Lettera aperta di uno studente universitario di Roma alla ministra della pubblica istruzione, Valeria Fedeli

Roma- Diversi giorni fa, la nostra cara ministrA (guai a chiamarla ministro!) Valeria Fedeli, dietro consiglio del giovanissimo presidente del Parlamento regionale degli studenti della Toscana Bernard Dika, ha meditato un cambiamento dei programmi di storia nelle scuole. Lo slogan di questa nuova linea di pensiero è «Meno Babilonesi, più attualità». Un motto che non lascia molta libertà all’immaginazione: la proposta è quella di tagliare le parti di programma sulla storia antica e dedicare più tempo e più spazio agli avvenimenti recenti. Cosa potrebbe rispondere uno storico, un archeologo, un filologo o un esperto dell’antichità, di fronte a una sentenza simile? Si potrebbe dire, ad esempio, che questa è una proposta shockante, soprattutto se consideriamo che proviene dalla mente di un Ministro della Pubblica Istruzione che non si è mai seduta sui banchi di un’Università, e che non ha nemmeno conseguito il diploma di maturità? Sarebbe un’offesa scortese e un colpo molto basso, sicuramente.

Potremmo invece pensare che questa vomitevole (non c’è altro modo per definirla) affermazione è l’ennesima prova di un sistema e di un governo che ci vogliono sempre meno istruiti, sempre più ignoranti e sempre più disinteressati? Beh, sarebbe un’affermazione qualunquista e gentista, sebbene non del tutto falsa. Potremmo allora accusare la ministra di voler effettuare ancora una volta un taglio sulla cultura, su cui invece il nostro governo dovrebbe investire buona parte delle sue risorse, per preparare una futura classe dirigente sempre più acculturata e istruita? Questo sarebbe più esatto e obiettivo! Ma ciò che già nella sua forma fa ribollire il sangue è la definizione stessa del motto, dove per “Babilonesi” si intende quella storia antica, polverosa, boriosa, scocciante, destinata ad ammuffire tra gli scaffali di una vecchia libreria. Valorizzare la storia antica non significa screditare la nostra contemporaneità, che trova invece notevole spazio tra tv e giornali (e, se proprio non ci si vuole fidare di quest’ultimi, ci sono migliaia di approfondimenti su internet, o addirittura nelle biblioteche e nelle librerie) ma significa rispettare quelle civiltà e quegli eventi che hanno dato vita alla società in cui oggi viviamo: d’altronde, se non sappiamo da dove veniamo, non sapremo neanche dove andremo, si dice. Indicare le antiche società, gli Imperi e i protagonisti del passato con la denigratoria etichetta di “Babilonesi” significa voltare le spalle all’eredità di cui noi siamo inconsapevoli custodi. Perché sono stati proprio i Babilonesi, che la Fedeli e Dika tanto discriminano, a offrire all’umanità il primo codice legislativo; è grazie ai Greci, a Clistene e Pericle se la maggior parte dei paesi occidentali gode della democrazia; ad Augusto e Cesare dobbiamo invece la prima organizzazione statale come la conosciamo oggi; e come sarebbero le riunioni del Parlamento e del Senato, se non disponessimo della retorica e dell’oratoria di Demostene e di Cicerone? E che aspetto avrebbero le nostre costituzioni se non godessimo del Corpus Iuris Civilis di epoca giustinianea? Secondo il giovane Dika, lo studio delle civiltà e delle popolazioni antiche leva troppo spazio alla modernità, e i giovani si ritrovano a sentir parlare nei notiziari della guerra in Siria, senza saperne le cause.

Ma come potremmo parlare della guerra in Siria, se non studiassimo il percorso storico che ha vissuto questo paese? Come parleremo del terrorismo islamico, se non studiassimo l’espansione degli Arabi tra il VII e il IX secolo d.C.? Al giovane Dika, che suppongo avanzasse questa richiesta in buona fede, andrebbe ricordato un famoso aforisma del filosofo Bernardo di Chartres: «Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti».

Non c’è nessun aspetto della nostra vita quotidiana che non risenta dell’esperienza degli antichi, che ci hanno donato, ad uso imperituro: diritto, filosofia, religione, amministrazione, economia, settore bellico; per non parlare poi delle arti, della letteratura, della musica, dell’architettura, della pittura e della scultura. Chiunque, nel corso dei secoli, abbia voluto avvicinarsi al mondo delle varie arti, visive o letterarie che fossero, sapeva bene che doveva essere all’altezza dei grandi del passato. 

E noi dovremmo mettere da parte tutto ciò?       
Mia cara MinistrA, ho solo una cosa da dirle: Io sto con i Babilonesi!

Michele Porcaro