Storie dal Mondo

IRAN, IL PAESE DALLE MILLE (E UNA) CONTRADDIZIONI

All’ombra di uno scontro elettorale senza esclusioni di colpi, c’è un popolo orgogliosamente e attaccato alla sue tradizioni che cerca di guadagnarsi, giorno dopo giorno, un spazio di libertà politica e sociale a cui non è disposto a rinunciare

Incontro Antonello Sacchetti, giornalista esperto ed appassionato di Iran, in un piccolo bar a due passi dal Colosseo. Voglio cercare di capire meglio quest’intricante e intricato paese. Fonte d’ispirazione per incantevoli racconti e romantiche novelle. Ricco di storia e cultura ma anche, e soprattutto, di accese contraddizioni. Mi bastano pochi minuti per realizzare che, dietro ad una narrativa internazionale troppo spesso distratta da interessi politici, c’è un popolo moderno e dinamico. Secondo un vecchio proverbio persiano, infatti, si possono chiudere le porte della città ma non le bocche della gente.

La nostra chiacchierata, quindi, non può che iniziare dalla fine. D’altronde, come già detto, l’Iran è il paese delle mille e una contraddizioni. Gli chiedo delle elezioni presidenziali che si terranno a breve e dei sei candidati che, tra gli oltre 1.300, hanno superato il vaglio del Consiglio dei Guardiani. Viene fuori che il più grande errore che si possa commettere è considerare Rouhani come un riformista. Un moderato, magari. Di certo, un conservatore pragmatico. Capace di vincere le scorse elezioni in nome del dialogo con l’occidente (accordo sul nucleare docet) e, soprattutto, grazie all’ampia coalizione che comprendeva pochi riformisti, alcuni moderati e qualche conservatore.

All’angolo opposto, prendendo in prestito un gergo pugilistico che spiega bene il fermento elettorale di questi giorni, c’è Ebraim Raisi. Considerato da molti l’antagonista per eccellenza del Presidente uscente, oltre che possibile Guida Suprema. Un turbante nero, mi dice Antonello Sacchetti, molto gradito ad Ali Khamenei. Diversamente da Rouhani, che non essendo un religioso deve indossare un copricapo bianco. Su Raisi, però, oltre alle critiche dovute all’inesperienza politica e ad uno scarso appeal mediatico, pesano le responsabilità per le uccisioni di massa avvenute nei giorni successivi alla Rivoluzione del ’79. Cosa che mi viene confermata anche da Semir Garshasbi Presidente dell’Associazione Culturale Italia-Iran di Torino e conduttore radiofonico di origini iraniane.

Semir da poco più di un anno conduce una rubrica che si chiama Mediorentarsi, attraverso la quale cerca di fare ordine tra le complesse dinamiche regionali. È venuto in Italia molti anni fa, subito dopo l’avvento della Rivoluzione Khomeinista, per studiare. Prima di rispondere alle mie domande, però, ci tiene a precisare che il suo è un giudizio personale. Una sorta di presa di posizione. Mi spiega, che l’exploit politico di Raisi è dovuti al suo ruolo di custode dell’Astane Ghods Razavi. Una ricca e potente fondazione che gestione il mausoleo dell’Imam Reza a Mashad, nel nord del paese.

La sua è una posizione molto netta. Non risparmia critiche ad un regime teocratico che, a suo dire, utilizza la repressione per limitare i diritti e le libertà degli iraniani, riuscendo a preservarsi intatto da quasi quarant’anni. Come quando, appunto, un gruppo di attivisti sindacali è stato condannato a fustigazione in seguito alla denuncia del datore di lavoro. Accusa Rouhani di essere sopravvissuto, politicamente, per via di uno strategico trasformismo politico e di aver, completamente, disatteso le promesse fatte in campagna elettorale. Sottolineando, altresì, che in Iran tutto ciò che è politico può diventare, improvvisamente e pericolosamente, religioso.

Politica e religione sono le due facce della stessa medaglia. Molte cariche politiche, infatti, secondo la legge devono spettare ai religiosi. Con la conseguenza che il ruolo degli quest’ultimi finisce spesso e volentieri con il condizionare la vita politica ed istituzionale del paese. Secondo Antonello Sacchetti, però, l’Iran non è diventato mussulmano con la Rivoluzione del 79. Anzi, tutt’altro. A suo dire, lo sciismo non hai professato la partecipazione politica. E cosa ancor più singolare, la stessa carta costituzionale scritta in seguito alle sollevazione contro la Scià ha come modello quella belga, mentre per alcuni aspetti fa riferimento al sistema istituzionale francese.

Contraddizione per contraddizione, è il caso di fare un passo indietro tornando all’altro competitor della prossima competizione elettorale. Un outsider, ma solo apparentemente. Mohammad Bagher Qalibaf, infatti, è stato sindaco di Teheran per dieci anni. Ciò nonostante, sembra essersi ritagliato il ruolo dell’antisistema. Una scelta, che riporta la mia mente a quanto accade, ormai da qualche anno, anche in occidente. Prova provata che, in fondo in fondo, l’Iran non è poi così distante da noi. Almeno da questo punto di vista.

La conferma arriva dalla dialettica che, sempre secondo Antonello Sacchetti, lo stesso Qalibaf ha utilizzato nel primo confronto televisivo. L’accusa lanciata a Rouhani, non a caso, è stata quella di ergersi a paladino delll’establishment iraniano. Mentre lui, ovviamente, sarebbe sceso in campo a difesa di quel restante 96%. Cosa che assomiglia un po’ al famoso 99% che risuonava negli slogan del Movimento Occupy Wall Strett mentre prendeva possesso di Zuccotti Park qualche anno fa.

L’Iran, però, nonostante gli oltre 250 partiti non è una vera e propria Repubblica partitica. Diversamente, mi dice Sacchetti, assomigliano più a dei comitati elettorali. Con l’inevitabile conseguenza, che ad ogni tornata elettorale si alleano e si mescolano contro ogni logica politica. Così, se da un lato l’elettorato di Rouhani va ricercato tra il ceto medio-alto, istruito ed urbanizzato. Quello a cui, solo teoricamente, fa riferimento Raisi vive nelle zone più povere del paese ed è, ovviamente, molto sensibile alla politica dei sussidi governativi.

La nostra chiacchierata, a questo punto, prosegue davanti ad una tazzina di caffè. La conferma, inaspettata ma piacevole, che in questo paese vale tutto e il contrario di tutto arriva da quella “rivoluzionaria” candidatura femminile. Paventata, ma poi scioltasi come neve al sole. Riprova che, forse, l’Iran non è ancora pronto un simile solto di qualità. Marrziyeh Vahid Dastijerdi, ex Ministro della salute del Governo di Ahmadinejad, è l’emblema di un sistema politico e sociale nel quale le donne faticano ancora a trovare la loro dimensione. Imbrigliate, per usare un eufemismo, nelle maglie di una società, sotto alcuni punti divista, ancora troppo maschilista e tradizionalista.

I neri Chador, le forti restrizione di movimento e le limitazioni al diritto di famiglia, infatti, sono ancora una costante in Iran. Chi visita questo paese, però, viene sorpreso nel vedere donne che guidano autobus, che controllano passaporti o che accompagno i turisti nelle moschee dall’architettura mozzafiato con in testa sfarzosi foulard dalle fantasie floreali.  Semir, infatti, mi assicura che qui le donne hanno anche saputo fare la storia. Passata e recente. Dormito e mangiato con gli uomini durante la Rivoluzione del ’79. Preso parte ai Comitati di sicurezza rivoluzionaria o, come mi ricorda Sacchetti, giocato un ruolo decisivo duranti lo sciopero del tabacco del 1906.

Ad ogni angolo di strada, nelle piazze o nei negozi del centro di Teheran le “Squadre della moralità”, però, continuano a controllare la vita delle donne e non solo. In Iran, mi confida Semir, c’è la vita pubblica e, poi, c’è quella privata. Protetti dalle mura domestiche, uomini e donne, danno libero sfogo alle loro passioni. Il che, mi dice Semir, ha finito per incoraggiare un deprecabile stato di schizofrenia generale.  Le limitazioni al diritto alla libertà d’espressione o la repressione nei confronti degli attivisti dei diritti umani. Gli arresti arbitrari così come i processi farsa, accertati dall’ultimo report di Amnisty International, non hanno affatto scoraggiato l’Onda verde degli iraniani che, nel 2009, erano scesi in piazza per gridare tutta la loro voglia di libertà e cambiamento.

Salgo sulla metro che mi porterà alla Stazione e, da lì, a casa. Non posso fare a meno di ripesare a ciò che mi ha detto Antonello Sacchetti. Ad questo paese dalla vita politica molto accesa, fatto di giovani aperti ed istruiti. Allo stesso tempo, però, con una società fortemente divisa in classi e alla strenua ricerca di una giustizia sociale che tarda ancora ad arrivare. Il popolo iraniano, al netto della forte repressione, spruzza voglia di vivere da tutti i pori. Perché, come ebbe a dire l’Ayatollah Khomenei ammonendo chi sarebbe arrivato dopo di lui: non pensate mai di fare a meno di questo popolo

Mattia Bagnato

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Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

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