Gli Usa  per la prima volta hanno sganciato contro postazioni dello stato islamico in Afghanistan la  Moab, acronimo di Massive ordnance air blast , ribattezzata Mother of all bombs “madre di tutte le bombe”,  il più potente degli ordigni dell’arsenale americano convenzionale, sganciato da un C130 americano sul distretto di Achin della provincia di Nangarhar ha causato la morte di 82 militanti Isis.

In questi giorni di tensione internazionale, derivata dall’inasprimento delle relazioni tra Stati Uniti e Russia a seguito della vicenda delle armi chimiche in Siria e lo scambio di minacce con la Corea del Nord, il Pentagono ha utilizzato per la prima volta la “super bomba” ,  nove metri di lunghezza e dieci tonnellate di peso con un raggio di deflagrazione di 150 metri, entro quali viene distrutta qualsiasi cosa. Realizzata nel 2003, durante il conflitto in Iraq, fino ad oggi non era mai stata usata nei teatri di guerra. Obiettivo degli Usa la distruzione di alcuni tunnel utilizzati dagli jihadisti nella zona di Achin, nella provincia afghana di Nangarhar al confine con il Pakistan da qualche mese sotto il controllo di miliziani afghani vicini ad Abu Bakr al-Baghdadi. Le immagini sono impressionanti, cosi come lo è l’imponente colonna di fumo sollevata. L’uso del potente ordigno è per Trump una ulteriore missione di successo, un nuovo messaggio di forza dopo l’attacco in Siria. Un rischio calcolato?  Difficile dirlo, ma è evidente che si stia tornando ad un clima da guerra fredda.

Il generale John Nicholson, capo delle forze americane schierate in Afghanistan, dice che questo era l’unico modo per stanare i combattenti del Califfato, che si nascondono tra le montagne, da dove fabbricano  mezzi esplosivi con cui lanciano gli attacchi. I primi di aprile le forze militari afgane hanno provato un’avanzata, ma sono state respinte e nella zona un soldato americano è rimasto ucciso.

Ma è lecito pensare che dietro a questo attacco vi siano forti messaggi lanciati dall’amministrazione Trump. In primis la lotta la terrorismo: nei programmi del nuovo premier americano prima del suo insediamento, c’era la volontà di incentivare l’azione militare, sicuramente il suo spirito esibizionista rispetto al suo predecessore Barack Obama è evidente, ma questo suo atteggiamento non fa più notizia.  Altro motivo da non sottovalutare, è dettato dal fatto che questo attacco dimostrativo in Afghanistan sta riempiendo le pagine dei quotidiani di tutto il mondo, e distoglie l’opinione pubblica internazionale dal continuo risalto mediatico dato dal bombardamento contro il regime di Bashar el Assad, in definitiva ricolloca la lotta al terrorismo come principio su cui battersi. Contemporaneamente manda un messaggio agli alleati sull’impegno americano, mostrando Washington disposto a investire tutto il proprio arsenale per contrastare il terrore.  Altro aspetto non trascurabile, la “madre di tutte le bombe” nata per colpire istallazioni protette e fortificate, nel 2003 durante la sua realizzazione era anche stata studiata per demolire i centri di arricchimento atomico dell’Iran, costruiti lungo i costoni rocciosi delle montagne. Uno panorama analogo a quello nordcoreano, infatti il regime di Kim Jong-un ha realizzato molti bunker con migliaia di pezzi di artiglieria che minacciano i cugini coreani, possibile che l’attacco americano in quella zona afghana sia  uno strumento psicologico utile a destabilizzare le manie di grandezza di Pyongyang.