Rimanere incinta da un uomo dell’ISIS era l’unico modo per impedire ulteriore violenze sessuali. Non hanno nessun posto dove andare dopo essere state respinti dalla propria comunità e dalle proprie famiglie, sono le donne yazidi violentate dai militanti dello Stato islamico o che hanno dato alla luce i loro figli . Per loro l’unico punto di raccolta,  è un centro di accoglienza chiamato Gula Nissani, che significa “fiore di aprile”.    Si trova a Seje non lontano dal confine turco, un villaggio cristiano del governatorato di Duhok, nella regione settentrionale del Kurdistan. Il centro al momento riesce ad accogliere solo 15 donne e cinque bambini.  Gula Nissani è gestita da un’organizzazione non governativa chiamata MedEast. Anette Axelsson, una donna svedese che gestisce il centro di accoglienza racconta le ansie ma anche il bisogno di recuperare la loro identità di queste persone: “Diventiamo come una famiglia come sorelle. Piangiamo insieme, ridiamo insieme. Si vive un’atmosfera di rispetto, e questa è la cosa più importante”.  I gruppi di volontari provenienti dagli Stati Uniti e dall’Europa visitano con frequenza il centro di accoglienza e forniscono diversi tipi di servizi, tra cui terapie psicologiche e cure dentistiche.  Tra le donne yazidi di Gula Nissani, da tempo risiede Shadha Salim, è una sopravvissuta che è tornata in Iraq da più di un anno. Viveva con un uomo dello Stato Islamico nella città di Al Mayadin in Siria,  Salim vuole raccontare al mondo  che rimanere incinta da un uomo dell’ISIS era l’unico modo per impedire ulteriore violenze sessuali. Ci tiene a sottolineare che le loro vite erano trattate come merci da barattare. Gli uomini di Daesh si scambiavano le donne in continuazione, spesso la sera venivano violentate selvaggiamente ed il giorno dopo consegnate ad un altro uomo per essere nuovamente stuprate. Salim dice che è stata violentata da dodici uomini diversi. Il suo calvario si è fermato quando uno di loro si è reso conto che la donna era incinta e quindi smise di venderla agli altri.