Dossier

LA GUERRA TIEPIDA

Ancora calma piatta sul fronte della crisi ucraina, la diplomazia arranca e i problemi persistono. Tra reciproci sospetti e scambi di accuse, l’Aquila e l’Orso non riescono ad andare d’accordo.

Roma- Se l’atteggiamento apparentemente conciliante che il presidente russo Vladimir Putin ha avuto nei confronti di Francia, Inghilterra e Stati Uniti  in occasione del giorno di commemorazione della vittoria sul nazismo (Paesi che comunque, in segno di protesta verso i fatti ucraini, non hanno partecipato alla parata organizzata il 9 maggio), così come  l’incontro avvenuto a Sochi con il segretario USA John Kerry, potevano far pensare ad un timido riavvicinamento tra USA e Russia (soprattutto guardando alla crisi siriana e alla questione relativa al nucleare iraniano), tornano purtroppo ad infiammarsi i toni tra le due superpotenze nel dibattito riguardo la crisi in Ucraina. A far scaldare gli animi sono ora le dichiarazioni che il Segretario del servizio nazionale di sicurezza ucraino, Olexandr Turchynov, ha rilasciato durante un’intervista pubblicata dall’agenzia di stampa Ukrinform.  “Non escludo che saremo costretti a tenere delle  consultazioni sul posizionamento dei sistemi antimissile contro le minacce nucleare”, ha detto Turchynov sostenendo anche la necessità di aumentare le sanzioni contro la Russia.

Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha invece sottolineato come l’eventuale schieramento di sistemi di difesa antimissili statunitensi potrebbe causare una forte risposta da parte Russa: “Se questo signfica che l’Ucraina intende schierare elementi del sistema di difesa missilistica USA sul suo territorio, ovviamente questo può essere interpretato solo negativamente, in quanto rappresenta una minaccia per la Federazione Russa” nel caso ciò dovesse avverarsi –ha continuato- Mosca “dovrà prendere adeguate misure di risposta per garantire la propria sicurezza”.

Gli USA, di contro, sostengono di non avere nulla di simile in agenda: “Non ci sono offerte o piani relativi al posizionamento di sistemi anti missile balistici in Ucraina. Non sappiamo esattamente a cosa si riferisca”, sostiene il Portavoce del dipartimento di Stato U.S.A. Marie Harf.

I problemi, quindi, non accennano a diminuire ma, anzi, si fanno sempre più complessi. Nonostante gli sforzi diplomatici continuino, lo stallo in cui la situazione è caduta sembra congelare ogni possibile forma di dialogo. Le accuse si fanno più dure e così anche le azioni dimostrative. Fa pensare, ad esempio, il documento emesso dal Ministero degli Esteri russo, guidato da Serjei Lavrov, indirizzato a quei viaggiatori e a quei turisti che decidessero di andare in Europa o oltreoceano:  “devono fare attenzione alle forze dell’ordine e ai servizi speciali statunitensi, poiché queste agenzie vanno a caccia di russi in tutto il mondo”, sostiene il Ministero “Washington si spinge fino a rapire i nostri cittadini”. A sostegno di tali accuse è stato poi portato il caso dell’hacker Vladimir Drinkman, il quale è accusato di aver clonato circa 160 milioni di carte di credito americane e che, estradato negli Stati Uniti dopo due anni di carcere in Olanda, verrà sottoposto a processo rischiando l’ergastolo. Resta però difficile credere nella buonafede della Russia, soprattutto dopo la cattura di due agenti russi in missione di ricognizione avvenuta nell’Ucraina dell’est.

Vi è poi la presenza di personale statunitense in Ucraina, ben 290 istruttori paracadutisti della 173rd Airborne Brigade, con base a Vicenza, con il compito di addestrare circa 900 soldati delle truppe governative ucraine. Ovviamente tale presenza USA (senza dimenticare quella di 200 consiglieri canadesi), nonostante se ne possa comprendere la necessità, non può che aumentare l’atteggiamento sospettoso russo.

Intelligence e propaganda a confronto, un dialogo diplomatico che sembra, almeno per il momento, chiuso in un vicolo cieco e una guerra fratricida che continua a mietere vittime. Si continua quindi a sperare che, di fronte all’impasse in cui ci si trova, si riesca ad abbassare i toni, cercando quella soluzione che sia civilmente e razionalmente migliore e che possa spianare la strada per l’uscita dal pantano. La speranza è che il dialogo ed il confronto diplomatico siano capaci di trovare al più presto vie alternative che, nel limite del possibile, possano portare al rispetto degli accordi presi a Minsk o, magari, a dei nuovi e più fecondi accordi.

Federico Molfese

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Federico Molfese

Laureato in Relazioni internazionali presso l’Università di Roma La Sapienza, ha approfondito i suoi studi seguendo un master in Mediazione interculturale e interreligiosa presso l’Accademia di Scienze Umane e Sociali di Roma. Appassionato di geopolitica e attento a temi quali diritti umani, dialogo nelle sue più svariate forme, fondamentalismi e metodi per la risoluzione dei conflitti, ha svolto diverse conferenze presso alcuni istituti scolastici di Roma. Attraverso un periodo di stage presso l’Onlus “InMigrazione”, nel campo dell’accoglienza dei migranti in territorio nazionale, ha potuto ulteriormente approfondire la sua conoscenza riguardo il rapporto che intercorre tra lo Stato italiano, l’Unione Europea ed il fenomeno migratorio. Per diletto si interessa allo studio delle religioni e della simbologia sacra, nonché all’insegnamento di diverse discipline marziali. Ama storie fantasy di autori come Tolkien, Michaele Ende, Jule Verne e Stevenson e nutre una grande passione per la scrittura.

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