Dossier

«LA PAROLA CI FA UGUALI»: DON ROBERTO SARDELLI E LA SCUOLA 725

Nel momento della sua scomparsa, ripercorriamo la storia di uno dei più avanguardisti preti di strada e dei ragazzi che insieme a lui riuscirono a ottenere il proprio riscatto sociale.

Roma – Nel 1969 un prete acquistò una baracca da una prostituta lungo l’Acquedotto Felice. Era l’inizio di un’avventura protrattasi per anni che avrebbe cambiato la vita di molti ragazzi costretti a vivere in condizioni di grave disagio socio-economico. Quel prete era Don Roberto Sardelli, la sua storia è quella della Scuola 725 e di una città forse non poi così diversa da oggi.

È incredibile ai più immaginare quanto sia cambiata la capitale in cinque decenni. La Roma degli anni ’70 è la Roma delle borgate, protagonista delle pellicole pasoliniane, in cui i “migranti” erano connazionali provenienti dal Meridione. Le persone in condizioni di povertà non vivevano solo metaforicamente ai margini della società, ma letteralmente. Da quando nel 1925 il fascismo aveva deportato i residenti del centro storico della capitale verso la periferia, attorno alle nuove borgate erano nati insediamenti costituiti da baracche. Tra questi insediamenti abbandonati dalle istituzioni, dalla Chiesa e persino dai movimenti di sinistra, c’era quello dell’Acquedotto Felice, in cui risiedevano seicentocinquanta famiglie. Ai suoi abitanti si è dedicato Don Roberto Sardelli, una figura oltremodo al di fuori del sistema che nel 2018 è stato insignito della laurea honoris causa dall’Università degli Studi di Roma Tre.

Il suo intervento fu anomalo e inizialmente non compreso neanche dagli stessi abitanti della borgata. Non si trattava di volontariato né di un aiuto umanitario legato alla donazione di beni di prima necessità, Don Roberto mirava a creare una coscienza critica negli abitanti dell’Acquedotto Felice per permettere loro di far valere autonomamente i propri diritti. Scacciando tutti coloro che credevano di portare aiuto con effimere donazioni, procacciandosi anche la rabbia di chi voleva aiutare, fondò nella sua casa di fortuna la Scuola 725, il cui nome non è nient’altro che un numero civico. Senza la pretesa di sostituirsi alla scuola di Stato, nell’ambiente umido e angusto della scuola si tentava di supplirne le imperdonabili carenze.

Per i ragazzi dell’Acquedotto, frequentare le scuole di quartiere voleva dire vivere in incognito, nascondere le proprie origini per non essere etichettati come “quelli delle baracche, selezionati fin dai primi giorni di lezione in classi differenziali in cui erano destinati anche i peggiori insegnanti. L’opera educativa e pedagogica di Don Roberto non è stata semplicemente la fondazione di una scuola per aiutare i ragazzi nello svolgimento dei compiti, ma una vera e propria opera di coscientizzazione realizzatasi attraverso la fondazione di una controscuola. Una lotta per l’affermazione dei diritti e della dignità di coloro che erano considerati gli ultimi di una società che divideva gli individui in base all’appartenenza alle diverse classi sociali.

Sulla scia della scuola di Barbiana fondata da Don Milani, Don Roberto Sardelli portava avanti la Scuola 725 con una visione assolutamente nuova, ben diversa dall’ideologia dominante nell’istituzioni: mirava alla formazione dei ragazzi. Voleva che i suoi alunni rivendicassero con orgoglio le loro umili origini, ma voleva anche che prendessero coscienza della loro condizione di classe, ossia sociale, economica e culturale per liberarsi dalla paura e dal bisogno, per affermare con coraggio la propria dignità.

«Le parole hanno un potere enorme, non volevo che i ragazzi parlassero a vanvera. Allo stesso tempo mi impegnavo perché i ragazzi imparassero ad esprimersi. […] Lo studio ci permetteva di entrare nell’intimo della parola e di ricostruirne la storia. Il possesso della parola fu uno strumento di liberazione, di coscientizzazione. Nella scuola le ore più belle erano quelle serali, quando leggevamo il giornale e su una lavagna scrivevamo la parola chiave da spiegare» Don Roberto Sardelli

I ragazzi definirono la Scuola 725 la “Scuola del nostro riscatto”, a significare che avevano ben compreso che quella era una scuola formativa, un luogo dove si mirava alla conoscenza sociale per giungere alla trasformazione di quelle realtà in cui esistevano oppressori e oppressi, in cui una classe dominava e l’altra rimaneva vittima di abusi e soprusi. Con questi obiettivi composero il testo NON TACERE, creato con materiale che spontaneamente elaboravano. Il titolo era dettato dal contesto in cui vivevano, nel quale erano obbligati al silenzio, posti nella condizione di non parlare, di non gridare la propria condizione. L’impegno scolastico era incentrato proprio sulla conquista della parola, considerata strumento di dignità, di conflitto, di capacità ad affermare il diritto alla vita.  

Con uno stile e un linguaggio che ricordano Lettera a una professoressa, i suoi ragazzi scrissero: «Per molti essere colti significa saper leggere e scrivere. Siccome molti operai non sanno leggere né scrivere, passano per ignoranti. Ma noi vediamo che i contadini e gli operai tra di loro parlano. Essi conoscono lo strumento più antico e più facile per comunicare tra di loro. Ma questi conoscono poche parole. Se dovessero parlare in consiglio comunale i borghesi gli riderebbero in faccia. Se emigrano all’estero o si spostano da una regione all’altra dell’Italia, né capiscono né si fanno capire. Allora stanno zitti. Finché ci sarà uno che conosce 2000 parole e un altro che ne conosce 200, questi sarà oppresso dal primo. La parola ci fa uguali». Nella Scuola 725 si ribadiva l’importanza di lavorare là dove l’emarginazione e l’oppressione sono più evidenti. I lavori che maggiormente rispecchiavano tale criterio erano l’operaio e il maestro. Forse non a caso oggi, la maggior parte di quei ragazzi svolgono proprio uno di questi lavori, unendo spesso ad essi impegni nelle organizzazioni sindacali e in politica. Ad essi si affiancano alcuni che si sono lasciati coinvolgere dall’emarginazione delle borgate romane.

Educazione alla conoscenza e formazione dello spirito critico: questa fu l’esperienza di insegnamento di Barbiana e questo è stato l’orizzonte di riferimento della Scuola 725, la sua funzione essenziale.

 

A cura di Serena Mauriello

Con la collaborazione di Marta Naddeo

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Serena Mauriello

Dopo aver insegnato lettere nelle scuole superiori, Serena Mauriello è attualmente dottoranda in Italianistica presso l'Università la Sapienza di Roma. Suoi contributi sono stati pubblicati su importanti riviste specialistiche come Rivista di Studi Italiani o Bollettino di Studi di Italianistica. Ha partecipato attivamente a convegni e seminari sul Medioevo italiano. Nel ambito del giornalismo, scrive principalmente di cultura e società.

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