IL MONDO TREMA SOTTO I COLPI DELL’ISIS E IL MARE CONTINUA A SPEZZARE LE VITE DI TEMERARI CHE SFIDANO LA SORTE

“Sotto l’azzurro fitto del cielo qualche uccello di mare se ne va; né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto “più in là” (E.  Montale).

E così la storia si ripete; l’ennesimo barcone colmo di speranze ha prodotto il suo numero di illusi, forse troppo ingenui, sicuramente disperati. Sono dieci questa volta le vittime dell’ennesimo naufragio del barcone targato speranza; dieci donne, madri, mogli. Dieci storie spezzate, interrotte. L’intervento della guardia costiera per loro non è servito; la fatica e il caldo hanno avuto la meglio. Il barcone ha ceduto, iniziando a imbarcare acqua, sommergendo i corpi.  

Vittime del loro coraggio, della paura, della guerra che per troppo tempo ha segnato la loro vita. In 117 su un barcone che può contenere a malapena la metà di loro; si allontanano dalle coste della Libia diretti verso le terre del Mediterraneo, in cerca di un porto sicuro in cui approdare.

Ma questi viaggi, ormai si sa, portano con sé il pericolo, quasi certezza, che qualcuno non ce la farà, che quel porto non lo raggiungerà. Ma il dolore è più forte della paura, ed è proprio questo dolore a spingere 117 persone a mettersi nelle mani di trafficanti di esseri umani che speculano sui sogni di persone come loro.

Il destino delle dieci donne si è fermato lì, nel bel mezzo del canale di Sicilia, inghiottito da onde alte due metri. Sono numeri che si uniscono alla già esorbitante cifra di rifugiati morti soltanto nel 2016. Morti che non sembrano scuotere la coscienza delle tante persone che guardano da dietro uno schermo, neanche fossero scene di un film in prima serata. La gente è ormai assuefatta dalla morte, diventata compagnia quotidiana di messaggi massmediali.

Ed è proprio questo il problema, rimanere immobili di fronte a tragedie che si consumano a poca distanza da noi, come immobile rimane l’Europa che non sa più che “corpi” prendere.

Francesca Interlandi