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ISTANBUL: UN MUSEO TANGIBILE PER UN AMORE INTANGIBILE

IL MUSEO DELL’INNOCENZA REALIZZATO DALLO SCRITTORE ORHAN PAMUK SI TRASFORMA IN UN FILM PER TESTIMONIARE IL COLLEZIONISMO DI UN AMORE CHE VA OLTRE LE BARRIERE IMPOSTE DALLE TRADIZIONI TURCHE

Istanbul è una città associata troppo spesso ad attacchi terroristici, l’ultimo dei quali si è verificato lo scorso 7 giugno quando un’autobomba è esplosa nel quartiere di Beyazit, provocando decine tra morti e feriti. Ma in un giorno così cupo come quello dell’ennesimo attacco al cuore della città turca uno spiraglio aperto dalla cultura e intrinsecamente connesso alla città si fa strada: il 7 giugno rappresenta anche la data in cui è uscito nelle sale italiane il lungometraggio “Istanbul e il Museo dell’Innocenza di Pamuk”, diretto da Grant Gee.

Oltre alle più celebri opere di stampo bizantino, un luogo ricco di cultura e tradizioni è inscindibilmente legato ad Istanbul, nato proprio in una delle modeste abitazioni che popolano la città: ecco un breve viaggio alla scoperta del Museo dell’Innocenza, il museo da cui il film documentario “Istanbul e il Museo dell’Innocenza di Pamuk” prende vita. Cuore pulsante della cultura turca, il museo raccoglie oggetti di uso comune come abiti e accessori, tutti aventi un tratto in comune, ossia l’appartenenza alla stessa persona, una donna di nome Füsun. Le origini del museo, luogo accessibile al pubblico dal 2012, sono da ricercarsi nel tentativo, riuscito in modo esemplare, del celebre scrittore natio di Istanbul Orhan Pamuk di tramandare una storia che è presto divenuta simbolo della città e del divario esistente tra classi sociali dettato dalle tradizioni.

Orhan Pamuk, insignito del prestigioso Premio Nobel per la letteratura nel 2006, si adoperò affinché la vera vicenda che attanagliò il nobile amico Kemal e la sua amata Füsun divenisse materia non solo per il suo romanzo dal titolo “Il Museo dell’Innocenza”, pubblicato nel 2008 e tradotto in diversi Paesi in tutto il mondo, ma anche per un luogo tangibile, intriso di ricordi. Le testimonianze della loro relazione, rappresentate dai diversi oggetti prima raccolti da Kemal e poi disseminati lungo il percorso all’interno del luogo adibito a museo da Orhan, permettono di ripercorrere le tappe di una storia che racchiude in sé quanto il divario culturale e sociale imponga un modus operandi che inficia gravemente sulla sfera privata degli individui, conducendoli verso l’annientamento del proprio essere. E fu così che, sotto esortazione dell’amico Kemal, Orhan Pamuk diede vita al Museo dell’Innocenza, un concreto museo entro cui i visitatori possono accedere e prendere parte alla storia dei due amanti.

Ripercorrendo i dettagli dei loro incontri amorosi, Orhan Pamuk inserisce proprio entro le quattro mura in cui un tempo viveva la bella Füsun tutto ciò che era stato raccolto da Kemal dal primo momento in cui conobbe l’amata: e allora nel museo appare custodito in una teca di vetro l’orecchino che Füsun perse dopo la prima notte passata insieme. E ancora numerosi abiti, accessori, “cose usa e getta” secondo l’immaginario comune diventano elementi di contemplazione di una relazione così carnale eppure così intangibile non solo grazie ad un posto entro cui possano essere conservati con cura e devozione, ma anche servendosi di strumenti per rievocare la materialità racchiusa nel museo, come le pagine di un libro e le immagini di un film.

Il Museo dell’Innocenza” vuole, assumendo forme diverse e venendo mostrato attraverso la letteratura prima ed il cinema documentario di Grant Gee poi, essere testimonianza del ricordo di una storia che in realtà è profonda espressione della cultura turca. Kemal e Füsun furono destinati ad andare incontro ad infinite peripezie, attese interminabili e separazioni angoscianti, per poi tendere alla stabilità di un rapporto. Ma in realtà la causa delle loro disavventure è da ricercarsi nella città stessa che li ospitò: Istanbul è il luogo in cui lui si mosse alla ricerca di lei, un luogo che ricalca il passato, afferma l’assenza di lei nel presente e dona la speranza, seppur illusoria, di un futuro felice di coppia. Istanbul permise ai due di incontrarsi per la prima volta sulle sue strade, ma fu pronta a separarli per via delle differenze sociali a cui furono soggetti, affermando l’impossibilità di una vita insieme. E allora il Museo dell’Innocenza rappresenta la possibilità per gli amanti di riconquistare così il tempo perduto e vivere l’uno nel vivo ricordo dell’altro, per sempre.

 

Silvia Ricciardi

Laureata con il massimo dei voti in “Arti e Scienze dello Spettacolo: Cinema” presso La Sapienza di Roma con una tesi su “Partner” di Bernardo Bertolucci, collabora con diverse testate cartacee e online, tra le quali il mensile Marie Claire ed il bimestrale Just Cinema. Desiderando approfondire le sue conoscenze in settore cinematografico, ha seguito corsi incentrati su critica, ma anche su sceneggiatura e scrittura creativa, realizzando diversi cortometraggi. Ha collaborato con un ufficio stampa di cinema e libri e ha lavorato anche come segretaria di edizione per diversi film.

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