Dal Messico sta partendo un treno carico carico di… cibo, acqua e generi di prima necessità. I destinatari sono le decine di migliaia di migranti che da più di 20 anni cercano di attraversare il confine con gli USA. Ad attenderli lungo il cammino Las Patronas

Veracruz – Tutte le mattine si svegliano all’alba per cucinare. 300 porzioni al giorno di riso, verdure ed altri alimenti destinati a questi “disperati”, letteralmente, appesi tra la vita e la morte. Alcune di loro cucinano, per ore ed ore, altre vanno al mercato di Cordoba o fanno il giro dei supermercati per “raccattare” tutto il cibo avanzato. Lo fanno da 21 anni, instancabilmente.

Questa è la quotidianità a La Patrona, piccolo villaggio nel Dipartimento di Veracruz, in Messico. Ciò che accade da più di vent’anni, dal 1995 per la precisione. Da quando, cioè, Norma Romero Vasquez e sua sorella Bernarda hanno deciso di fondare un collettivo, quasi tutto al femminile, per aiutare le migliaia di migranti centroamericani.

Si muore per niente da queste parti. Non c’è neanche bisogno di salirci su quel treno da tutti conosciuto come La Bestia. Scelgono di farlo in molti, però. Sempre di più. A costo della vita o, nella migliore delle ipotesi, di essere rapinati o sequestrati. Un piccolo zaino con lo stretto necessario e via.  Perché, non sai mai quando sarà il momento di correre. I controlli alla frontiera, infatti, sono sempre più stringenti. Colpa del Programma governativo Fronteras seguras, dicono a Veracruz.

I dati della CNDH parlano chiaro: più 20.000 migranti vengono sequestrati, ogni anno, nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Durante la traversata, molti di loro diventano ostaggio delle organizzazioni criminali che trattano in esseri umani. Non c’è niente, però, che possa “arrestare” la voglia di un futuro migliore. Il contributo umanitario de las Patronas sta anche qui. Nel aver saputo accendere i riflettori sulle violenze e le sevizie che i migranti centroamericani sono costrette a subire

Così, ogni giorno da e più di vent’anni, queste piccole grandi donne si “appostano” ai lati della ferrovia. Ogni giorno, si svegliano e iniziano a cucinare. Tanto che a guardarlo bene, questo piccolo villaggio, sembra un enorme ristorante a cielo aperto. I ritmi quotidiani segnati, ormai, dal passaggio del treno. Uno tra le 11 e le 12 del mattino, l’altro tra le 6 e le 7 di pomeriggio. Cassette in amano e si aspetta.

L’idea di “lanciare” cibo ai migranti, le sorelle Romeo Vazquez, l’hanno avuto di ritorno dal mercato. Passeggiando in prossimità dei binari ferroviari. Nel frastuono provocato dal sferragliamento del treno, hanno udito le grida dei migranti affamati: “Tenemos hambre madre” (abbiamo fame madre), urlavano a perdifiato da sopra al convoglio. Un grido d’aiuto, al quale le due ragazze hanno risposto donando il latte e il riso che aveva appena comprato. Un gesto umile, ma portentoso, capace di innescare una spirale di solidarietà che dura da allora e che, nel 2013, gli è valso il premio della Commissione Nazionale per i Diritti Umani.

Prima di essere conosciuto in tutto il continente, il collettivo ha continuato ad operare, per sette anni, nel più totale anonimato. Queste donne, tuttavia, non si sono mai scoraggiate. Finché un giorno, Doña Leonica ha deciso di andare a bussare a qualche porta. Oggi, le 15 donne della Comunidad de Amaltan de los Reyes sono diventate l’emblema della lotta al razzismo e all’intolleranza. Contro chi, oltre confine, vuole alzare muri.

 

Mattia Bagnato