Diventano sempre più duri i toni che fanno da cornice alla situazione che si sta vivendo nel Mare Cinese Meridionale. Tra scaramucce e minacce la Cina sembra non voler minimamente prendere in considerazione gli USA e l’ONU.

Inizialmente ci si aspettava che sarebbero stati 27 i Paesi partecipanti al RIMPAC (le esercitazioni militari organizzate nel Pacifico dalla Royal Navy e dalla US Navy) ma, come era prevedibile, con la defezione della Cina sono diventati 26. Una defezione dovuta soprattutto al pericoloso contenzioso nato attorno alle rivendicazioni della Cina sul Mare Cinese Meridionale.

In grandi linee il problema di fondo consiste nella rivendicazione da parte della Cina, della Malesia, del Brunei, del Vietnam, di Taiwan e delle Filippine di una parte del Mare Cinese Meridionale. Si stima che tale zona, relativamente ai prodotti che vi transitano, abbia un valore commerciale pari a circa 5.000 miliardi di dollari.

Considerata l’importanza di tale zona, tanto economicamente quanto strategicamente, le provocazioni e gli attriti tra i vari attori sono all’ordine del giorno. In particolare si assiste ad una Cina che dal 2013 ha organizzato diverse esercitazioni militari e, non contenta, ha anche avviato la costruzione di isole artificiali. Gli Stati Uniti, dal canto loro non hanno mancato di far sentire la loro presenza attraverso continui pattugliamenti nella zona e, infine, le Filippine sono arrivate a rivolgersi all’ONU per avere un aiuto nella gestione di questa particolare situazione.

Qualunque sia l’esito, è “carta straccia”. Così è stata definita da Dai Bingguo (ex Consigliere di Stato cinese) la sentenza della Corte Suprema dell’Aia che oggi, 12 luglio, sarà pubblicata. Neanche l’aumento della presenza statunitense nella zona (negli ultimi giorni sono state inviate due portaerei e tre cacciatorpedinieri) sembra preoccupare Dai Bingguo il quale, sprezzante (e arrogante?), ha sostenuto che la Cina non avrebbe di che preoccuparsi “nemmeno se gli Stati Uniti dovessero mandare 10 portaerei nel Mare Cinese Meridionale”.

Non solo l’ex Consigliere di Stato cinese si è espresso in maniera diretta nei confronti della presenza statunitense, lo stesso Ministro degli affari esteri Wang Yi, in una telefonata con il Segretario di Stato americano John Kerry, ha invitato gli USA a “mantenere la loro promessa di non prendere parte alla disputa” e a muoversi con cautela, con riguardo sia alle parole utilizzate sia ai fatti. Per rimarcare la posizione cinese, il Ministro degli Esteri della Cina Hang Lei ha poi affermato che “la Cina lavorerà con i Paesi AESAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico) per salvaguardare la pace e la stabilità nel Mare Cinese Meridionale” ma “non accetterà nessuna decisione imposta da terze parti come mezzo di risoluzione, così come non accetterà nessuna soluzione forzata sulla Cina”.

Ugualmente forti sono poi i toni del tabloid quotidiano cinese Global Time (prodotto dal quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese, Il Quotidiano del Popolo) il quale non ha mancato di invitare la Cina a prepararsi allo scontro militare: “Pechino deve prepararsi allo scontro militare, anche se la Cina non può competere con i militari statunitensi nel breve termine, deve essere in grado di far pagare agli USA un costo impossibile da sostenere se interverranno con la forza”. Si direbbe un richiamo alla clauserwitziana guerra di logoramento, tallone d’Achille di qualsiasi superpotenza e, allo stesso tempo, uno scenario che di questi tempi sa di propaganda al limite della fantapolitica. Fantapolitica che però, considerati i toni minacciosi che la Cina sembra voler mantenere, potrebbe portare qualcuno a rispolverare il Thinking about the unthinkable di Herman Kahn.

Federico Molfese