Umiliate, sottomesse e discriminate. Sono milioni le donne che, nell’indifferenza generale, subiscono violenze in ogni angolo del pianeta. L’ultima, in ordine di tempo, è stata Lucia Perez. Il suo omicidio, ha riacceso le polveri del movimento femminista internazionale. Abbiamo cercato di capire cosa di nasconde dietro una tale condizione

Buenos Aires – “Com’era Lucia? Come l’arte, come il rock, come l’amore per gli animali. Lì, in ogni strofa delle Viejas Lacos, in ogni “pogo ricotero” (dai Redendos de Ricota, storica rock band argentina) e in ogni abbraccio dato ad un cucciolo abbandonato, la potrete incontrare sempre, sorridente, imitando il suo cane e spargendo, per sicurezza, buone vibrazioni ovunque”.

Inizia così la lettere d’addio che Matias Perez ha scritto alla sorella Lucia, la sedicenne stuprata a morte. Era l’8 ottobre scorso. Un martedì come tanti a Mar del Plata, la Rimini argentina. Intorno alle 10 del mattino, 3 uomini si presentano davanti alla porta di casa. Bussano, chiedono di entrare ma Lucia si rifiuta. In casa non c’è nessuno. Il padre, come ogni giorno, è uscito di buon mattino per recarsi al lavoro. La madre, invece, sarà di ritorno a breve, ma per il momento la casa è deserta. La convincono a seguirli. È ingenua Lucia, come del resto lo è la maggior parte delle sue coetanee. Il Mate ancora caldo sulla tavolo della cucina. Le assicurano che non ci vorrà molto. Non farà mai più ritorno Lucia. Uccisa brutalmente da un “mostro” che qui, solo 2015, ha mietuto più di 230 vittime.

Ciò che è accaduto dopo, invece, gli argentini la chiamano chispa. La scintilla, quella che accende gli animi e infiamma la protesta. La stessa che il 13 ottobre, al grido di Nos paramos (noi ci fermiamo), ha invaso strade e piazze di tutto il continente e non solo. Dalla Moneda di Santiago de Chile passando per l’obelisco di Buenos Aires e la Bolivia, arrivando fino alle più importanti capitali europee. Un onda scura di milioni di donne, nera come la pece. In segno di lutto, per tutte coloro che ogni giorno sono vittime di violenza. Una furia cieca, che umilia il corpo e l’anima e che quando non finisce in tragedia lascia traumi psicologici indelebili. Ad affermarlo un rapporto dell’Agenzia Europea dei Diritti fondamentali intitolato: Violence against women: an-EU wide survey.

Non era la prima volta che le donne argentine scendevano in strada. Questo sciopero bianco però, indetto dal Movimento Ni una menos (Non una di meno) e da altre 50 collettivi femministi, è diverso. Lo capisci subito girando tra le persone che occupano la piazza di fronte alla Casa Rosada (sede del Governo argentino). Lo senti nell’aria, elettrizzata ed elettrizzante. C’è rabbia, rancore, per ciò che è accaduto e continua ad accadere senza che nessuna muova un dito per impedirlo. Se ne sono accorti anche loro, le centinaia di uomini che hanno preso parte alla protesta. Erano lì per solidarietà, per ribadire che c’è una componente maschile che certe cose non le fa e men che nemmeno le pensa. Hanno visto di persona il furore uscire da quegli occhi, eternamente, pieni di lacrime.

Voglio accompagnarci? Che cambino i loro privilegi storici, ma davvero, in uno spazio dove non ci sono telecamere”, ha dichiarato alla stampa Julietta Saulo, la coordinatrice del collettivo femminista Las Casilda. C’è anche chi però, come Florencia Abbate referente del gruppo Ni una menos, vuole sottolineare il fatto che senza di loro, le donne, il paese si blocca e non funziona più niente.

Come dicevamo, quella non è stata una marcia di protesta come le altre. È stata La Marcha, come si poteva leggere sui cartelli. Una grido di rabbia, che si è levato alto e potente, destinato a stravolgere la storia del movimento femminista latinoamericano. Per queste donne inferocite, infatti, in ballo c’era molto di più. C’era l’occasione di archiviare, definitivamente, secoli di politiche sociali e lavorative discriminatorie, sfruttamento e violazione del diritto alla sicurezza fisica e procreativa. A confermarlo l’identikit delle manifestanti presenti al corteo.

Figlie e nipoti di quelle Madres de Plaza de mayo, cuore ferito ma pulsante di un Argentina, perennemente, segnata da irrisolti conflitti sociali. Un segnale inequivocabile, che parte da questa nuova generazione di donne e arriva, direttamente, a chi detiene il potere gestendolo con ancestrale sessismo. Marta Mori, con cui ho avuto il piacere di fare un’interessantissima chiacchierata, non ha dubbi al riguardo. Le vecchie conquiste, ottenute negli anni 70, sono in pericolo. Spazzate via da un trentennio di vuoto generazionale. Spetta a queste piccole donne, presenti in massa in quel miercoles negro (mercoledì negro) a Plaza de Mayo, riportare l’attenzione sull’attuale condizione della donna.

Il sessismo, già. Il grande peccato originario di questo mondo secondo Marta Mori, Presidente dell’Associazione Kyanos. Fatto di immagini stereotipate che vogliono la donna, niente di più, che “un’incubatrice in carne ed ossa”. Un male duro da sconfiggere, mi dice. Prodotto di una (a)cultura patriarcale e maschilista. Dove, fin da piccole, le bambine vengono abituate alla subordinazione e ad un distorto senso di onnipotenza maschile che, portato all’estremo, si trasforma in femminicidio.

Viene da chiedersi, allora, come sia possibile prendere coscienza di essere violenti, sessisti appunto, quando è la stessa società ad ammetterlo senza che nessuno se ne scandalizzi mai abbastanza. È il tentativo che, da qualche anno, stanno facendo alcune associazioni nella casa circondariale di Milano-Bollate. Insegnare, o meglio riabilitare, uomini violenti al rispetto della donna e del suo libero arbitrio. Un lavoro duro, ritenuto da molti necessario per arginare quella reiterazione così tanto diffusa quanto preoccupante.

La famiglia e la scuola diventano, allora, i luoghi dove sconfiggere il “mostro”. Ne è fermamente convinta Valentina Sposetti, cofondatrice dell’Associazione Fight for love, che anni si batte contro la violenza di genere. È necessario scompaginare un sistema di cose che fin dai banchi di scuola discrimina le bambine. Ne determina i ruoli, le attività sportive e, persino, le prospettive future. Le relega ad un’esistenza vissuta all’ombra dei loro compagni maschi. Solo così, sarà possibile sconfiggere questo orribile “mostro” a più teste.