La storia di oggi è quella di un uomo da un passato criminale tale da colpire, nonostante siamo abituati a fatti più efferati, per la striscia di sangue lasciata in circa tre mesi nella bergamasca, nel gelido inverno posto a cavallo tra il 1955 ed il 1956.

Bergamo- Nove persone persero la vita e anche un bambino di cinque anni. Ciò che già allora colpì l’opinione pubblica fu l’apparente indifferenza che caratterizzò l’atteggiamento di Morandini nel corso del processo <<Feci tutto da solo. Forse non lo rifarei più>>. Questa emblematica affermazione ha dato di questo omicida seriale un’immagine che contribuisce a rendere ancora più difficile da decifrare l’esperienza criminale di un uomo del quale nessuno è mai riuscito a penetrare la mente ed a conoscerne i fantasmi.

Vitalino Morandini nacque ad Adrara San Rocco, in provincia di Bergamo, nel 1916. Angel, soprannome col quale era conosciuto in paese per la sua mitezza ed il suo senso religioso che lo portava a redarguire chiunque bestemmiasse o dicesse parolacce, frequentò la scuola fino alla quarta elementare ottenendo ottimi risultati, ma ben presto dovette abbandonare gli studi per dare una mano in famiglia che viveva della poca rendita fornita dall’attività agricola.
Angel è descritto come un bambino triste e malinconico che si adattò alla dura fatica dei campi fino a 15 anni, quando la sua vita ebbe con un sussulto e cominciò a muoversi concitatamente, forse cercando qualcosa che non sapeva come raggiungere. Alla ricerca della libertà ad ogni costo, spesso corrispondono azioni non sempre legali: infatti nel 1935 Morandini fu condannato per la prima volta: l’accusa era di furto e gli costò un mese di carcere nonché una sanzione pecuniaria di 500 Lire. Quest’episodio non fu che l’incipit di una triste sequenza di eventi che portarono quasi sempre al carcere.

Nel 1938 Angel partì per il servizio militare e andò a combattere Jugoslavia. Poi, ritornato in Italia, visse da sbandato fino alla Liberazione. Il rientro alla vita di tutti i giorni non lo allontanò dalla pratica del furto che riprese anche con maggiore vigore. Si rifugiò in una piccola casa ubicata tra le montagne, ad un’ora di cammino dalla Adrara San Rocco. La distanza lo faceva sentire protetto e meno vulnerabile.

Un’altra condanna, nel 1949, fece scattare qualcosa di misterioso e inquietante della psiche di Angel. In quell’occasione venne condannato a sei anni di reclusione per il furto di un asino, di tre capre e di undici pecore. Nel bottino vi erano anche 240.000 Lire, che sottrasse al cugino Giovanni Morandini, che lo denunciò.
Morandini era noto alle forze dell’ordine come figura senza fissa dimora, legata al mondo della prostituzione e recidivo per i ripetuti furti aggravati.

Nel 1955, dopo aver trascorso un periodo di detenzione a Castiadas in Sardegna, Vitalino ritornò a casa profondamente cambiato. Fino a quell’ultima condanna, Angel era ricordato come un buon compagnone, sempre allegro, ma dopo l’ultimo soggiorno penale, il suo comportamento era mutato. Fu ospitato da una zia di Pontoglio, qualcuno gli indicò anche un lavoro, ma in lui c’era un’ombra, una spessa coltre di odio da riversare su qualcuno che nella mente di Morandini era l’artefice della sua disfatta: il cugino Giovanni, che l’aveva denunciato.

Giovanni fu ucciso, infatti, il 9 novembre 1955, ma l’omicidio fu organizzato con una certa cura, tanto che gli inquirenti pensarono ad un incidente. Un giornale dell’epoca titolava così: <<assalito a cornate da una mucca, precipita da un pendio e muore mandriano di Adrara San Rocco>>.
Il medico legale stabilì che la morte risaliva a due giorni prima del ritrovamento e con i carabinieri fu formulata l’ipotesi che l’uomo fosse morto in seguito ad una disgraziata manovra effettuata con la mucca tenuta per mezzo della corda legata al polso. E così il caso fu chiuso.

Due anni dopo, Morandini confesserà di aver ucciso suo cugino perché <<Doveva pagare. Sono rimasto sei anni in prigione per colpa sua>>. Si venne a sapere che Giovanni era stato colpito a morte con il dorso di una scure: poi che il suo cadavere venne legato alla mucca e quindi la bestia viene fatta correre lungo un canalone.
La dichiarazione di Morandini fece riemergere dalle memorie un altro caso di morte sospetta: quella di Pasqua Elisabetta Bresciani, madre di Giovanni Morandini. Anche in quest’occasione, la morte della donna venne riconosciuta come una disgrazia. Poche righe in cronaca su “L’Eco di Bergamo” del 24 aprile 1947 recitavano <<mentre custodisce le capre è colta da malore e muore. Verso mezzogiorno di sabato si è diffusa tra la popolazione di Adrara San Rocco la notizia di una mortale disgrazia. La cinquantanovenne bresciana Elisabetta usciva in campagna per condurre al pascolo alcune capre. Presa da improvviso malore cadeva e ruzzolava lungo un breve pendio andando a finire contro una roccia rimanendo cadavere. Dalle prime indagini dei carabinieri non emergono responsabilità di terzi>>.

Ancora oggi si sostiene che quella donna fu una sua vittima poiché la stessa lo segnalò ai carabinieri per un furto a suoi danni di alcune pecore. La donna non lo denunciò ma Morandini venne a sapere della soffiata e non la perdonò.

Ma Ritorniamo al novembre 1955.
Meno di una decina di giorni dopo la morte di Giovanni Morandini un altro tragico avvenimento sconvolse la vita dell’area orientale della provincia di Bergamo: un incendio devastante della cascina Sprovo in cui persero la vita tre membri della famiglia Valtulini, marito, moglie e figlioletto di pochi anni. Un fatto che, per adesso, non sembrerebbe legarsi al Morandini.

Il successivo 28 dicembre un’altra cascina divenne la scena di un orribile fatto di sangue: a Grone, due coniugi, Caterina e Battista Oberti, furono uccisi nel sonno a colpi di piccone, la piccola figlia, Carolina di due anni che dormiva nella culla, non venne toccata, così come non furono neppure sfiorati gli altri figli che dormivano in una stanza accanto. Dopo l’assassinio, Morandini rubò circa 40.000 Lire e si dileguò.

L’efferatezza della strage compiuta a Grone indusse gli inquirenti ad escludere che si potesse trattare di un ladro e si fece sempre più calda l’ipotesi che in quell’aria della bergamasca si aggirasse un pericoloso assassino. All’epoca questi fu definito “pazzo sanguinario”, oggi lo definiremmo Serial Killer.

Il 23 gennaio l’azione distruttiva non accennava diminuire. A Pontoglio, in piazza via Diaz, nel cuore del paese, venne sterminata la famiglia, madre, padre e figlia, che gestiva la tabaccheria del paese. Abitavano sopra il negozio e furono uccisi con un sasso contenuto all’interno di un piccolo sacco. Il dramma si consumò intorno alle due mezza del mattino: Cesare Giuseppe Breno, la moglie Colomba Vignoni e la figlia Emilia furono uccisi selvaggiamente. <<La casa sembrava una macelleria>> commentano i carabinieri <<il sangue era schizzato sin sopra il soffitto>>. Dal massacro si salvò il figlio Alessandro di 18 anni che si trova a Sondrio dove studiava.

In quello stesso giorno, vennero riaperte le indagini sul rogo della cascina Sprovo, in un primo momento archiviate come incendio dovuto a cause accidentali.

Ad indirizzare gli inquirenti sull’ipotesi di una strage nei confronti della famiglia al Valtulini fu Bernardo Valtulini il quale, durante la ristrutturazione della cascina, il 23 gennaio del 1956, ritrovò ad una ventina di metri della Sprovo il libretto postale numero 423 di proprietà di Maria Falconi, l’anziana bruciata nel rogo. Il libretto, contenente due banconote da 10.000 Lire, venne ritrovato fra le sterpaglie. La possibilità che fosse stato perso dagli autori della strage prese sempre più consistenza. La vicenda conobbe una svolta clamorosa e le indagini procedettero con rapidità. Il 17 marzo 1955 Vitalino Morandini venne arrestato: su di lui pendevano accuse molto pesanti e, dopo diverse domande rivoltegli dai carabinieri, crollò confessando gli omicidi. Riferendosi alla strage dei Breno disse:

<<Non preparai nulla, mi sarei regolato sul posto. Con la punta di un chiodo ruppi il vetro della finestra già lesionato. Con delicatezza aprii il finestrino dall’interno. Avevo un paio di scarpe con la suola di gomma tipo carroarmato. Presi la federa da guanciale, vi introdussi un sasso e lo legai al centro. Colpii tre volte Breno il quale si è svegliato. Non diede segni di lamento. La donna si stava alzando leggermente, la ferii. La stanza era fiocamente illuminata da una piccola lampadina. Andai nella stanza della figlia, la percossi più volte senza ucciderla. La ragazza colluttò con me ma poi riuscì a svincolarsi, fuggendo nel corridoio, verso la stanza da letto dei genitori. Tentò di aprire una finestra per chiedere aiuto. La raggiunsi e cadde sul letto dei genitori. Mentre la colpivo si ruppe la federa con il sasso. Lo afferrai e continuai. Mi imbrattai di sangue solo le mani, le lavai nella mia casa. I vestiti non si sporcarono. Non avevo pensato ad assicurarmi una via di fuga nell’eventualità che fossi sorpreso. Verso le 6:30 mi allontanai da Brescia. Sono pentito per quello che ho fatto e non so nemmeno io come abbia potuto commetterlo>>.

Al processo in Corte d’Assise, nell’aprile del 1960, l’omicida affermò di essere penetrato nelle case solo con l’intenzione di rubare, gli omicidi sarebbero stati una conseguenza al rischio di essere riconosciuto <<Ho fatto tutto da solo. Volevo solo rubare fatta eccezione dell’uccisione di mio cugino Giovanni Morandini. La testa mi diceva che dovevo uccidere. Era scritto>>.

Qualcuno degli inquirenti disse che quella di Morandini fu una “follia morale, una pazzia costituzionale”. Una definizione forse oggi un po’ difficile da scrivere in una dimensione scientifica oggettiva, che comunque pone soprattutto in rilievo come, per la maggioranza delle persone, quella del Serial Killer di Adrara San Rocco fu un’attività criminale governata dal totale squilibrio psichico.

Il 24 dicembre 1956, alla fine di una lunga perizia, gli psichiatri confermarono che <<quella di Morandini fu un’anomalia costituzionale, determinata da alterazioni caratteriali, biologiche e psicologiche, le quali provocarono la mutilazione della personalità nel suo settore affettivo e sentimentale>>.

Fu comunque posto in rilievo che al momento dei reati egli non era in condizioni di infermità, e quindi risultava capace di intendere e di volere. Al processo i giudici gli chiesero se provasse niente a uccidere quelle persone. Con assoluta freddezza rispose <<Come tirare il collo alle galline>>.

Angel sarà condannato a quattro ergastoli ma non li sconterà.
Il 10 giugno 1060, quando le guardie del carcere Santa Chiara di Pisa scoprirono il cadavere di Vitalino Morandini di 44 anni, apparve subito evidente che quell’uomo si era tolto la vita impiccandosi. In quel carcere era giunto il giorno precedente e lì avrebbe dovuto attendere di essere imbarcato per il carcere di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba. Ma il suo viaggio in direzione di quella prigione senza fine non lo compì, chiuse la sua vita malamente, con il collo stretto da un asciugamano.

 

Avv.to Roberto Loizzo