A 70 anni dalla bomba atomica, viaggio nella “città bersaglio”. Qualcuno disse che Hiroshima non sarebbe più tornata alla normalità. Oggi, invece, Hiroshima c’è. In piedi, fiera e ancora ferita.

Hiroshima – Un uomo sulla quarantina è immobile da qualche minuto davanti a una teca contenente un pezzo di muro. Lo guarda con attenzione cercando con gli occhi qualcosa. Quasi volesse leggerlo, se non addirittura attraversarlo. Quel pezzo di muro contiene l’ombra di un corpo. Un corpo che esisteva alle 8,14 del 6 agosto 1945 e che un minuto dopo si è sciolto. Letteralmente. Lasciando impressa su 2 metri quadrati di cemento la propria forma.

Sono passati quasi 5 minuti. O almeno sono cinque i minuti che lo osservo. Deglutisce, fa un passo indietro, unisce la mani davanti alla faccia e si inchina. Davanti a un muro. Nel bel mezzo del Museo della Bomba Atomica di Hiroshima.

Tra Kyoto e Hiroshima ci sono due ore scarse di Shinkashen (il treno veloce) e il panorama fuori dal finestrino è sempre tutto uguale. Case basse, industrie e tralicci. Qualche campo di riso in lontananza e un prevalente grigio sullo sfondo. Si paga per la puntualità, non certo per il panorama.

Il treno entra nella stazione alle 10. Il ricordo istituzionale è appena terminato e presidenti e ambasciatori si fanno da parte. Da questo momento la città è un grande tempio con pellegrini laici provenienti da tutto il mondo.

Hiroshima fu scelta tra quattro potenziali città bersaglio. Agli americani serviva una città con determinate caratteristiche: un centro abitato di una certa dimensione e un raggio centro-periferia di una precisa lunghezza, altrimenti l’esperimento sarebbe stato vano. Perché di quello si è trattato. Di un esperimento. Un capriccio mascherato da colpo finale a una guerra già vinta. Molto più probabilmente una vendetta per l’attacco di Pearl Harbor.

Di fatto Hiroshima fu scelta perché era l’unica delle quattro città a non avere un campo prigionieri nelle immediate vicinanze. Ci si sente in imbarazzo a chiedere indicazioni. Esattamente 70 anni fa, questa città è stata distrutta da una bomba atomica e oggi, proprio oggi, fermare un tizio per strada e chiedere indicazioni per la zona dell’epicentro (perché è così che si chiama) è stato abbastanza complesso, almeno per il sottoscritto.

L’arrivo è diverso da come te lo aspetti. Ti spiazza pure se lo hai visto centinaia di volte in foto, quel luogo. Lo hai studiato su tutti i libri di storia che ti sono passati tra le mani, dalle elementari all’università. Un edificio costruito negli anni ’30, distrutto da una bomba atomica e mai crollato. Lasciato lì per volere politico, come monito: un mostruoso promemoria di quello che è stato e che non dovrà più accadere.

È impossibile non pensare ai momenti che hanno preceduto l’esplosione. Erano le 8,15 di mattina. Studenti, famiglie, lavoratori distanti dalla vera guerra combattuta in mare o in Europa, 140mila innocenti,140 mila persone non combattenti uccise. In pochi istanti le più fortunate. Tra atroci sofferenze le altre.  Immaginatevi delle vite. E poi una palla rossa in cielo a 600 metri, un’esplosione. Per un attimo, un solo attimo prima che tutto intorno diventi notte, vi sembra di vedere due soli. Poi solo polvere e calore e radiazioni. Siete spazzati via. Voi, i vostri cari, le vostre cose. Vi sciogliete. E chi avrà la fortuna di sopravvivere sarà solo un morto vivente, reso tale da un ordigno in grado di cambiare la forma della materia. Una materia ancora oggi conservata e che è possibile toccare con mano. Un muro, un pezzo di vetro, del ferro distrutti, fusi e riassemblati in un attimo. I polpastrelli delle dita passandoci sopra stridono come delle unghie sulla lavagna, ma niente brividi o pelle d’oca. Solo malessere e disagio, forse schifo.

Qualcuno disse che Hiroshima non sarebbe più tornata alla normalità, o almeno non prima di 75 anni. Oggi sono settanta anni esatti e Hiroshima c’è. In piedi, fiera, ancora ferita, ma orgogliosa ricorda. E chiede che non ci sia più tanta cattiveria al mondo. Chiede di dare una possibilità alla pace ed è l’unica città che può davvero farlo senza scadere nella più becera retorica. E lo fa insieme ai suoi abitanti che partecipano al ricordo, che protestano contro la riattivazione dei centri nucleari chiusi nel post Fukushima (avvenuta l’11 agosto ndr) o che vivono una vita normale lavorando e andando allo stadio a vedere una partita di baseball.

Davanti alla teca col muro ci sono ora dei ragazzini di otto-dieci anni; per la prima volta apprendono dalle loro maestre quel pezzo indelebile della loro storia. Coi loro zaini a forma di Minion e una cantante pop sulle magliette si interrogano anche su come sia stato possibile. Neanche in un videogioco sembrano dire le loro facce. Neanche per finta, succedono queste cose.

Federico Vergari

“Nella nostra città c’era il calore delle famiglie il senso profondo della comunità, festival in ogni stagione, cultura, tradizione e ragazzini che giocavano lungo il fiume. Alle 8,15 del 6 agosto 1945 tutto questo è stato spazzato da una singola bomba atomica”. 

Matsui Kazumi

Sindaco di Hiroshima.
Peace Declaration 06.08.2015.