Cronache di Roma

IL PRESIDENTE DEI 100 GIORNI

Caso Ostia, parla Marco Pannella. “Feci a Ostia come a Parigi. Fui il primo a chiamare l’esercito”. Ricordi e testimonianza del leader radicale con un passato da minisindaco sul litorale.

Roma- C’è una frase che risuona spesso in questi giorni, per le strade e sulle bocche di chi questo quartiere lo conosce bene. “E’ sempre partito tutto da Ostia”. Lo ripetono in molti da quando la politica ha lanciato l’allarme mafia. Il riferimento è alla prima fase di tangentopoli, iniziata proprio qui e estesa subito dopo a tutto il paese, tanto da decretarne poi la fine della prima repubblica. Oggi che è scoppiato il “caso Ostia” potrebbe essere banale e scontato citare la famosa frase del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Eppure sarebbe perfetta. C’è chi chiede le elezioni subito, il commissariamento – o addirittura lo scioglimento – del municipio, chi invoca l’arrivo dell’esercito per sconfiggere la criminalità organizzata. Nulla di nuovo, insomma. Nel 1992 Marco Pannella, leader storico dei radicali, fu per 100 giorni appena il presidente dell’allora circoscrizione. Fu proprio lui a pensare ad una strategia di militarizzazione della città per risolvere i tanti problemi di un territorio difficile da amministrare. Poco più di tre mesi di lavoro, ma che hanno lasciato il segno. I soldati in pineta, la lotta senza quartiere all’abusivismo e una iniziativa legislativa che ha trasformato le delegazioni in realtà più autonome. Un assaggio di decentramento con quella delibera che porta ancora oggi il suo nome. Il racconto è una serie interminabile di pensieri dove si alternano lotte e soddisfazioni, vittorie e nostalgie.

“A Ostia è stata una bella esperienza – ricorda Pannella- in 100 giorni facemmo tante cose. Avevamo ottenuto l’arrivo dell’esercito per affrontare in modo adeguato il traffico estivo: i vigili erano in ferie e dovevamo evitare che si creasse una situazione di vuoto di ordine pubblico. I soldati erano una supplenza ad hoc dei vigili. All’Infernetto, invece, c’era una situazione di tensione sociale. Io facevo chiudere i locali irregolari, che puntualmente riaprivano la sera, giocando sulla connivenza anche di alcuni vigili. Con i militari optammo per lo sgombero e la demolizione delle attività abusive. Io ero arrivato in un momento di disordine amministrativo e riuscii a ottenere come presidente della circoscrizione la riorganizzazione dell’organico sul modello francese. Feci a Ostia come era in uso a Parigi,  con le delegazioni che diventavano realtà amministrative con più autonomia. Combattemmo le cosche esterne e le infiltrazioni malavitose”.

Qualcuno ancora si ricorda di Marco Pannella minisindaco e del suo fare politica innovativa per i tempi, ma fedele al “vecchio stampo” e la Panda con cui faceva su e giù tra Roma e il mare è solo una lontana parente di quella discussa e tanto chiacchierata del sindaco Marino.

“I presidenti prima di me giravano su grandi macchine a disposizione 24 ore su 24 – ha continuato Pannella – io, invece, utilizzavo e giravo la città su una Panda con cui facevo la spola Ostia-Campidoglio. Un periodo in cui il degrado era fatto dagli interessi di zona prevalenti. La mia impressione di allora è che c’era la criminalità, ma come c’era e c’è in tutti i quartieri popolosi di Roma. Non era la mafia, ma piccoli nuclei di indigeni… magari del mio Abruzzo, o siciliani o calabresi che venivano indicati come rappresentanti della mafia, ma in realtà era un comportamento che tenevano anche molti altri, solo che essendo romani nessuno parlava di mafia. Erano formazioni di interessi locali che magari si battevano per un bar con i tavolini esterni, e su questo si inserivano altri elementi. Non era solo la forza del denaro ma anche della malavita che si creava a tutela di questi interessi esterni”.

Forse, allora, la frase di Tancredi Falconeri non appare poi così lontana. Sarà scontata e banale, ma quanto mai calzante a Ostia e alle sue vicende di oggi. D’altronde: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Mirko Polisano

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Mirko Polisano

Giornalista embedded a seguito del contingente italiano nelle aree di crisi. E'stato inviato in Kosovo, Afghanistan e Libano. Ha seguito il terremoto de L'Aquila e il G8; l'emergenza immigrazione della Sicilia, la crisi libica e la Primavera Araba, inviato in Maghreb ad un anno dalla Rivoluzione. Ha raccontato le divisioni di Belfast e gli orrori di Auschwitz e Birkenau nel Giorno della Memoria. E' autore del libro "Storie Lontane. Racconti di vita in Afghanistan". È collaboratore del quotidiano Il Messaggero.

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