Cos’è la fede cristiana? E perché è ragionevole? Un articolo che risponde a queste domande

Roma – Mano al dizionario. Nel dizionario della lingua italiana, edito da Le Monnier-Utet, nella prima definizione, è riportato: féde [Lat. fides] s.f. 1. Il fatto di credere con assoluta convinzione nella verità e giustezza di un assunto; generico: fiducia; estensione: la confessione religiosa cristiana.

Quindi, con altre parole, potremmo affermare che avere fede è credere in qualcosa che si ritiene vero e giusto.

Nel Dizionario di Filosofia di Abbagnano (ed. Tea-Utet), leggiamo come prima definizione di fede: “La credenza religiosa, cioè la fiducia nella parola rivelata”.

Per avere una visione completa, andiamo a consultare il Dizionario di Teologia Fondamentale di Latourelle-Fisichella, in cui leggiamo che: “Per la Bibbia la fede è la risposta integrale dell’uomo a Dio che si rivela come salvatore”.

Quindi, in estrema sintesi e semplificazione, la fede è intesa come assenso a un messaggio, che indubbiamente si presenta come vero, visto che non è ragionevole e razionale credere in qualcosa che si presenta come falso. Tommaso D’Aquino chiarisce molto bene questo punto: “ La fede si distingue dall’opinione, dal sospetto e dal dubbio, nelle quali cose manca la ferma adesione dell’intelletto al suo oggetto”.

Per i cristiani la fede è l’atto dell’uomo, che è un animale razionale, alla Rivelazione di Dio. In maniera più dettagliata, la fede si suddivide in fides quae, cioè ciò che credo, e fides qua, la fede per mezzo della quale credo. Nella prima abbiamo la dimensione oggettiva di fronte a un fatto reale e storico, nella seconda è presente la dimensione soggettiva e antropologica umana.

Senza dilungarci troppo, da quanto esposto possiamo affermare che l’atto di fede è un atto volontario, libero e non irrazionale, che l’uomo compie.

Due brani molto suggestivi sulla fede, nella Bibbia, sono:

“La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb 11,1)

“Siamo di fronte a un fuoco (Lc 12,49), a una perla preziosa da comprare subito, a un tesoro nascosto che non ci si deve lasciar scappare (Mt 13,44-46)”. La fede è un tesoro ed una perla preziosa, per chi la possiede.

Per dirla con le parole di Benedetto XVI, la fede è una valutazione ragionevole di ciò che non si vede, desunta da ciò che si vede.

Definito ciò, il problema diventa quindi dove riporre ragionevolmente la fiducia.

La fede cristiana si presenta fondata sulla ragionevolezza. Un ottimo punto di partenza è la riflessione del teologo Giuseppe Lorizio, che nel suo articolo: “Che cos’è la teologia? Riflessioni introduttive a carattere epistemologico” tratta della credibilità del testimone e della non –assurdità del messaggio cristiano.

Come abbiamo delineato, l’atto di fede autentico e pieno richiede l’esercizio dell’intelligenza, e ciò comporta l’analisi rigorosa dei due aspetti: la credibilità del testimone e la non-assurdità del messaggio.

Iniziamo dal primo aspetto, sintetizzando proprio quanto Lorizio delinea. Il testimone, nel nostro caso, è Cristo stesso. Questa testimonianza del Cristo non è circoscritta nello spazio e nel tempo della Palestina di circa duemila anni fa, ma giunge a noi attraverso una catena subordinata di testimonianze. Quindi, il credente si trova a far parte di questa catena di testimonianze, è inserito in essa, e in essa è chiamato sia a ricevere il messaggio che a offrirlo. E come? Con la propria coerenza di vita e con l’esercizio dell’intelligenza, al fine di conferire ulteriori motivi di credibilità al messaggio che riceve, che diventa, a sua volta, creduto e vissuto. È chiaro, quindi, che non si tratta di scandagliare con la ragione i contenuti delle fede, ma di mostrare la loro ragionevolezza nella vita dell’uomo.

Nel secondo aspetto, sintetizzando sempre l’articolo sopracitato, il messaggio viene a identificarsi con il mistero di Dio stesso che si rivela in Cristo, che è al tempo stesso il contenuto fondamentale del messaggio e il mediatore dell’automanifestazione di Dio. Contenuto e mediatore assieme dello stesso messaggio. Nel mistero di Cristo, dell’incarnazione del Logos, ci troviamo di fronte ad un messaggio non puramente intellettuale, ma di un rapporto completo interpersonale instaurato da Dio con l’uomo e nella storia. È proprio la storia il luogo in cui avviene l’incontro tra l’Eterno e il tempo, tra l’Infinito e il finito, tra Dio e uomo. Ed è un incontro. Continuando a seguire ciò che scrive Lorizio, troviamo un passo chiarificatore nel quale esprime che ritenere il messaggio cristiano solo come una lista di verità da accogliere unicamente con il cervello, è decisamente fuorviante per l’autenticità stessa della fede. Ma allo stesso tempo dal messaggio cristiano non è assente l’aspetto veritativo, che si esprime in formule dogmatiche per aiutare l’esercizio dell’intelligenza del credente. I dogmi sono un aiuto per il soggetto umano. L’atto di fede dovrà avere necessariamente tre dimensioni: quella conoscitiva, quella volitiva e quella affettiva. Soltanto con ciò, si ha un’adesione piena e autentica per l’uomo nella sua totalità.

Si deduce che se il contenuto del messaggio fosse assurdo o del tutto incomprensibile, il destinatario non potrebbe avere alcuna possibilità di adesione. Il messaggio, per quanto sia autorivelazione di Dio per l’uomo, per quanto trascenda l’uomo stesso, può essere soprarazionale, ma mai irrazionale o assurdo, perché ciò renderebbe impossibile una piena adesione umana.

Lascio questo brano di Papa Francesco, che ha un’incredibile forza visiva, presente in Lumen Fidei, al punto 37:

«La luce di Gesù brilla, come in uno specchio, sul volto dei cristiani e così si diffonde, così arriva fino a noi, perché anche noi possiamo partecipare a questa visione e riflettere ad altri la sua luce, come nella liturgia di Pasqua la luce del cero accende tante altre candele».

 

                                                                                                                                  Emanuele  Cheloni