Il ricordo di Oliviero Beha. Giornalista, scrittore, autore di inchieste scomode, sempre controcorrente e in cerca dei fatti

Roma – Un cuore in fuga. Così ci piace ricordare Oliviero Beha, scomparso poche ore fa, all’improvviso.

“Un cuore in fuga” è anche il titolo di uno straordinario libro del quale proprio con Beha abbiamo avuto occasione di parlare un paio di anni fa durante una delle tante presentazioni. Dedicato a Gino Bartali, uomo di sport, campione nella vita e sulla bici. Una vita a pedalare, un infinito duello con Coppi del quale si parla ancora.

Beha, in questo libro, non si è soffermato sull’aspetto agonistico, come peraltro avrebbe potuto fare vista la sua competenza e passione per lo sport. Raccontò di come la sua bici con la quale aveva scalato montagne lo portò a correre per salvare vite umane diventando una staffetta partigiana, contro le leggi razziali. Bartali non corre per la maglia rosa ma per salvare ebrei. E ne salvò a decine.

Questo, perché in fondo a nostro parere, Oliviero è stato come Bartali che notoriamente affermava “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Lo diceva anche Beha, sempre bastian contrario che scavava, cercava notizie, polemizzava, si accalorava come un giornalista deve fare.

Quando nell’87 arrivò in Tv nella trasmissione Va’ pensiero, restammo folgorati. E non poteva essere che l’ideatore del programma, Andrea Barbato, a chiamarlo. Uno dei nostri miti in campo giornalistico affiancato da quello che lo sarebbe diventato presto ai nostri occhi. Guardando i suoi sempre attenti a scrutare, chiari, indefinibili.

Sì, il bastian contrario, quello che dice pane al pane e vino al vino, il classico toscanaccio insomma. Innamorato del suo mestiere, scomodo, che soffriva a vederlo ridotto a colabrodo, dove cercare e trovare notizie sembra essere un sacrilegio. Tante sono quelle inventate.

Con i suoi “All’ultimo stadio” e “Il calcio alla sbarra” aveva denunciato prima di ogni altro come il calcio sia ormai qualcosa di diverso da un avvenimento sportivo. Impopolare a volte e per questo sempre in fuga “solo al comando”, oppure, non importa, anche in fondo al gruppo. Che importanza ha. È importante avere la libertà di dire quello che si pensa.

E… il cuore in fuga.

 

Emanuela Sirchia