Dossier

“Jojo Rabbit” è il film di cui la nostra società ha un disperato bisogno.

Un bambino nazista di dieci anni che ha come amico immaginario Adolf Hitler entra in conflitto con la sua coscienza quando scopre che una giovane ragazza ebrea si nasconde a casa sua. Un film esilarante e commovente, che si rivolge alla coscienza di una società dove l'odio per il diverso e le facili demagogie fanno da padrone.

SPOILER FREE ZONE! Se non hai ancora visto il film, non preoccuparti! Questa recensione non contiene rivelazioni sul finale del film, quindi leggi pure tranquillamente! 🙂 

Hanno le corna e la pelle squamata, mangiano bambini e sono avidi di denaro: così il regime nazista dipinge gli ebrei al piccolo Johannes “Jojo” Betzler e ai suoi coetanei. Eppure, anche se il film è ambientato tra la fine del 1944 e il 1945, si possono ricavare facili parallelismi con la nostra epoca, in cui il razzismo, l’intolleranza e l’odio per il diverso invadono le pagine della cronaca e della politica con banali stereotipi e grezzi luoghi comuni. Ma il geniale film di Taika Waititi, già regista di Thor: Ragnarok, ironizza e mette alla berlina un regime che raccoglieva proseliti tra i più giovani grazie a una subdola e pervasiva propaganda e a un martellante culto del Führer. E il piccolo Jojo è così imbevuto di quella propaganda nazista da avere come amico immaginario proprio lo stesso Adolf Hitler, interpretato dal regista Waititi: per lui la piena realizzazione consiste nell’obbedire ciecamente, senza alcuna opposizione critica, ai rigidi dettami del nazismo. Ma Jojo rimane pur sempre un bambino di dieci anni, e la sua sensibilità e la sua bontà sono quelle di un ragazzino della sua età. Ed è proprio un suo atto di umanità, ovvero quello di non essere riuscito a uccidere a mani nude un tenero coniglietto di fronte a un intero manipolo della Gioventù Hitleriana, a costargli l’infamante nomignolo di “Rabbit” che dà il titolo al film e che etichetta il giovanissimo protagonista come un vile codardo. Ma Jojo continua a farsi portatore degli ideali del nazismo facendosi seguire e consigliare da una versione strampalata e bislacca di Adolf Hitler. E come tanti altri bambini, Jojo viene convinto che la superiorità razziale e culturale appartenga agli ariani come lui e che gli ebrei siano un pericolo da estirpare. Tuttavia, questa severa e rigida visione del mondo sarà spezzata da una sconvolgente scoperta: dietro a una parete di una stanza della sua casa, sua madre sta nascondendo Elsa, una ragazza ebrea. Da qui ha inizio un lancinante conflitto interiore che divora il piccolo Jojo, che a poco a poco si accorge che quel “nemico” è in realtà un essere umano proprio come lui, e che in lei non intravede quel pericolo di cui lo avevano persuaso Hitler (sia quello vero che quello immaginario) e i suoi idoli nazisti con le loro uniformi piene di medaglie.

Taika Waititi e il giovanissimo Roman Griffin Davis, rispettivamente Adolf Hitler e Johannes “Jojo” Betzler, in una scena del film.

 

Ispirato al romanzo Il cielo in gabbia di Christine Leunens, Jojo Rabbit racconta una storia divertente e toccante ambientata nella Germania nazista al termine del secondo conflitto mondiale. Jojo è un bambino solare, vivace e bizzarro, ma anche solo ed emarginato, che colma l’assenza di un padre partito per il fronte con una stravagante parodia di Hitler che lo sostiene e lo incoraggia a perseguire i precetti del nazismo. La mamma Rosie (una superba Scarlett Johansson) è una donna dalla doppia vita, divisa tra i suoi doveri di mamma “nazista” e la sua coscienza che la spinge a collaborare con la Resistenza e a nascondere Elsa. Ogni personaggio, nonostante le irriverenti manie che non possono non strappare una risata allo spettatore, è tuttavia mostrato nella sua squisita umanità, fatta di dissidi interiori e di insicurezze.

Con una comicità che incrocia la delicatezza de La vita è bella all’irriverenza di Bastardi senza gloria, Waititi non solo ridicolizza il fanatismo di una dittatura, ma la racconta attraverso l’innocente prospettiva di un bambino che è nato e cresciuto con quella che è universalmente riconosciuta come l’ideologia più pericolosa e crudele del XX secolo. Jojo Rabbit è un film con un sarcasmo che non scade mai nel demenziale, ma che al contempo regala emozioni autentiche e genuine e lunghi momenti di pathos. Dal punto di vista tecnico, si distinguono esemplarmente la fotografia e il montaggio, con piacevoli sequenze che strizzano l’occhio all’immaginario estetico di Wes Anderson, mentre nella sceneggiatura si intravedono numerosi omaggi alla comicità nera e affascinante di Mel Brooks. Il risultato è una pellicola con un’esilarante ironia eccentrica che si alterna a intensi momenti drammatici, con una vivida morale che serve più che mai alla società di oggi, solo apparentemente aperta e tollerante ma in realtà sempre più cieca e ottusa.

Thomasin McKenzie interpreta Elsa Korr, una giovane ebrea costretta a nascondersi per sfuggire alla Gestapo e alle SS.

Ma l’incredibile modernità di questo film consiste nel dimostrarci che le ideologie più pericolose insidiano sempre le personalità più fragili e ingenue che, come Jojo, hanno bisogno di ideali a cui aggrapparsi per sentirsi parte di qualcosa di più grande. Ma quando queste ideologie perverse attecchiscono su larga scala e affondano le proprie radici in una società debole e malata, le conseguenze sono terribili: terribili come la guerra che il piccolo Jojo è costretto a vivere sulla proprio pelle; terribili come quel regime che strappa al piccolo Jojo l’innocenza dell’infanzia. Jojo Rabbit è un film che, con i facili paragoni che si possono dedurre tra il nazismo e alcune pericolose demagogie attuali, si rivolge alla parte più critica e umana di noi, pregandoci e scongiurandoci di non alimentare l’odio e la discriminazione. 

Una satira vivida e sfrontata contro il razzismo e la paura del diverso.

Voto finale: 8-/10

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Michele Porcaro

Giornalista, scrittore e archeologo. Nato a Benevento nel 1995, è diplomato al Liceo Classico “Anco Marzio” di Ostia e laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza” con tesi in Archeologia. Appassionato di lingua, civiltà, storia e archeologia greca e romana, è autore di saggi e romanzi storici sul mondo antico, e ha girato il documentario "ASSTEAS - Storia del Vaso più bello del mondo" in collaborazione con Vittorio Sgarbi. Nel tempo libero svolge attività di rievocazione storica, collaborando a progetti di ricostruzione archeologica sperimentale sull'ambito religioso, civile e militare dei Greci, Romani ed Etruschi.

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