Storie dall'Italia

LA MEMORIA E’ IDENTITA’

“Ci rinchiusero per sei giorni nei vagoni piombati, senza acqua e senza cibo. Molti morivano e i corpi venivano messi lungo le pareti dei vagoni. Di notte li usavamo come cuscini; a volte ti voltavi e ti trovavi col viso del morto davanti”

 

Roma- Lo scorso 27 gennaio è stata celebrata la Giornata della Memoria che si protrae per l’intera settimana. Ma a Roma c’è un’altra data che per gli ebrei della Capitale ha un significato molto importante “per non dimenticare”: 16 ottobre.

Due anni prima di quel 27 gennaio del 1945, al Ghetto come in tutta Roma, era rastrellamento. Alberto Mieli aveva 17 anni e abitava alla Garbatella quando iniziarono a rincorrersi le voci su quello che le ormai “disperate” SS stavano facendo e la famiglia Mieli riuscì, almeno per quel momento, a nascondersi in un appartamento nei pressi di via Arenula, dietro il ministero di Grazia e Giustizia.

Proprio Alberto Mieli è stato ospite dell’istituto Giulio Verne, in via Saponara, 150 (questo il nome per esteso) ad Acilia. Un istituto peraltro sempre puntuale quando si tratta di ricordare eventi o situazioni che hanno a che fare con la violenza perpetrata contro gli uomini. E questo si deve alla sensibilità di Patrizia Sciarma, dirigente del Giulio Verne, e degli insegnanti tutti.

“Nel Giorno della Memoria vogliamo ricordare i 70 anni dalla liberazione di Auschwitz. Ricordare – dichiara Simoma Gamorra Bulla, insegnante – non è solo un diritto è anche soprattutto un dovere e tutto ciò che è stato non dovrà mai più verificarsi. La memoria è prima di tutto identità e non è l’identità di Alberto Mieli e dei Testimoni, loro l’identità ce l’hanno impressa nei loro corpi e nei loro cuori, la Memoria della Shoah è per noi che non eravamo ad Auschwitz, per una Europa che ha assistito con indifferenza, per un’ Italia che ha partecipato con le leggi razziali, la Memoria sta nel cuore e con il passare del tempo la scomparsa progressiva dei Testimoni oculari e la distruzione delle tracce rischia di portare all’oblio”.

 L’Aula Magna stracolma di studenti ha accolto il testimone Mieli, colui che può raccontare parte delle atrocità messe in atto dai nazisti. È un sopravvissuto, colui cioè che è vissuto “sopra gli altri”, quelli che non ci sono più.

Alberto Mieli, porta addosso le conseguenze della sua terribile esperienza e, marchiato sul braccio, il numero che lo identificava.

Gli trema la voce quando ricorda: “Credevamo prendessero solo gli uomini per mandarli a lavorare, invece purtroppo presero bambini, donne incinte, vecchi e malati; 1200 persone. In giro per la città c’erano dei delatori, per tremila lire vendevano la vita di un uomo”.

Alberto Mieli in un incontro con gli studenti a Roma
Alberto Mieli in un incontro con gli studenti a Roma
Alberto Mieli in un incontro con gli studenti a Roma
Alberto Mieli in un incontro con gli studenti a Roma
Alberto Mieli in un incontro con gli studenti a Roma
Alberto Mieli in un incontro con gli studenti a Roma

Ricorda anche dei cinquanta chili d’oro che i tedeschi vollero dalla comunità ebraica (e molti cattolici parteciparono a questa raccolta) con l’assicurazione che gli ebrei non sarebbero stati toccati. “Io fui preso a novembre, per una banalità” – riprende Mieli – suonò l’allarme e mi nascosi in un ricovero antiaereo, in un sottoscala; detti dieci lire a due partigiani. In cambio ricevetti due francobolli ai quali non detti nessuna importanza, e li misi nel taschino della giacca”. Dopo tre giorni nello stesso sottoscala entrarono tre della Gestapo e quattro della X Mas; messo al muro e perquisito gli trovarono i francobolli: “Ebbi la presenza di spirito di dirgli che li avevo trovati per terra davanti a un negozio in via Arenula”.

Lo portarono al sesto braccio di Regina Coeli, lo stesso dove erano i prigionieri politici; e la maggior parte di loro morì alle Fosse Ardeatine.

Dopo essere stato torturato lo portarono al campo di Fossoli vicino a Carpi, quindi ad Auschwitz. “Nessuna mente umana  – dice – può immaginare che cosa facessero ad Auschwitz. Uccidevano per la malvagità di uccidere. Era una cosa indescrivibile. Non avevano nessun rispetto per la vita umana. I bambini di due tre mesi, presi per i piedini, lividi di freddo, li facevano dondolare e poi con violenza li lanciavano in aria e gli sparavano come se fossero stati dei volatili. Una malvagità incredibile. Prendevano ragazze, appena adolescenti, le portavano nelle baracche adibite a bordelli”.

Piange Alberto Mieli quando pensa a come si salvò. Lo mandarono a lavorare nelle fabbriche di guerra a Sosnowiec dove c’era un poco più di mangiare. Ricorda la marcia dei 620 chilometri per arrivare al confine della Cecoslovacchia, nel mese di febbraio, notte e giorno. “Avevamo perso la cognizione del tempo. Eravamo lerci, non ci facevano lavare e la notte dormivamo in mezzo alla fanghiglia. Ci rinchiusero per sei giorni nei vagoni piombati, senza acqua e senza cibo. Molti morivano e i corpi venivano messi lungo le pareti dei vagoni. Di notte li usavamo come cuscini; a volte ti voltavi e ti trovavi col viso del morto davanti”.

Già, come possibile dimenticare?

 

Emanuela Sirchia

Emanuela Sirchia

Nel 1983 si iscrive all'Università di giornalismo di Camerino. Nell'ottobre del 1988 approda al neo nato "Il Giornale di Ostia", dove rimarrà per 25 anni. Dal marzo 1991 è iscritta all'Ordine dei giornalisti del Lazio. Già collaboratrice per Paese Sera, ha scritto per il giornale aziendale dell'Acea e per il settimanale Free Magazine. Dal 2008 al 2013, è nell'ufficio stampa e pubbliche relazioni del Municipio X e dal 2006 a tutt'oggi ricopre l’incarico di addetto stampa del teatro Nino Manfredi. Ha scritto di cronaca nera, bianca, sport, spettacolo, arte e cultura. Tra i personaggi da lei intervistati: Tito Stagno, l’uomo della luna, Giorgio Albertazzi, Franca Valeri, Paola Gassman, Valeria Valeri, Gianrico Tedeschi e vari campioni sportivi come Bruno Conti, Rudi Voeller e Beppe Giannini. Per la giudiziaria, ha seguito la vicenda dei fratellini Brigida, il caso Marta Russo e l’omicidio di via Poma. E’ stata inviata per il Giubileo del 2000 e dal 1994 è accreditata in Campidoglio. Dice di sé: “ogni volto, ogni storia, ogni mostra visitata, ha lasciato un segno indelebile, esperienze di vita che non hanno eguali”.

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