Mentre migliaia di disperati rischiano la vita per raggiungere le coste italiane in cerca di una vita migliore, chi dovrebbe aiutarli a trovato il modo per fare soldi sulla pelle di questi poveri disgraziati.

 

La storia ce lo ha insegnato a più riprese: i movimenti dei popoli sono difficilmente arrestabili.

Roma – Le nuove rotte dell’immigrazione. Il 30 agosto 2008 il Governi italiana firmò con la Libia il Trattato di Bengasi. Doveva servire ad arginare il “problema” dell’immigrazione clandestina una volta per tutte. Ma a sei anni di distanza non sembra essere cambiato molto. Quei barconi pieni zeppi di uomini, donne e bambini sono ancora lì. Sono ancora alla ricerca di una vita migliore. Non voglio rassegnarsi all’idea di dover morire sotto i colpi di una delle tante guerre che ancora si combattono nel mondo o in una cella sporca e maleodorante. Fuggono. E lo fanno verso quella terra promessa che tante volte hanno visto raccontata in televisione.

Una posto dove le persone sono buone e a tutti è offerta una possibilità. Partono da paesi lontani. Viaggiamo per migliaia di chilometri senza sosta. Seguono rotte stabilite. Secondo un rapporto del OIM solo il 20% di loro arriva via mare. Ed questa l’unica cosa che quel Trattato, tanto elogiato, è riuscita a cambiare. Non ha fermato l’immigrazione ne ha solo modificato le direttrici. Nel 2010 – afferma Frontex – si sarebbe assistito ad una riduzione del 71% degli sbarchi in Italia ma allo stesso tempo sarebbero gli arrivi in Grecia (+ 80%).

Secondo l’ISPI sarebbero tre le rotte principali attraverso le quali è possibile arrivare in Europa. La più antica è quella che dal Sudan, Mauritania e Senegal arriva fino al Marocco e passando attraverso il deserto del Sahara e lo stretto di Gibilterra porta in Spagna. Oppure si può scegliere la via più battuta. Arrivare in Libia, di solito a Tripoli o Zaura, è lì aspettare una “caretta del mare” che ti porta fino a Lampedusa, la Sicilia o Malta. La terza alternativa passa per l’Egitto e va direttamente in Sicilia, in Calabria o a Creta. Ma da quando i controlli si sono fatti più stringenti e i pattugliamenti di Frontex più intensi si sono aperte due nuove “rotte della speranza”. La prima da Annaba (Algeria) porta direttamente in Sardegna. La seconda passa per la Turchia, le isole greche del mar Egeo e consente di arrivare in Europa senza passare per il mare nostrum.

I numeri dell’immigrazione. Con le jeep o stipati come animali su un camion. Su barconi fatiscenti che rimango a galla contro ogni legge della fisica. A piedi.  Sotto il motore di un TIR. Ma con la speranza nel cuore. Una speranza così grande da far passare in secondo piano le indicibili sofferenze che sono costretti a sopportare. La fame. La sete. Le violenze. Le torture. La paura di essere uccisi o venduti. Le interminabili ore di viaggio. Di un viaggio a confini con la realtà. La nostra realtà. Ovviamente. Perché la loro, quella dalla quale scappano, è lontana anni luce dal nostro immaginario. Talmente lontana da giustificare tutto questo. Anche se con tutta probabilità molti di loro, quando decidono di partire, non si immagino nemmeno quello che li aspetterà prima di arrivare. Sempre che ci riusciranno ad arrivare. Non sanno quanto è alto il prezzo della felicità. Un prezzo che deve essere pagato prima ai trafficanti senza scrupoli. 350.000.000 di dollari all’anno è il giro d’affari stimato per le organizzazione criminali.

Le tariffe pagate agli smugglers, per il tratto Libia/Lampedusa, cambiano in base all’etnia. Più l’etnia è ricca e potente – spiega Sarcina sul Corriere della sera –  e può vendicare sparizioni in mare più il viaggio diventa sicuro e costoso. I più disperati sono i magrebini e gli eritrei, pagano poco ma viaggiano su barcone senza pilota, guidato molto spesso da un “volontario” al quale è stato fatto un sconto. Il tariffario varia poi in base al paese di partenza. Tra i 1500 e i 2000 euro per chi parte dalla Libia e vuole arrivare a Lampedusa. Lo stesso vale per la Tunisia. Mentre dalla Turchia alla Grecia (Atene o Patrasso) passando per Evros il viaggio è “più economico” tra i 500 e gli 800 euro. Il prezzo più alto lo pagano coloro che partono dall’Afghanistan (due mesi di viaggio), 6000 euro con pagamento anticipato. Queste cifre sarebbe confermate da un tariffario rinvenuto su uno dei molti barconi alla deriva e tratto in salvo dalla guardia costiera. Nel “papello” si legge: 7000/8000 euro dalla Somalia o dal Sudan, più 1000 per attraversare il Sahara.

Il secondo prezzo lo pagano al mare. Il più alto. 19.372. Il numero di color che dal 1988 hanno tentato “l’assalto alla fortezza Europa” ma non mai arrivati. Sono rimasti nel grande “cimitero mediterraneo”. Quel mare che da secoli è testimone silenzioso della storia dei popoli che lo hanno navigato. E che lo è stato anche il 30 ottobre 2013. Quando 360 persone partite dalla Libia hanno trovato la morte a poche miglia dall’Isola di Lampedusa. Ma nemmeno questa ennesima disgrazia è riuscita a scoraggiare questi “poveri disperati” che a migliaia cercano ancora di arrivare nel vecchio continente.

Cosa c’è dietro la gestione dei CARA. Sono i numeri di un business milionario quelli emersi da un’inchiesta di Repubblica. Un business costruito sulla pelle di chi arriva in Italia scappando dalla fame e dalla miseria. 7.544.030. Questa è, secondo il Mistero dell’interno, la cifra stanziata dal Governo italiano nel solo 2013 per le gare d’appalto a favore dei Centri Accoglienza Richiedenti Asilo. A questa poi vanno aggiunti 18.858.797 euro che la Comunità Europea mette a disposizione dell’Italia all’interno del programma Solidarietà e gestione flussi migratori (financial solidarity). La gestione di questi centri, nella maggior parte dei casi, è affidata ad organizzazioni assistenziali senza fine di lucro. Il loro unico fine dovrebbe essere quello di rendere meno traumatica la permanenza all’intero delle strutture.

Per fare questo il Governo italiano concede un finanziamento annuale calcolato sulla base di gare d’appalto al ribasso. Le gare parto da 30 euro per persona. I soldi dovrebbero servire per la gestione amministrativa, assistenza generale alla persona, assistenza sanitaria, pulizia e igiene ambientale, pasti. Di questi 30 euro, 2, 50 dovrebbero costituire il pocket money giornaliero da distribuire in contanti ad ogni singolo “ospite” per le spese personali. Dovrebbero.

In questo, come in molti altri casi, il condizionale è d’obbligo. Perché questo non avverrebbe quasi mai. Come nel caso del CARA di Sant’Anna di Isola capo Rizzuto (Crotone). Dove 28.021.050 euro, in tre anni, non sarebbero stati sufficienti a garantire una permanenza dignitosa. Perché sulla base delle testimonianze fornite dagli operatori del Presidium (Croce Rossa, OIM, UNHCR e Save the children) in questo centro, per anni, il pocket money sarebbero stati due pacchetti di sigarette da dieci, quando andava bene. Si. Perché negli ultimi due anni gli immigrati non avrebbero ricevuto nemmeno quelli.

 

 

Mattia Bagnato