provano a trascinarti giù nonostante i tentativi di rimanere attaccato alla vita.

Perché se decidi di affrontare tutte le difficoltà che questo viaggio comporta, non lo fai per “goderti la bella vita” a discapito degli italiani, ma per aggrapparti alla vita.

Questa è anche la storia di Joseph, un bambino di sei mesi morto nel Mediterraneo centrale, nonostante i tentativi dell’equipe medica della Ong spagnola Open Arms di salvarlo. Dopo due giorni in mare, il gommone sul quale viaggiavano Joseph, sua madre e un altro centinaio di persone ha ceduto. Joseph e la mamma provenivano dalla Nuova Guinea.

Non si tratta di un singolo tragico evento, circa 900 sono stati i morti nel Mediterraneo nell’ultimo anno (circa 20 mila dal 2014). Invece di intensificare i soccorsi per evitare ulteriori tragedie, si continua la lotta contro le ONG, criminalizzate e bloccate nei porti, e si rinnova il memorandum d’intesa con la Libia. Considerato erroneamente un porto sicuro, la Libia è in realtà un paese non unitario in guerra dal 2011, dove i migranti vengono torturati, sequestrati e rinchiusi in centri di detenzione e in veri e propri lager finché non viene pagato un ingente riscatto.

Migliaia sono i video di dominio pubblico che mostrano le continue e innumerevoli violazioni dei diritti umani, anche da parte della Guardia Costiera libica, complice nella maggior parte dei casi dei trafficanti, che spara contro le imbarcazioni dei migranti, per poi riportarli indietro, con lo scopo di chiedere ulteriori riscatti.

Nel 2017, l’Italia, firmando un accordo d’intesa con la Libia, per ridurre i flussi migratori, si è impegnata a sostenere e finanziare, pagando oltre 300 milioni di euro, il governo libico di Tripoli, rendendosi complice di queste atrocità.

Il 2 Febbraio 2020, il memorandum Italia-Libia è stato prorogato per altri tre anni, nonostante le denunce per le continue violazioni dei diritti umani.

Di fronte a questo scenario non ci si può che indignare per le accuse volte da una giornalista di Libero, ad Aja, ragazza appena diciottenne, costretta a sposarsi a soli tredici anni e madre del piccolo Joseph, per aver esposto il piccolo ai pericoli del viaggio.

Contrariamente al pensiero comune dell’italiano medio, che colpevolizza Aja e coloro che salvano le vite in mare, i cattivi di questa situazione non solo loro, ma noi.
E’ l’Italia, l’Unione Europea, la Libia e tutti coloro che osservano senza intervenire dalla comodità dei propri divani.

Il passato non può di certo essere modificato, nessun essere umano può essere riportato in vita, le cicatrici delle torture in Libia rimarranno per sempre sulla pelle di chi le ha subite, ma il passato può e deve insegnare, affinché tutti abbiano gli stessi diritti umani.

Per Joseph, per Aja, per quel bambino sconosciuto n.18, per tutti coloro che purtroppo non hanno avuto il proprio lieto fine, e per tutti coloro che lo stanno ancora cercando.

Benedetta Gozzo Ialacqua

Classe 2002, diplomata al Liceo Classico “Francesco Vivona” di Roma, attualmente studia “Comunicazione, Tecnologie e Culture Digitali” presso La Sapienza. Appassionata di fotografia, arte e documentari, è attiva anche nel sociale.

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