Il caso di Yara Gambirasio: è partito il processo a Massimo Bossetti. Dopo Cogne, Perugia e Garlasco ecco come la giustizia richiede certezze alla scienza.

Roma- Il 3 Luglio è iniziato il processo a Massimo Bossetti, il muratore della bergamasca accusato di essere l’assassino di Yara Gambirasio. Sarà un processo diverso da tutti quelli cui abbiamo assistito sino ad oggi. Negli ultimi tempi i processi penali, soprattutto quelli derivati da un delitto efferato, come l’omicidio, si basano principalmente sulle prove scientifiche. Il primo è stato il delitto di Cogne in cui, per la prima volta, si è parlato in Italia di BPA (Bloodstain Pattern Analysis). A questo sono seguiti i casi di Meredith Kercher e di Chiara Poggi. Tutti questi fatti di cronaca sono stati caratterizzati dall’uso, quasi ossessionato e continuo, delle prove scientifiche. Si è parlato costantemente di BPA, prova del DNA, impronte digitali, ma alla fine hanno avuto l’obiettivo di confondere non solo l’opinione pubblica (bombardata quasi quotidianamente da queste notizie) ma anche gli stessi addetti ai lavori che, nel momento in cui si sono trovati dinanzi alla necessità di raffrontare la scienza con la realtà dei fatti, hanno avuto sorprese non indifferenti rispetto al quadro impostato in origine.

Nel processo Bossetti, come mai fino ad ora, gli elementi di prova si basano sulla scienza e sugli strumenti offerti dalle tecniche più evolute, ma quanto le prove scientifiche possono comportare il pieno convincimento dell’autorità giudicante? Sono queste prove, così sponsorizzate, fondamentali per giungere ad affermare la realtà dell’evento? Dobbiamo innanzitutto dire che la scienza ha nei suoi connotati tipici la sperimentazione continua e lo sviluppo dei suoi risultati fondati sull’errore: dobbiamo sempre ricordarci che quando parliamo di scienza non possiamo prescindere dalle teorie di Popper sulla “falsificabilità” della scoperta scientifica e per fare questo bisogna analizzare e sperimentare più volte la medesima cosa.

Il processo penale ha come obiettivo quello di raggiungere una sua conclusione che deve essere ritenuta giusta ed immutabile. Per questo motivo il processo, tramite i suoi interpreti (Giudice, Pubblico Ministero ed Avvocato), chiede alla scienza le certezze che sono tipiche della sua natura, dimenticando però che essa si alimenta e vive di dubbi: lo stesso Einstein identificava la scienza in un “cimitero di teorie errate”. Possiamo pensare che le scienze ci offrono delle certezze, cioè si potrebbe addirittura dire “fortunato il processo in cui le scienze possono dare un aiuto al giudice”. In realtà dovremmo esprimere con prudenza tale affermazione.

Le scienze non ci offrono mai un’inferenza abduttiva certa o altissimamente probabile che sia l’ultima che ci permette di predicare l’esistenza o meno del reato attribuibile al soggetto. Per esempio, un’impronta digitale ci dice che un soggetto ha toccato un determinato oggetto – si pensi all’impronta di Raffaele Sollecito sul gancetto del reggiseno di Meredith – ma l’affermazione che questo sia avvenuto in un contesto criminoso o meno è frutto di un’altra inferenza finale che normalmente si compie sulla base di un complesso di elementi e di risultanze.

Non possiamo e non dobbiamo mai dimenticare che il processo ha una funzione sociale e non vuol dire certamente che bisogna trovare ad ogni costo il colpevole: il processo non ha per scopo un’elaborazione di una teoria, ma la ricostruzione di un fatto. Il reato altro non è che una storia fatta di molti elementi e quindi il grado di falsificazione di un’ipotesi è più elevata quanto più questa ipotesi è sorretta da una molteplicità di informazioni coerenti. Importante, nell’analisi di tale materia, è la prova scientifica del DNA che può essere definita la “prova regina”, poiché oggi ci si affida ciecamente ad essa, ma non va mai sottovalutato il modo con cui si utilizza e si interpreta. Lo stesso discorso fatto per l’impronta digitale vale anche per il rinvenimento delle tracce di sangue. Si pensi, ad esempio, al sangue di Chiara Poggi rinvenuto sulla bici di Alberto Stasi, macchia che permette sì di attribuire quel sangue alla giovane vittima ma non permette in alcun modo di comprendere come questa sia finita lì, perché le spiegazioni sono molteplici e ricordiamoci sempre che il giudice deve condannare <<al di là di ogni ragionevole dubbio>>. Se quindi anche una prova infallibile come quella del DNA può essere messa in crisi, è facile comprendere come anche le altre possano essere oggetto di un forte contraddittorio e quindi di una difficoltosa interpretazione per il giudice che deve decidere.

Le prove scientifiche sono sì importanti strumenti narrativi della vicenda, ci indicano la via, ma vanno interpretate e condite da tanti altri elementi a sostegno. Nel processo di Bossetti, dove si parla di DNA Mitocondriale, tutto si basa sulla traccia “mista” – DNA della vittima e di “Ignoto 1” – trovata sugli slip di Yara come la “prova regina” contro il muratore 44enne, in carcere dal 16 giugno scorso. Basterà un solo errore commesso in corso di repertamento o di analisi di questa traccia, e quella che è già stata definita l’inchiesta dei record, franerà per gli inspiegabili errori di qualcuno.

Avv. Roberto Loizzo