Una breve introduzione a Fides et Ratio.

Roma – Lo scopo dell’enciclica è quello di voler restituire all’uomo il coraggio della verità, di incoraggiare nuovamente la ragione nell’avventura della ricerca della verità. L’uomo che non si pone più domande relative alla questione della verità, diventa privo di criteri e smarrito. Nonché privo di diritti umani. Come uomo è in pericolo. Perciò la questione della verità, per la filosofia nel suo senso classico ed originario, non è un passatempo delle culture del benessere, che possono concedersi questo lusso, ma è una questione di essere o non essere dell’uomo.

Chi pone e si pone il problema della verità, è necessariamente rimandato al problema delle culture e della loro reciproca apertura. Alla pretesa di universalità del cristianesimo, che si fonda sull’universalità della verità, si contrappone facilmente oggi la relatività delle culture. A mio avviso, la pretesa di universalità del cristianesimo, per essere autentica, dovrà condurre la molteplicità culturale dell’umanità all’interno dello spazio della Chiesa, intesa come casa comune degli uomini.

La filosofia ellenica intraprendendo il cammino verso la verità, comune a tutti, ha abbandonato dietro di sé la chiusura della particolarità culturale e geografica. Certamente la fede può stringere legami con le culture più diverse, ma non con quelle che escludono la questione della verità. Perché la fede e la ragione sono in relazione tra loro in merito al fine della ricerca umana della verità, entrambe impegnate per la verità, in un dialogo reciproco. Senza questo dialogo, alla fine si dovrà escludere la questione della verità totale. Perché una filosofia, che non si interroga più su chi noi siamo, perché esistiamo, se sono realtà Dio e la vita eterna, come filosofia è finita. La stessa cosa vale per la fede, che diventerebbe solo espressione della superstizione umana. La detronizzazione della teologia e della metafisica ha reso il pensiero più ristretto. Dal momento che la ragione si è allontanata dalle questioni ultime, si è resa indifferente e noiosa, è divenuta incompetente per le questioni vitali del bene e del male, della morte e dell’immortalità. Nel momento in cui la fede si è allontanata dalla ragione è divenuta atto di irrazionalità, un non-senso, una ricerca del magico.

Leggendo Fides et Ratio si elabora l’idea che la ragione ha come ultimo atto, un atto riflessivo che la porta razionalmente alla fede. Pertanto la fede può soltanto essere ragionevole.

L’azione ultima della ragione è un riflettere su sé stessa in maniera razionale. Riflettendo su sé stessa e sul suo scopo si riconosce limitata se chiusa in sé stessa, e quindi decide, in maniera razionale, di compiere appieno la sua funzione e di affidarsi e aprirsi a qualcosa di più grande e certo, che ragionevolmente c’è ed è ragionevole: la Rivelazione, cioè la Ragione Incarnata. Il Dio cristiano è il Dio Ragione. Si compie quanto aveva profetizzato Socrate nel Fedone.

Questa azione, illuminata dalla lumen fidei cristiana, luce che illumina di razionalità tale atto, dove con fede si intende la fides quaerens intellectum e l’intellectus fidei, dà certezza ragionevole, alla ragione, di trovare qualcosa che la supera portandola a compimento, senza snaturarla, e trova il suo naturale conseguimento nella Ragione Incarnata, come quel qualcosa di certo e definitivo, l’oggetto sempre ricercato: la Verità ultima, che non contiene alcuna incertezza/inesattezza, il Cristo-Ragione.

 

                                                                                                                              Emanuele Cheloni