Spazio Kabul

IL TRAFFICO DELLE PIETRE BLU

L’Afghanistan crocevia non solo di droga ma anche di pietre preziose. L’affare dei lapislazzuli, un pozzo di denaro illecito

Kabul- L’Afghanistan di oggi non è solo la patria dell’oppio, di madrase e di cinture esplosive: l’Afghanistan del presente è anche la terra delle “pietre blu”, i lapislazzuli.  Il nome “lapis” deriva dal latino “lapis”, pietra, e “lazulum” blu.

Il giacimento di lapislazzuli per eccellenza è quello di Sar-e-Sang, situato nella impervia Kokcha Valley, a nord dell’Afghanistan nella provincia di Badakhshan. Attivo da oltre 7000 anni, è la sede di alcune delle più antiche miniere del mondo. Marco Polo visitò le miniere afghane nel XIII secolo e scrisse: “C’è una montagna in quella regione, dove si trovano i più bei lapislazzuli del mondo”.

Per arrivare a Sar-e-Sang ci vuole grande spirito di sacrificio e l’esperienza di un abile scalatore. Sia che si parta da  Kabul, salendo  per la valle del Panshjir, per poi superare il passo di Anjoman  e raggiungere infine la valle di Iskazer, sia che si decida di partire da Faizabad, capoluogo della provincia nordorientale del Badakhshan, puntando a sud-est,  per poi seguire il corso del fiume Kokcha, dentro una valle dai versanti angusti, lungo una strada sconnessa, isolata e pericolosamente inclinata verso la vallata. Una volta giunti a Sar-e-Sang, lo sforzo del lungo cammino è premiato dal fatto di trovarsi tra le più antiche miniere di lapislazzuli del mondo. Per raggiungerli, si passa per i vicoli del villaggio tra sentieri luminosi, che alla luce del sole riflettono il blu e il turchese di migliaia di frammenti di pietre grezze.

Proprio qui, nelle viscere delle montagne afghane, che si trovano centinaia di minatori, la maggior parte sono giovani, ricoperti di polvere, lavorano senza protezioni, con attrezzi non certo evoluti: un piccone e candelotti di dinamite. Una volta accesa la miccia, corrono veloci verso l’uscita del tunnel. Un lavoro duro,  pericoloso e  pagato male.

Il  governo degli Stati Uniti  ha stimato che le miniere afghane possiedono pietre per un valore che oscilla intorno ai duemila miliardi di euro.

Dal 2004 la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale cercano di incentivare le istituzioni locali nel puntare sul settore minerario, aprendo agli investimenti privati stranieri, per rendere l’economia locale meno dipendente dagli aiuti internazionali, tanto da aver spinto il governo afghano a elaborare un piano  di sviluppo per un “investment-friendly environment”.

Non è un caso che in questo anno le autorità afghane, cominciano ad essere molto preoccupate dalla situazione che sta provocando una ingente richiesta del minerale su scala mondiale.  Il grande patrimonio minerario afghano potrebbe diventare un fattore di instabilità, una fonte di conflitto, anziché uno strumento per rendere il Paese economicamente indipendente.  Ad Inizio giugno le forze di sicurezza afghane hanno sequestrato almeno 65 camion di lapislazzuli estratti illegalmente da una miniera situata nella provincia di Badakhshan. Un portavoce del ministero dell’Interno Sediq Sediqi, come riferisce Pajhwok Afghan News, ha comunicato ai giornalisti locali che “le forze di polizia stanno facendo del loro meglio per impedire l’estrazione illegale di lapislazzuli”. Sediqi ha confermato che “l’estrazione illegale sta alimentando guerra e disordini nel paese, come nel corso degli ultimi anni i giacimenti minerari sono stati  una delle principali fonti di finanziamento per il Paese, ora stanno sfociando in rivolte tra bande”. Nonostante la complicata situazione, il portavoce del ministero dell’interno mostra fermezza nelle sue dichiarazione: “coloro che stavano lavorando per estrarre illegalmente dalle miniere nella provincia di Badakhshan sono stati arrestati dalle forze di sicurezza”. Secondo Sediqi, le forze afghane sono riuscite a impedire l’estrazione di minerali, nel centro di Logar e nella   provincia di Khost nel sud-est. Il portavoce del Ministero delle Miniere e del Petrolio, promette che il governo aprirà la strada per l’estrazione legale di lapislazzuli nel Badakhshan, solo dopo che la situazione in materia di  sicurezza assuma aspetti ragionevoli.

L’estrazione illegale dei minerali è un imbuto continuo di milioni di dollari nelle mani di signori della guerra corrotti, che non può che alimentare conflitti in un paese già martoriato. Secondo un rapporto pubblicato da Global Witness, “dal 2014 almeno 12.500 tonnellate di lapislazzuli per un valore di circa 200 milioni di dollari sono state estratte in modo illegale e i proventi esentasse – una perdita per lo Stato afghano da 30 milioni di dollari l’anno, moltissimo per un Paese disastrato come quello afgano – sono stati spesso reinvestiti per finanziare la guerriglia e la resistenza dei Signori della Guerra e dei Talebani, noti narcotrafficanti internazionali”.  La loro egemonia si misura con la produzione e la vendita di eroina in tutto il mondo, oltre il 90% di questa proviene dall’Afghanistan, ma secondo gli esperti un altro introito interessante per le casse degli oppositori del governo di Kabul  è rappresentato dall’estrazione e dalla messa in commercio proprio degli splendidi lapislazzuli del Badakhshan dai quali incassano fino a 20 milioni di dollari all’anno. Secondo la stessa organizzazione, “la violenta rivalità per il controllo delle miniere e dei profitti tra potenti locali, deputati locali e Talebani ha profondamente destabilizzato la provincia e i Talebani sono vicini alle miniere e hanno il controllo delle strade principali che ad esse conducono con il rischio concreto che le miniere finiscano nelle loro mani”. Di nuovo corruzione e business scellerato intorno ad un Paese che vanta un tesoro di giacimenti minerali non ancora sfruttati che potrebbero valere miliardi di dollari, e invece producono solo ricchezza  tra i vari “signori della guerra” e incrementano la povertà di un popolo allo stremo.

Pierluigi Bussi

 

Pierluigi Bussi

Pierluigi Bussi è giornalista dal 2003 e inviato in zone di guerra e all'estero. E’ stato, tre gli altri paesi in Afghanistan e Tunisia. Si è laureato in Relazioni Internazionali presso L’Università La Sapienza di Roma con approfondimenti sui conflitti nel Corno d’Africa e Medio Oriente. Da anni segue le sorti politiche e sociali afgane. Tra i vari ruoli ricoperti è stato capo redattore del mensile Europe Today, ha collaborato con i quotidiani Pubblico, Roma News, Il Mezzogiorno d’Italia, con approfondimenti in materia di politica estera. Ha scritto, inoltre, per Storia in Network. Attualmente collabora con la Repubblica e La Stampa.

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button