Crisi nell’uomo e vissuti relazionali che cambiano 

Roma- Siamo portati spesso a responsabilizzare la società di una serie di vissuti che ciascuno di noi sperimenta come dissonanti e patologici, rispetto al vivere che vorremmo. Non ci rendiamo conto, però, del fatto che fondamentalmente la società siamo noi e può essere un grave e colpevole rischio non avviare un vero e proprio dialogo ed analisi di quanto sta accadendo. Negli anni, soprattutto negli ultimi 20, abbiamo assistitito a tutta una serie di stravolgimenti che possiamo a giusto titolo definire ‘epocali’. Le esigenze legate alla quotidianeità ci hanno obbligato a rivedere e trasformare praticamente qualsiasi situazione sia legata all’individualità che ai rapporti relazionali (di coppia, amicali, di lavoro, ecc.). A tutto questo, si è unito un lento, ma inesorabile vissuto trasformativo del concetto di tempo, inteso come aspetto non solo quantitativo ma anche qualitativo, da dedicare ad ogni aspetto della vita. Le cosiddette ‘priorità’ sono divenute, però, incessanti e hanno portato ad un comportamento spesso schizofrenico di uomini e donne, nel disperato tentativo di fare ‘tutto e bene’ e di posporre il concetto di piacere a vantaggio di quello del dovere. La parola crisi è, pertanto, divenuta la naturale conseguenza di un sempre maggiore individualismo che ha mietuto, purtroppo, vittime identificabili in quei capisaldi che un tempo rappresentavano il sano ancoraggio delle relazioni stesse.

L’amore come condivisione, il sesso come gioco, la famiglia come luogo sicuro, sono solo alcuni dei campi, oramai minati, dove uno studioso del comportamento umano, come lo psicologo, non può non imbattersi, poiché i disagi sono sempre più ad essi legati. Pertanto, più che di crisi dell’uomo, potremo parlare di crisi emotiva ed affettiva delle relazioni. In realtà, quando si parla di televisione che è diventata sempre più dispensatrice di corpi nella loro nudità, di social network che confondono il concetto di amicizia con quello di semplice contatto, di deriva di valori, stiamo solo parlando di ‘sintomi’ e non delle cause. Un uomo che si rivolge ad uno psicosessuologo per problematiche legate alla sfera dell’intimità, sta portando un sintomo di un problema, non un problema. Alla stessa stregua di un individuo con influenza, che presenta nella febbre, nella tosse o nel mal di testa, una serie di sintomi, un individuo che reca con sé un vissuto problematico, per esempio sessuale, ci deve far riflettere sul come debellare il suo ‘virus’, non i sintomi che manifesta.

Il ‘virus’ in questione sarà sempre da rintracciare in un’ottica di relazione, di visione distorta spesso delle emozioni e di come entrano prepotentemente nella propria vita. Non è quindi solo l’uomo che sta male, ma il sistema di adeguamento ai cambiamenti che vogliono sempre di più incidere nei processi decisionali e che i mass media ci mostrano solo nelle loro manifestazioni più eclatanti e diremmo quasi banalmente facili da discutere con chiacchiere da bar. E invece fa sempre pù paura il confronto, si teme sempre di più l’altro perché fondamentalmente siamo diventati fragili caratterialmente. Questa fragilità si trasforma in autoaggrassività o eteroaggressività, portando a fenomeni oramai estremamente e tragicamente noti come il mobbing, lo stalking, la violenza sessuale (eteroaggressivi) o il suicidio (autoaggressivi). E’ come se mancasse negli individui il sistema di elaborazione delle esperienze dolorose da un lato e, dall’altro, l’incapacità di vivere il tempo come una risorsa e non come un limite o un nemico da temere. In tutto questo, quel che occorrerebbe dovrebbe essere un ripartire dalla base. Una sorta di ‘formattazione’ del nostro approcciare al mondo, vedendo i ‘piatti della bilancia’ del dovere e del piacere come meritevoli di eguale investimento, riprendendo a dialogare con gli occhi e non con le dita che digitano una tastiera, dedicando una buona fetta della nostra giornata, la sera per esempio, a realizzare un bilancio critico di ciò che si è realizzato e di ciò che si è evitato, accendendo la stanza buia che temiamo, dimostrando coraggio e non vigliaccheria o codardia.

Dott. Domenico Giuseppe Bozza