Aumentano a dismisura nelle scuole italiane gli episodi di bullismo e violenza verso professori e docenti. Il ruolo dell’insegnante negli anni è stato sminuito sempre di più nella sua dignità. Cosa è cambiato davvero rispetto a una volta? La storia, come sempre, ci offre spunti per opportuni confronti.

Definire l’insegnamento in poche parole è impossibile: sono tante le scuole di pensiero che nei secoli hanno speso quintali di carta e litri d’inchiostro per definire l’importanza del ruolo di chi si ritrova a insegnare, a tramandare ai posteri la conoscenza, a trasmettere nei più giovani la passione per lo studio. Ma su una cosa saremo certamente tutti d’accordo: l’insegnante ha un compito insostituibile, quello di elevare le menti dei propri alunni, e di renderli uomini e donne consapevoli e competenti. Oggigiorno tuttavia, il mestiere dell’insegnante è diventato sempre più frustrante, sempre più penalizzato e sempre più povero di soddisfazioni. Da una parte questa è l’irrimediabile conseguenza dei continui tagli che negli anni ha subito la scuola pubblica, con stipendi sempre più magri per maestri e professori e con un numero di cattedre disponibili ridotto al minimo (con conseguente aumento del precariato). Ma negli anni, e questo forse è il fenomeno ancor più preoccupante, si sta assistendo a un (neanche troppo) lento declino di prestigio della figura del docente. Se un tempo l’insegnante era una figura rispettata e tacitamente temuta, gli studenti di oggi si sentono in dovere di avere con i propri docenti un rapporto alla tu-per-tu. Nelle ultime settimane, nelle scuole del Belpaese (anche se si fa fatica a definire “bello” un paese in cui accadono certe cose) si stanno verificando episodi terribili, ai limiti dell’immaginabile e forse anche oltre: i notiziari riportano decine e decine di casi di violenza, minacce, aggressioni fisiche e verbali e bullismo vero e proprio nei confronti dei professori. Risale a poche ore fa un video che ha prontamente fatto il giro del web in cui un ragazzo (presumibilmente delle superiori) aggredisce verbalmente un professore con l’arrogante richiesta di farsi mettere sei in un compito. Nel video, che non sarà riportato in questo articolo (personalmente, non voglio dare neanche un po’ di visibilità a fenomeni da baraccone del genere!) ma che è comunque facilmente reperibile sul web, lo studente oltre a offendere con ingiurie indicibili il professore, tenta addirittura di strappargli con forza dalle mani il tablet in cui è stato poc’anzi inserito il suo pessimo voto (d’altronde, visto l’esempio di civiltà, è facile dedurre quanto soddisfacente sia la sua rendita scolastica) e intima al professore di inginocchiarsi di fronte al suo cospetto, ripetendo più volte:      
 “Chi è che comanda qua?”       
Già, bella domanda. Chi è che dovrebbe comandare? Il professore o l’alunno? Chi impartisce l’educazione o chi la riceve?               
Possiamo tentare di ricercare le cause di questo triste fenomeno e dare la colpa a chi vogliamo, possiamo prendercela con la scarsa educazione che ricevono questi “studenti” nelle loro famiglie, con il protezionismo più disperato e forsennato dei genitori, con le dirigenze scolastiche cieche e ottuse che archiviano questi episodi come “ragazzate”, o con i sempre più deficitari stimoli che invogliano le nuove generazioni allo studio. Il problema è che una figura importante come quella dell’insegnante, oggi più che mai per i numerosi problemi che vive la nostra società, ha bisogno di essere valorizzata e prima di tutto rispettata. 

La storia ci offre sempre, in positivo e in negativo, degli spunti per attuare un confronto, per stabilire in cosa ci siamo evoluti e in cosa invece abbiamo ancora da imparare. Ad esempio, è sicuramente una fortuna che agli insegnanti è oggi interdetto l’uso della violenza come metodo punitivo: basti pensare al ritratto non certo lodevole che ci offre il poeta latino Orazio del suo maestro Orbilio, che lui stesso definisce scherzosamente “plagosus” (manesco) per il suo approccio all’apprendimento molto spesso violento. Anche in Italia, dall’età dei comuni medievali fino all’epoca fascista erano particolarmente frequenti le botte come stimolo allo studio e alla buona educazione. In un manuale di un anonimo fiorentino del XIV secolo (riportato da Antonetti, 1993) leggiamo queste inequivocabili istruzioni fornite a precettori e maestri:              
Quando il bambino compie delle sciocchezze, bisogna castigarlo con le parole e le verghe; quando avrà superato i sette anni usare allora la frusta e la cinta di cuoio. Quando avrà più di quindici anni, usare il bastone e bastonarlo fin quando egli non avrà chiesto perdono.”             
Oltre all’immancabile bacchetta, usata dagli insegnanti come oggetto didattico e allo stesso tempo come arma punitiva, non mancavano umiliazioni fisiche, come le tirate d’orecchie e le sculacciate, e morali, come il castigo delle orecchie d’asino o l’isolamento dietro la lavagna.            
Appurato che, oltre ai danni fisici che possono ledere un bambino o un ragazzo, queste punizioni corporali possono innescare dei gravi traumi psicologici in un individuo che sta affrontando la fase della crescita, è sicuramente un bene che, nella maggior parte dei paesi del mondo, il sistema di punizioni fisiche è stato sostituito con metodi pedagogici e psicologici più adatti al percorso di sviluppo dei più giovani, che aiutano il bambino/ragazzo ad adattarsi all’ambiente circostante e ad agire con i suoi simili, venendo premiato quando assume un comportamento lodevole e punito quando infrange le regole che gli vengono imposte. Ma già nell’antica Roma troviamo una condanna alle punizioni corporali, scritta dall’oratore Marco Fabio Quintilianonell’Institutio Oratoria, il più antico e completo manuale di pedagogia, retorica e oratoria a noi giunto:
in un lungo passo del trattato (I, 3, 14-17), Quintiliano sminuisce le percosse come metodo educativo, ritenendole prima di tutto ingiuriose e adatte più a degli schiavi che a degli studenti, e in secondo luogo sottolineando che non è la violenza a scalfire le indoli più svogliate, ma un’educazione che renda consapevole l’alunno dei suoi meriti e dei suoi sbagli, tale da fargli assumere piena consapevolezza di sé.

Ma è sbagliato pensare all’insegnamento nelle epoche passate come una sorta di tirannia sanguinaria: in linea di massima, gli insegnanti erano meno “soffici” di adesso, sicuramente. Ma non mancano nemmeno esempi di idilliaci rapporti tra studenti e insegnanti che dimostrano l’innegabile merito che può avere un maestro nella vita del suo alunno: il rapporto tra Alessandro Magno e Aristotele è senza dubbio l’esempio più palese. Il sovrano macedone infatti, nonostante alcune differenze di pensiero che intercorrevano tra lui e il filosofo, provava per il pensatore greco un affetto quasi filiale, al punto tale che Plutarco attribuisce al giovane Alessandro la frase:            
A mio padre devo la vita, al mio maestro una vita che vale la pena di essere vissuta.”              
Come dargli torto, col senno di poi. È possibile pensare che fu Aristotele, il quale obbligava il giovane Alessandro Magno a studiare l’Iliade di Omero  in un’edizione curata da lui stesso, a ispirare nel futuro re di Macedonia quel desiderio di conquista che tanto lo ha reso famoso ai posteri? Chi lo sa: di sicuro Aristotele fu un personaggio che lasciò sicuramente il segno nell’animo passionale e burrascoso del Macedone.
E non molti secoli dopo la morte di questi due (che perirono rispettivamente nel 323 e nel 322 a.C.) un altro autore greco, tale Plutarco di Cheronea, scriverà nel “De recta ratione audiendi”:         
Gli allievi non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere.”          
Una massima, questa, che non lascia molto spazio all’immaginazione, e presuppone che l’insegnante non sia per lo studente un semplice dispensatore di concetti e nozioni, ma che sia per lui un costante punto di riferimento per la formazione, la crescita e sviluppo. Una frase del genere, intensa nella sua semplicità e nella sua metafora, presuppone dunque un rapporto molto intenso, di scambio e di devozione, tra chi insegna e chi riceve l’insegnamento.        
Anche la letteratura (per quanto spesso essa sia lo specchio della realtà circostante) ci mostra un esempio a noi facilmente comprensibile: quello del Maestro Perboni del libro “Cuore” di Edmondo De Amicis, che nonostante sia una figura triste e cupa, si propone fin dal primo giorno di scuola di trattare gli studenti come “i suoi figliuoli”.          

In tutte le epoche prese in considerazione, sia che i metodi adoperati dai docenti fossero pacifici o violenti, non mancava mai il rispetto e la venerazione verso la figura dell’insegnante, di colui che aveva la responsabilità di istruire coloro che all’interno della nostra società rappresentano il futuro, la frontiera del domani. Un rispetto che oggi sembra essere sparito, al punto che genitori e presidi quasi condannano i professori per i brutti voti che ricevono gli alunni e giustificano episodi di aggressione e violenza etichettandoli come goliardiche marachelle di dubbio gusto. Troppo spesso, sempre più spesso, gli insegnanti fungono da capro espiatorio per i mali della società. Appaiono come i maggiori colpevoli del degrado nei comportamenti dei più giovani e della mancanza di competenze che quest’ultimi si ritrovano ad avere quando si affacciano al mondo del lavoro. Viviamo in una società sempre più povera di idee, di spirito e di grinta, afflitta da problemi di ogni genere. Gli uomini che un domani saranno medici, economisti, scienziati, giudici e avvocati e avranno un domani le redini del mondo intero sono in questo momento sui banchi di scuola, e probabilmente neanche lo sanno. Se il ruolo dell’insegnante continuerà a subire questa triste decadenza, ritrovandosi a occupare il banale ruolo di baby-sitter per adolescenti e bambini, chi penserà a forgiare e a formare le menti a cui affideremo la nostra società?
Se perde di valore la figura che ha il dovere di formare, nel piccolo del suo insegnamento, la società del domani, la futura classe dirigente e tutti quei giovani che un giorno diverranno adulti con doveri e responsabilità, collassano le basi e i presupposti necessari per una società che punta a definirsi civile.

                                                                                                                                                    Michele Porcaro