Storie dal Mondo

La Disney ha un passato razzista? Viaggio tra vecchi e nuovi film

Mentre Disney+, il nuovo servizio streaming targato Walt Disney, continua a raccogliere milioni di iscritti, la visione di alcune pellicole e cartoni ispira numerosi spunti di riflessione sul razzismo e sulla tolleranza

Disney+, disponibile in Italia dallo scorso 24 marzo, continua a fare scorpacciate di iscritti in tutto il mondo, superando i 50 milioni di abbonati in poco meno di sei mesi dalla sua attivazione. Quale occasione è migliore per rivedere i cartoni che ci hanno accompagnato nella nostra infanzia? Eppure, gli spettatori più attenti avranno potuto notare delle scritte che campeggiano tra le descrizioni di alcuni film e cortometraggi: in alcuni casi si avvertono gli utenti che soffrono di epilessia fotosensibile che il contenuto che stanno per visionare contiene sequenze con elementi visivi e luci lampeggianti; in altri che il film contiene riferimenti al tabacco (basti come esempio un Pinocchio che in quel del Paese dei Balocchi si stucca un sigaro con una sola aspirata); ma soprattutto, specie nei film più datati, il disclaimer recita:

“Questo programma è presentato così com’è stato concepito in origine. Potrebbe contenere stereotipi culturali ormai superati.”

Già la Warner Bros nel recente passato aveva fatto una cosa del genere, anteponendo ai cartoni animati una schermata che recita:

Imgur: The magic of the Internet
“Il cartone che state per vedere è un prodotto del suo tempo e può contenere pregiudizi etnici e razziali che erano comuni nella società americana dell’epoca. Certe rappresentazioni erano sbagliate allora e lo sono ancor oggi, ma mentre quanto segue non rappresenta l’attuale visione della società della Warner Bros, questi cartoni vengono proposti così come sono stati concepiti in origine, perché fare altrimenti significherebbe fare finta che questi pregiudizi non siano mai esistiti”

Rispetto alla meravigliosa ed emozionante dichiarazione della Warner Bros il disclaimer della Disney è più laconico e conciso e la condanna è solo implicita, ma rimane pur sempre una lodevole presa di coscienza di un passato di cui la compagnia prende, giustamente, le distanze. Condanna del passato o desiderio di adattarsi al “politicamente corretto”?      
In un recentissimo episodio di Paradise Police, il cartone satirico frutto dei geniali Waco O’Guin e Roger Black (già autori di Brickleberry), in cui è presente una parodia proprio di Disney+, uno dei protagonisti libera da un covo nei sotterranei di Disney World i “personaggi razzisti della Walt Disney Company”, che vengono subito rintanati dagli addetti della Disney stessa, come per denunciare che la compagnia creata dall’omonimo disegnatore americano voglia a tutti i costi nascondere questi “scheletri nell’armadio” che si porta appresso ormai da decenni. In realtà Disney+ ci dimostra proprio il contrario e una rapida ma – spero – esaustiva analisi della storia cinematografica della Disney può rispondere facilmente alla domanda: la Disney ha un passato razzista?


Andando in ordine cronologico, il primo riferimento “razzista” in un film Disney lo troviamo nel 1940, anno in cui nelle sale americane uscì Fantasia, il film-concerto che combinava l’animazione con le più celebri e deliziose composizioni orchestrali. In una scena, mentre scorrono le soavi note della “Pastorale” di Beethoven lo spettatore viene immerso in un contesto mitico e bucolico fatto di centauri e satirelli. Una delle centaurette è accompagnata da una piccola centaurina di colore di nome Sunflower (Girasole) che ricorda, nell’aspetto e nelle fattezze, una schiavetta negra. E infatti la centaurina, con tanto di treccine, orecchini e labbra esageratamente gonfie è impegnata proprio a strigliare il pelo, a pulire gli zoccoli e a ornare la coda della sua “padrona bianca”. Questa scena, per i suoi contenuti razzisti, venne successivamente censurata, alterando le scene con Sunflower con zoomate e tagli mirati.

Fantasia (1940) All Censored Scenes with Sunflower and Otika - YouTube

L’anno seguente fu la volta di Dumbo, la storia del simpatico elefantino volante. All’inizio del film, quando il circo approda in città e ha bisogno di essere montato, a curare il faticoso allestimento ci pensa una dozzina di lavoratori, tutti di colore, che martellano picchetti mentre intonano la canzone “Song of Roustabouts”, con un palese riferimento alla condizione degli schiavi nei campi di cotone, quasi come per ribadire tacitamente che gli afroamericani possono ambire solo a lavori di manovalanza. Inoltre, a un certo punto del film il topolino Timoteo e il piccolo ma orecchiuto Dumbo si ritrovano a interagire con dei corvi, il cui abbigliamento e accento (almeno nel doppiaggio originale) calcano lo stereotipo degli afroamericani degli stati del sud d’inizio ‘900. Non a caso il capo di questa cricca di buffi corvi si chiama Jim Crow (letteralmente “Jim il Corvo”, ma in realtà il nome si riferisce al protagonista di alcune canzonette e poesie che diede il nome alla Jim Crow Law, ovvero la legge che stabiliva la segregazione razziale tra bianchi e neri). Nonostante lo studio di Disney respinse categoricamente ogni accusa di razzismo, giudicando la scelta come una goliardica caratterizzazione, la scena dei corvi di Dumbo passò alla storia come una rappresentazione stereotipata di pessimo gusto.

Racistische Song of the South en originele Dumbo niet op Disney+ ...

Nel 1946 uscì nelle sale I racconti dello zio Tom (ancora non presente nel catalogo di Disney+) realizzato in tecnica mista (ovvero cartoni animati che interagiscono con attori in carne ed ossa) che parla di un saggio anziano di colore che racconta storie e favolette ai bambini. Il problema di questo film, ambientato negli anni successivi alla Guerra di Secessione, è che la schiavitù dei neri è dipinta con toni pittoreschi e romantici, con gli afroamericani che tutto il giorno ballano e ridono mentre adempiono ai propri doveri. Se oggi i contenuti borderline di questo film creano non poco imbarazzo alla Disney, all’epoca le critiche piovvero per il motivo opposto: in un paese in cui i neri erano segregati e considerati nell’ultimo rango della scala sociale, l’idea di un afroamericano protagonista di un film destò scalpore. Basti pensare che a James Baskett, l’attore che interpreta il protagonista Tom, non fu permesso di partecipare alla premiere che si tenne ad Atlanta, poiché in quella città vigeva la segregazione razziale.

Nel 1953 assistiamo invece in Peter Pan a una rappresentazione di indiani pellerossa conforme alla moda di un’epoca in cui i film Western sbancavano al botteghino, tale che Capo Toro in Piedi e la figlia Giglio Tigrato vengono disegnati come dei selvaggi vestiti con abiti barbari e dediti a usanze primitive. Tuttavia, già negli anni ’40 in alcuni cartoon di Topolino, Paperino e Pippo si possono vedere rappresentazioni stereotipate dei nativi americani (e alcuni di questi cartoni sono oggi visibili su Disney+ con tanto di disclaimer che ne ribadisce il contenuto razzista).

Classic No. 20 The Aristocats (1970) | The Disney Odyssey

Due anni dopo, nel film Lilli e il Vagabondo a essere vittima di uno stereotipo offensivo furono i cinesi: in una scena diventata iconica nella storia dell’animazione due gatti di razza siamese decisamente poco simpatici (chiamati appunto Si e Am) si divertono a distruggere la casa dei padroni di Lilli mentre intonano la celebre canzone “Siam Siamesi” con un maccheronico accento cinese: anche nel doppiaggio italiano si può sentire, ad esempio, il suono “r” pronunciato come “l”. Proprio perché consapevole dell’offensività del contenuto, nel recente remake live action la Disney ha sostituito i due siamesi con dei gatti di razza Devon Rex, eliminando il finto accento cinese e riscrivendo la canzone. Un altro gatto cinese compare, sebbene irrilevante ai fini della trama, nel film del 1971 Gli Aristogatti: si tratta di Shun Gon, un gatto con gli occhi a mandorla che suona il piano e la batteria con le chopsticks, le tipiche bacchette cinesi.

Ralph Spacca Internet: la Dinsey ha modificato il personaggio di ...

Questi sono solo alcuni esempi di stereotipi presenti in alcune pellicole disneyane, ma ovviamente ce ne  sarebbero altri da porre sul banco degli imputati. Possiamo accusare dunque la Disney di razzismo? 

Con il passare degli anni la Disney ha avuto occasione di “farsi perdonare” ma soprattutto di condannare il razzismo. Bastino, in questa sede, gli esempi di Red e Toby – Nemiciamici, de Il Gobbo di Notre Dame e del recente Zootropolis: il primo tratta il tema di un’amicizia che supera i limiti dell’odio, dimostrando a suo modo che il razzismo è una convenzione puramente sociale; il secondo è un inno alla diversità, alla tolleranza e all’integrazione, mentre l’ultimo film può essere benissimo letto come una denuncia al razzismo che presenta parallelismi con la realtà quotidiana. Inutile dire che, ormai da molti anni, rappresentazioni stereotipate di minoranze ed etnie sono del tutto bandite nei film Disney, e anzi nel 2009 la Disney ha avuto la sua prima principessa afroamericana, Tiana, protagonista de La Principessa e il Ranocchio. Le minoranze non sono più, dunque, oggetto di scherno, ma anzi di valorizzazione: un recente corto Pixar sensibilizza sul tema dell’autismo, un personaggio del reboot di Ducktales è latino-americano e la stessa compagnia non fa segreto che in un prossimo futuro il protagonista di un film Disney potrà essere omosessuale.

Come giudicare dunque quegli stereotipi così offensivi dei primi film Disney? Come il frutto di un’epoca diversa, da osservare con distanza e con coscienza. Figli di una società diversa con una mentalità diversa, che per fortuna si è evoluta e ha compreso i propri sbagli, ma che non censura e non imbraghetta. Si tratta di un passato che non va dimenticato, ma che ci permette di assistere a una linea evolutiva costante che parte dagli albori fino ai giorni nostri. Non si tratta né di “buonismo” né di “politically correct”: film che risalgono a cinquanta, sessanta o addirittura settanta anni fa raccontano lo “spaccato di società” del tempo. Di conseguenza i film fatti oggi, ovviamente, sono e devono essere attuali, ed essere in linea con la società di oggi. La nostra generazione, maggiore fruitrice di questi prodotti, baserà ragionamenti e comportamenti su quello che vedono nei film; quello che vedono nei film, inconsciamente, diventerà nella loro testa “comune”. Dunque è un bene che i film, oggi, rappresentino diverse etnie, diversi orientamenti sessuali, protagonisti di diverso genere e con diverse aspirazioni. Da qualche parte bisogna pur iniziare, per terminare gli stereotipi e i pregiudizi, ed è dunque un bene che la Disney non rinneghi il suo passato ma ne prenda, giustamente, le distanze.

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Michele Porcaro

Giornalista, scrittore e archeologo. Nato a Benevento nel 1995, è diplomato al Liceo Classico “Anco Marzio” di Ostia e laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza” con tesi in Archeologia. Appassionato di lingua, civiltà, storia e archeologia greca e romana, è autore di saggi e romanzi storici sul mondo antico, e ha girato il documentario "ASSTEAS - Storia del Vaso più bello del mondo" in collaborazione con Vittorio Sgarbi. Nel tempo libero svolge attività di rievocazione storica, collaborando a progetti di ricostruzione archeologica sperimentale sull'ambito religioso, civile e militare dei Greci, Romani ed Etruschi.

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