Cronache di Roma

Il Roma World visto dagli occhi di un classicista

Il primo parco divertimenti in Italia a tema Roma Antica si rivela un'esperienza dimenticabile e noiosa, un tuffo nel passato poco riuscito

Sarei un bugiardo e un ipocrita se dicessi che non ho storto il naso quando ho sentito parlare per la prima volta del Roma World, il primo parco divertimenti in Italia a tema Roma Antica, da poco inaugurato alle spalle di Cinecittà World. Da classicista e archeologo sono abituato a distorsioni e infiocchettature che stravolgono e ovattano completamente le bellezze del mondo antico, ricco tanto di meraviglie quanto di contraddizioni, indi per cui, come dicevo, in tutta onestà non ho accolto con grande entusiasmo la notizia di questa apertura. Sono dell’idea che in un paese come l’Italia, dove la consapevolezza del patrimonio artistico, storico e archeologico è molto bassa, vi è l’esasperata necessità di avvicinare le persone (soprattutto i giovani) alle nostre ricchezze materiali e immateriali: in questo processo dovrebbero intervenire tante diverse figure, dotate di una certa preparazione, che di sicuro c’entrano poco con un parco divertimenti.

Ma giudicare qualcosa senza averla vista o provata è proprio degli sciocchi, indi per cui ho voluto recarmi di persona al nuovo Roma World e sperimentare sulla mia pelle le “bellezze” che questo nuovo parco divertimenti ha da offrire. Per i motivi di cui sopra, dicevo, partivo prevenuto: partendo dal presupposto che il parco è situato a pochi passi dal Cinecittà World, mi immaginavo già di ritrovarmi catapultato in un posto dove sarei stato accolto da gladiatori che schiamazzano randomici “Ave Caesar” e da centurioni e legionari con armature di plastica: insomma, un polpettone farcito con tutti i luoghi comuni dei blockbuster hollywoodiani sulla Roma antica. Col senno del poi, forse sarebbe stato meglio… ma andiamo per ordine. 

L’ingresso consiste in una serie di palizzate di legno con diverse bandiere purpuree con la scritta SPQR che dovrebbe richiamare l’entrata di un castrum romano: storicamente poco accurato, ma non si può dire che non faccia la sua porca figura! Una volta varcato l’uscio, immaginavo di ritrovarmi immerso nella Roma di 2000 anni fa e invece… nulla. A circondarmi erano solo una steppa arida e desolata, dove il frinio delle cicale si mescolava timidamente alla colonna sonora di Rome: Total War e di Ben Hur e qualche capanna, la cui storicità (deducendo che la Roma che il parco vuole “rievocare” sia quella imperiale) è discutibile. Non esattamente quello che mi aspettavo, ma faccio spallucce e vado avanti.

Guardo l’orologio del telefono: mancano pochi minuti alle 16. A breve comincia lo scontro tra i gladiatori. Mi dirigo allora all’anfiteatro, una piccola struttura circolare in legno con due file di sedute, e prendo posto. Il lanista, o presunto tale, annuncia il primo scontro tra due rudiarii, i gladiatori che si esercitavano con i rudes, delle spade in legno da allenamento. Fanno il loro ingresso nella “arena” due ragazzetti molto magri ma atletici che si esibiscono in una lotta per nulla avvincente, che consiste in una breve serie di coreografie (mi spiace dirlo) imbarazzanti. Prima del main event un legionario prende la parola e spiega brevemente la storia dei gladiatori, schiavi stranieri che da un giorno all’altro si ritrovavano a essere atleti che combattevano per la vita e per la libertà. Sgrano gli occhi meravigliato: finalmente un po’ di didattica, due paroline utili che contestualizzano agli spettatori lo spettacolo che stanno per vedere. Sorrido gongolante. Il lanista-presentatore elegge un signore del pubblico come Imperator: lui avrà il compito di giudicare se il gladiatore sconfitto merita la vita o la morte, abbassando o sollevando il pollice. Il mio sorriso si tramuta subito in una smorfia di rassegnazione.

Avete presente questo luogo comune secondo il quale se il pollice era rivolto verso il basso il gladiatore moriva mentre se il pollice era all’insù la vita del gladiatore era salva? Ecco, in realtà le fonti archeologiche-filologiche sono abbastanza concordi nel dire che accadeva esattamente il contrario: il pollice all’insù, poiché ricorda una spada sguainata, decretava la morte del gladiatore. Al contrario, il pollice nel pugno chiuso (spada nel fodero) risparmiava la vita al gladiatore perdente.
E approfittiamone anche per dire un’altra cosa: la morte di un gladiatore nell’arena era un evento estremamente raro, dal momento che significava un’enorme perdita di denaro per il lanista, il proprietario della scuola gladiatoria. Ma chiudo un occhio su queste minuzie: è pur sempre uno spettacolo per bambini e famiglie.
In ogni caso rientrano nell’arena gli stessi combattenti del duello precedente, ma stavolta vestiti da Mirmillone e Trace, i due tipi di gladiatori più celebri dell’antichità. Stavolta il duello, complice anche la musica coinvolgente, si rivela decisamente più emozionante, anche se la contesa si interrompe dopo neanche due minuti di lotta.

Ripasso di fronte alla taberna, situata a fianco di un campo legionario (abbandonato e desolato: dove sono i legionari?). Aguzzo gli occhi e da lontano leggo il menù; il mio sguardo cade su un anacronistico risotto mantecato al pecorino molto poco romano antico. Non sarebbe stata una cattiva idea fare anche un pochino di didattica sul cibo anziché limitarsi a venderlo. Perché non illustrare, così come fatto con i gladiatori, una breve panoramica sull’alimentazione romana e su quali cibi prediligevano i romani nei loro banchetti? Anche qui: un’occasione sprecata, a mio parere. Ma passo oltre. Faccio un giro tra i mercatini, forse una delle poche note positive della mia esperienza: tanti i memorabilia, tanti i gadget e tanti i souvenir, dalle maglie alle monetine passando per le spade e gli elmi, che sicuramente possono fare gola a grandi e piccoli desiderosi di portarsi a casa un ricordo di questa esperienza.

Faccio un giro intorno a un parco che non ha, oltre agli spettacolini, molto da offrire: c’è una postazione di tiro con l’arco, delle tende per chi vuole fermarsi e pernottare, un boschetto e una biga per chi vuole fare un giro e sentirsi Ben Hur per un paio di minuti. Ma oltre a questo poco altro. Continuo a non sentirmi nell’antica Roma, né in quella storicamente accurata né in quellahollywoodiana“. E finora il divertimento non ha raggiunto chissà quali vette… sarò io troppo severo?

Lo speaker annuncia che il prossimo spettacolo, quello delle 17, è quello dei rapaci. In una serie di esibizioni che coinvolgono anche adulti e bambini si destreggiano in volo maestosi corvi, avvoltoi, gufi, falchi e poiane. Uno spettacolo suggestivo che diverte il pubblico e lascia tutti a bocca aperta (me compreso), ma la domanda che mi sorge spontanea è: cosa c’entra tutto ciò con l’antica Roma? Non mi risulta che la falconeria, per quanto antica come pratica, avesse particolare rilevanza nella Roma antica. Ribadisco: un’esibizione magnifica da mozzare il fiato, ma totalmente fuori tema rispetto al format del parco. Parimenti fuori dal seminato è una fattoria con vari recinti, in cui troviamo animali per nulla tipici dell’antica Roma, quali i Pony e i Lama

Un’esperienza poco entusiasmante, che non lascia nulla di significativo e che non diverte come promette. L’atmosfera antica quasi non si percepisce, le occasioni per fare didattica e lasciare qualche piccolo insegnamento ai visitatori sono molte, ma non vengono sfruttate. Un’occasione sprecata per poter far conoscere bene la storia di una civiltà meravigliosa, la quale (è sempre opportuno ricordarlo) è alla base dell’odierna cultura occidentale. Non che da un parco del genere ci si debba aspettare una lectio magistralis degna di chissà quale luminare universitario: sarebbe come pretendere di imparare la storia del Far West giocando a Red Dead Redemption o di apprendere la storia della pirateria guardando Pirati dei Caraibi. Ma l’optimum sarebbe unire il divertimento alla conoscenza: non un Archeoparco (attenzione!) ma un parco divertimenti in cui ci si può divertire e al contempo imparare.

Invece Roma World si presenta come uno spazio pensato male e sfruttato peggio, dove i momenti di noia fagocitano le poche esperienze memorabili che si possono vivere nel parco. Tanta pubblicità ma poca, pochissima sostanza. In poche parole un vero peccato.

(Credits: le foto sono di Pietro Clemente. L’utilizzo è concesso previa richiesta di autorizzazione all’autore dell’articolo)

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Michele Porcaro

Giornalista, scrittore e archeologo. Nato a Benevento nel 1995, è diplomato al Liceo Classico “Anco Marzio” di Ostia e laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza” con tesi in Archeologia. Appassionato di lingua, civiltà, storia e archeologia greca e romana, è autore di saggi e romanzi storici sul mondo antico, e ha girato il documentario "ASSTEAS - Storia del Vaso più bello del mondo" in collaborazione con Vittorio Sgarbi. Nel tempo libero svolge attività di rievocazione storica, collaborando a progetti di ricostruzione archeologica sperimentale sull'ambito religioso, civile e militare dei Greci, Romani ed Etruschi.

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