Dossier

LA LEGGENDA DEL GAUCHITO GIL

Dalla penisola dello Yucatan, passando per Ande e poi giù fino alla Terra del fuoco c’è un mondo fatto di riti mistici e popolari superstizioni. Una terra di mezzo, dove il sacro e il profano si fondono dando vita ad una ritualità senza tempo

Argentina dal nostro inviato- “Sventurata quella terra che ha bisogno di eroi”, asseriva con triste rassegnazione Bertold Brecht in La vita di Galileo, la sua opera teatrale più nota. Miti, leggende ed epiche gesta, da sempre, sono la linfa vitale di cui i popoli si nutrono. Attraverso i quali costruire identità e senso di appartenenza. Nel bene e nel male. Così è stato ieri e così sarà anche domani. Il futuro incerto e le avversità della vita gravano sugli uomini, mortali, come un fardello difficile da sopportare. C’è una terra, però, dove tutto questo sembra avere un non so che di ancestrale, quasi atavico. Dove uomini e divinità convivono fianco a fianco, in un rapporto simbiotico. L’uno per l’altro, senza che il primo possa fare a meno del secondo.

Ne ebbero prova inconfutabile i conquistadores spagnoli, strani esseri dalle scintillanti armature metà uomo e metà cavallo, che qui giunsero molti secoli orsono. Dalla penisola della Yucatan, passando per la sontuosa cordigliera andina fino ad arrivare lì, dove gli imponenti ghiacciai segnano la fine del mondo, tutto può essere oggetto di culto. Liturgia viscerale, capace di trasformarsi in vera e propria devozione come solo questa gente, dal temperamento eccentrico e passionale, sa fare. Così, può accadere che, in un’Argentina costantemente segnata da l’ingiustizia sociale e da un’inadeguata distribuzione della ricchezza, il culto di un umile gaucho acquisisca un aurea trascendentale.

Dopo dodici ore di volo, ed un paio di scali, finalmente atterriamo all’aeroporto di El Calafate. Davanti ai nostri occhi la pampa. Il sole alto nel cielo infuoca questo brullo e incontaminato pezzo di mondo. Saliti sulla nostra Chevrolet bianca partiamo, direzione la Terra del fuoco. Fatto salvo che per qualche gruppetto di guanachi, sembra che l’apparente inospitalità di questo paradiso terrestre sia riuscita a proteggerlo dalle grinfie dell’uomo bianco. Dopo soli venti minuti di viaggio, la nostra attenzione è subito rapita da quei piccoli templi rosso porpora. Pacchetti di sigarette, bottiglie di vino e di acqua appaiono il tributo che i viandanti “pagano” ad un’entità dall’identità sconosciuta.

La curiosità è donna diceva qualcuno, ma non sempre. Così, all’ennesimo santuario che incontriamo decidiamo di fermarci. In ginocchio, occhi chiusi e mani giunte. Un “robusto” camionista sembra del tutto assorto nell’atto di rendere grazie al desueto “Cristo” con la bandana. Aspettiamo che abbia finito in rispettoso silenzio, poi cominciamo a chiedere spiegazioni. Lo sguardo dell’uomo passa rapidamente dall’incredulità, di chi non riesce a capire come sia possibile non conoscere il “santo” in questione, all’emozione che cresce man mano che il racconto prosegue.

>>>> GUARDA IL FOTOREPORTAGE<<<<

 

Antonio Mamerto Gil Núñez, in arte Gauchito Gil, è solo uno dei tanti “eroi” nazional-popolari che da queste parti vengo venerati al pari dei santi. La sua epopea è così leggendaria che si perde nel tempo, fondendo insieme realtà e fantasia. I suoi presunti poteri di intercezione così poderosi spingono migliaia di persone ogni 8 di gennaio a Mercedes, nella provincia di Corrientes. Vengono da ogni parte dell’Argentina, i fedeli del Gauchito Gil, macinano chilometri e chilometri nella “sola” speranza di ottenere il tanto agognato milagro. Il miracolo che in un colpo solo può cancellare tutte le sofferenze di una vita.

Luogo e data di nascita sono coperte da un alone di mistero, come ogni leggenda che si rispetti d’altronde. Lo stesso vale per i motivi della cattura. L’unica cosa certa, è l’attaccamento che i campesionos e la povera gente più in generale hanno per questo Gaucho dai poteri sovrannaturali. Lo chiamano il Robin Hood criollo. Prima di essere decapitato da un poliziotto sembra compisse assalti a carovane di ricchi possidenti, distribuendone la refurtiva tra i contadini poveri del nord del paese. Sulle ragioni che lo spinsero a “darsi alla macchia” ci sono diverse versioni, ed anche questo non potrebbe che essere così in effetti.

La prima versione, quella dal laitmotiv marcatamente passionale, lo vuole nelle (s)vesti di un amante imprudente. Invaghitosi di una ricca vedeva, il gaucho provocherà le ire del fratello e di un poliziotto. Quest’ultimo, preso da irrefrenabile gelosia, lo ucciderà tagliandogli la testa. La seconda, invece, ha il classico retrogusto amaro, tipico dei tradizionali racconti di rivoluzionari. Tutto si svolse durante gli anni della guerra civile tra Paraguay e Argentina. Azzurri contro rossi. Liberali contro autonomisti. Fratelli contro fratelli. Gil el Gauchito rifiutò di continuare quel fratricidio e disertò. Braccato come un animale prese la “via dei monti” dove riuscì a sopravvivere per diversi anni, grazie all’aiuto della popolazione. Fino a quando, però, non venne catturato e giustiziato.

Poco prima di morire, leggenda vuole che il gaucho dall’animo nobile pronunciò una nefasta profezia: se quell’uomo lo avesse ucciso, su di lui si sarebbe abbattuta una tremenda sciagura. La cosa si verifico, puntualmente! L’agente facendo ritorno a casa trovò il figlio gravemente ammalato come aveva predetto il gaucho. Preso dalla disperazione l’uomo invocò l’aiuto dello stesso Gil e salvò la vita all’amato figlio.

Gran parte di quanto racconto appartiene, ovviamente, alla mondo della fantasia. La potenza di queste storie, tuttavia, sembra inarrestabile. Leggende come questa, infatti, si tramando da secoli immutate. Spingono uomini e donne in un universo fatto di riti pagani e liturgie cristiane. Il culto degli antenati e della pachamama si mescolano a quello dei santi come in un melting pot di sacro e profano. Avendo avuto la fortuna di fare da spettatore ad uno di questi momenti “sacri”, posso assicurare che il trasporto e il coinvolgimento che pervade anime e corpi lascia sbalorditi. Tutto sembra fermarsi, il tempo e lo spazio acquisiscono una dimensione mistica, quasi paranormale.

Juan, il ragazzo che mi ha accompagnato, improvvisamente, sembra entrato in uno stato di trans. Urla, si dimena e si batte i pugni sul petto come se volesse punirsi per i peccati commessi. Poi, come nulla fosse, tutto ritorno alla normalità. Le grida si placano e le lacrime lasciano il posto alle risa. La cerimonia è finita, si ritorna a casa. Rimane la sensazione di aver preso parte ad una degli eventi più suggestivi a cui abbia mai assistito, così mi vengono in mente le parole di un vecchio capo Sioux: “Ho visto che in ogni grande impresa non è sufficiente per un uomo credere solo in sé stesso”.

Mattia Bagnato

Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button